25 Maggio Mag 2015 1730 25 maggio 2015

La catena di incendi e guasti che fa schizzare il prezzo della plastica

La catena di incendi e guasti che fa schizzare il prezzo della plastica

Plastic Plant Fire

Una catena senza precedenti di incendi e guasti alle fabbriche produttrici sta facendo crollare la quantità di plastica in Europa e, come conseguenza, stanno facendo schizzare i prezzi alle stelle. Per il polietilene, denunciano le associazioni dei trasformatori di plastica, il prezzo è salito dai 1.100 euro a tonnellata a 1.600, un incremento di circa il 35% che nessuno si sarebbe aspettato fino a qualche mese fa. Il motivo è semplice: con il prezzo del petrolio in calo, anche quello della plastica sarebbe dovuto scendere di pari passo. Invece è accaduto esattamente il contrario. Quanto basta per fare andare su tutte le furie chi quel materiale lo lavora per creare bottiglie e tutti gli altri prodotti in plastica. 

Una catena senza precedenti di incendi e guasti alle fabbriche produttrici sta facendo crollare la quantità di plastica in Europa e salire i prezzi alle stelle

La rivista si settore plasticsnews.com ha pubblicato da aprile una ventina di articoli con una sorta di bollettino di guerra dei guasti. Uno dei più spettacolari è stato lo scorso 10 maggio, quando un incendio è scoppiato nello stabilimento Shell Deutschland Oil a Wesseling, in Germania. Tre giorni dopo la società ha dichiarato una sospensione della produzione di etilene e propilene. 

Poco dopo, il produttore Vinnolit ha dichiarato la “forza maggiore” per il suo sito industriale di Knapsack, vicino a Colonia, in Germania, che produce S-PVC. Tre impianti ad Anversa, Belgio, gestiti dalla Fina Antwerp Olefins — una controllata di Total SA — sono stati spenti. Anche in questo caso la multinazionale francese ha annunciato una situazione di stop per forza maggiore, per la produzione di etilene e propilene. La Ineos ha dichiarato la stessa situazione per tutte le sue forniture di S-PVC dal suo stabilimento di Wilhelmshaven, in Germania, lo scorso 21 aprile, come risultato un serio problema di produzione. 

Con il prezzo del petrolio in calo, anche quello della plastica sarebbe dovuto scendere di pari passo

Questi sono solo gli ultimi episodi. Altri hanno riguardato la Borealis per impianti a Schwechat, Austria, e Kallo, Belgio; la Shell per un guasto a Moerdijk, in Olanda; Versalis a Dunkirk, Francia. E ancora la Sabic (sito di Gelsenkirchen, Germania), la Lukoil (sito di Budyonnovsk, Russia). Un guasto, riporta plasticnews, ha riguardato anche l’Italia: il sito di Ferrara della LyondellBasell, colpita anche negli stabilimenti di Munchsmunster (Germania) e Tarragona (Spagna). 

Ancora ad aprile, plasticnews.com parlava di almeno 11 casi che hanno riguardato gli associati della European Compounders and Masterbatchers Association (EuMBC). Secondo l’associazione italiana Unionplast gli episodi da inizio anno sono stati ben 33

I commenti più duri sono arrivati dall’associazione tedesca dei produttori degli imballaggi in plastica, la Ik (Industrievereinigung Kunststoffverpackungen). Un suo comunicato parla di casi che hanno raggiunti “proporzioni epidemiche”. I suoi funzionari hanno aggiunto che la mancanza di informazioni dai fornitori di resine coinvolti negli incidenti ha reso difficile sapere se ci sono state delle vere condizioni di forza maggiore. Quattro associazioni che rappresentano l’industria del packaging in plastica europea (Elipso in Francia, Ik in Germania, e due associazioni del Regno Unito) hanno chiesto chiarimenti. 

Secondo l’associazione italiana Unionplast gli episodi da inizio anno sono stati ben 33. Uno in Italia, a Ferrara

In questa situazione critica, una buona notizia arriva per chi ricicla la plastica. «La mancanza di materia prima sta facendo crescere la domanda anche di plastica riciclata», spiega Angelo Bonsignori, direttore generale della Federazione Gomma Plastica. Sembra quindi scongiurato il rischio che aveva evidenziato solo poche settimane fa il Financial Times, ossia di una crisi delle aziende che riciclano la plastica a causa del crollo del prezzo del petrolio e della conseguente difficoltà per chi ricicla (che ha costi fissi maggiori) a tenere il passo di questi ribassi.

Per Corepla, il consorzio che raggruppa le aziende del settore del riciclo della plastica, il 2014 si è chiuso con una perdita di 44 milioni di euro (in miglioramento rispetto al -67 del 2013), nonostante l’aumento dei ricavi da “contributo ambientale” (quello che devono pagare le azienda di imballaggio in plastica) da 110 euro a 140 euro a tonnellata. Un contributo che nel 2015 è stato elevato a 188 euro. 

Per Corepla, il consorzio che raggruppa le aziende del settore del riciclo della plastica, il 2014 si è chiuso con una perdita di 44 milioni di euro

«È un aumento vissuto molto male dalle aziende del settore, soprattutto perché vale anche per gli imballaggi poveri», commenta Libero Cantarella, direttore di Unionplast. La perdita del consorzio, tuttavia, è considerata inevitabile e derivante proprio dalla maggiore quantità di plastica che viene riciclata in Italia (+8% nel 2014 rispetto al 2013). Uno dei motivi dei costi elevati, aggiungono dall’associazione di categoria, è che in Italia si ricicla quasi ogni tipo di plastica, con costi di selezione maggiori rispetto a quanto avviene in Paesi in cui solo bottiglie e flaconi finiscono nella raccolta differenziata.

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