23 Maggio Mag 2015 1645 23 maggio 2015

Il sogno impossibile di un esercito comune europeo

Il sogno impossibile di un esercito comune europeo

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Più che una reazione, è stata un’alzata di ciglia. Quando il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, l’8 marzo 2015 ha dichiarato, in un’intervista a un settimanale tedesco che l’Europa avrebbe avuto «un esercito suo», con l’obiettivo «di far capire alla Russia che la Ue è seria nel suo sostegno ai valori europei», in pochi hanno risposto. Solo il ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyden ha approvato, dicendo che si trattava «del futuro». La Gran Bretagna ribadisce il suo no («mai e poi mai»), l’Italia tace, la Francia latita. A 100 dalla Prima Guerra Mondiale l’Europa non scava più trincee nei suoi confini, ma ha poca voglia di combattere insieme.

L’idea di un esercito europeo non è un’alzata di ingegno di Juncker. È un progetto vecchio di almeno 70 anni, con momenti di accelerazione e brusche frenate. Nel 1948 ci fu il trattato di Bruxelles, con cui Francia, Inghilterra e Benelux si alleano per creare una forza di difesa comune, coordinata dal maresciallo Montgomery. L’obiettivo era di fronteggiare un’eventuale ripresa tedesca, appena sconfitta, insieme alla minaccia sovietica. All’epoca si credeva che l’interesse Usa sul territorio europeo avrebbe creato malcontento nell’area comunista: sembrava necessario attrezzarsi.

Il sogno di un esercito europeo è di vecchia data. All’inizio si voleva essere pronti per fronteggiare un eventuale ripresa tedesca, o il pericolo comunista

Con gli anni l’area di intervento si estese e comprese anche l’Italia. Il riarmo tedesco faceva ancora paura, tanto che, su volontà della Francia, nel 1952 si mise in piedi un piano per la costruzione di un esercito europeo, in funzione anti-tedesca, composto da sei divisioni, guidato dalla Nato (non era pensabile agire al di fuori) e coordinato da un ministero della Difesa comune. Era il "piano Pleven", del nome del primo ministro francese dell’epoca. Non passarono che due anni, fino a che, nel 1954, proprio la Francia (ma anche l’Italia) mandarono tutto all’aria. I Parlamenti dei due Paesi, sotto pressione dei partiti comunisti (spaventati dalla forza che avrebbe assunto la Nato), bloccarono tutto. Per l’Italia contò anche una certa ritrosia della Democrazia Cristiana, non felice di mettersi nelle braccia (armate) di un’Europa non cattolica. E così non se ne parlò più: l’ombrello degli Stati Uniti era sufficiente.

È solo nel 1992 con il trattato di Maastricht – e in seguito a un progressivo disimpegno Usa nell’area Europea – che si riapre la questione. Sulla carta, il progetto c’è. Viene anche ribadito con il Trattato di Lisbona del 2007, che indica all’articolo 42 la necessità di una “graduale definizione di una politica di difesa comune della Ue”, che pone le basi per la costruzione di una forza armata comune. Del resto, sono anni che le spinte in quella direzione si moltiplicano. Nel 1998 c’è la dichiarazione di Saint-Malo, tra il presidente francese Jacques Chirac e il premier inglese Tony Blair, importante perché segna un’inversione di tendenza da parte degli inglesi, di solito contrari a progetti di politiche militari comuni. Il 1999, poi, è l’anno degli obiettivi di Helsinki, in cui anche gli altri Stati membri dell’Unione sottoscrivono il progetto di uno strumento di difesa comune, con obiettivi da realizzare entro il 2003.

L’unica cosa, allora, che si avvicina a un esercito europeo sono gli Eu Battlegroup. Un corpo nato nel 2007, ma finora non è mai stato impiegato

In quell’anno viene sottoscritto il documento per una Strategia di Sicurezza Europea. È la prima forma di una politica di sicurezza comune, subito messa alla prova con una missione: la Eufor (European Union Force) Concordia, in Macedonia. Sia chiaro: non si tratta di una operazione militare, ma di peacekeeping e, soprattutto, non prevede l’impiego di un esercito europeo, ma utilizza le strutture della Nato, alla quale si sostituisce. Ne fanno arte 27 Paesi europei, più quattro non europei. Ma di Ue, qui, c’è molto poco.

Lo stesso avviene per le altre tre missioni Eufor, in Bosnia ed Erzegovina nel 2004; in Congo nel 2006; in Ciad e in Repubblica Centrafricana nel 2007.

L’unica cosa, allora, che si avvicina a un esercito europeo sono gli Eu Battlegroup. Anche in questo caso, si tratta di un progetto che rientra nella Strategia di Sicurezza Europea. Quando furono creati, nel 2007, in tanti si allarmarono: l’Europa avrebbe avuto una sua forza militare? Si temevano già nuovi equilibri di potere, ma poi si vide che era un fuoco di paglia. I Battlegroup consistono in 18 battaglioni: 14 di 1.500 soldati e 4 di 2.500 soldati. Vanno a rotazione, in modo che almeno due siano disponibili in ogni momento, con 4.000 uomini pronti per essere inviati ad almeno 6.000 km di distanza da Bruxelles. Sarebbero uno strumento valido, ma fino ad ora non sono stati mai utilizzati – a meno che non si conti l’esercitazione nel 2008, in cui sono state chiamati a proteggere le prime elezioni libere dello Stato di Vontinalys, che non esiste.

«Non c’è uno Stato europeo. Non si può pensare di avere un esercito per uno Stato che non esiste»

Come si spiegano queste incertezze, i ritardi, le difficoltà? Il problema di fondo, come spiega il generale Carlo Jean, è che «l’idea di un esercito comune europeo è un utopia». Tutto a causa di un problema molto semplice ma insormontabile: «Non c’è uno Stato europeo. Non si può pensare di avere un esercito per uno Stato che non esiste». Al momento, «ci sono dei piani di difesa, ma l’Europa non ha un ministero dedicato. Chi se ne occupa è l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza Comune. E quindi, chi dovrebbe guidare gli interventi armati della Ue? La Mogherini?».

Gli accordi comuni, insiste Jean, «sono di fatto inefficaci. Ognuno fa come vuole, e in questo senso vale ancora la Nato. Ci sono Paesi come la Gran Bretagna che ne appoggiano le iniziative in ogni situazione. Altri – e in particolare la fascia dei Paesi ex-sovietici, che la vedono come un appiglio. In mezzo ci sono Paesi come Italia, Germania e Turchia, che guardano con interesse anche alla Russia, ma non vengono meno alle istanze della Nato». Insomma, la soluzione sembra lontana.

Gli accordi di cooperazione dei vari Paesi hanno portato a diverse formazioni militari, di svariata composizione e larghezza, con obiettivi e compiti disparati. Un vero e proprio calderone militare. Le iniziative sono numerose: ci sono gli Eurocorps, un piccolo esercito di mille soldati, cui contribuiscono dieci Paesi (sei membri, quattro associati, tra cui l’Italia) e ha sede a Strasburgo. Vengono impiegati perlopiù in missioni di peacekeeping. A questi vanno aggiunti i German-Dutch Corps, cioè un corpo militare tedesco e olandese, con sede a Munster, e risalgono al 1991. Poi i Corpi Multinazionali del Nordovest, lascito della Guerra Fredda, o l’Eurogendfor, una forza di gendarmeria internazionale con sede a Vicenza che ha sollevato le paure dei complottisti più accaniti. Infine, due gruppi aerei, una forza navale e tre organizzazioni per il coordinamento delle truppe. In totale, sono otto corpi, che funzionano extra-Ue, si muovono nell’ambito della Nato e rispondono alle volontà dei singoli Stati.

Insomma, diversità di vedute, problemi economici, obiettivi differenti. Manca uno Stato comune e non c’è più neppure la presenza degli Usa, «che sono stati i veri federatori d’Europa», spiega Jean. Se un esercito europeo unito è davvero un sogno, sembra destinato a restarlo a lungo.

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