30 Maggio Mag 2015 2000 30 maggio 2015

Il diritto di guardare porno senza sentirsi perversi

Il diritto di guardare porno senza sentirsi perversi

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Quando lo sorprende a guardare porno, la sua reazione è furiosa: tra gli insulti c’è “schifoso” e, soprattutto, “pervertito”. Quella che per lui era diventata un’abitudine innocente appare agli occhi di lei come una cosa disgustosa e umiliante. Si sente offesa. Lui si vergogna. Da quel momento i due non riescono più a comunicare come prima, il porno diventa un problema, si ingigantisce e, alla fine, la coppia non regge.

È una parte della trama di Don Jon, film di non grande successo del 2013, con Joseph Gordon-Levitt (nella parte del guardatore di porno seriale) e Scarlett Johansson (nella parte della fidanzata disgustata). La situazione rappresentata non è vera, ma verosimile. Guardare porno non è un’attività illegale, ma attira su di sé ancora un certo sotterraneo biasimo. Nel caso in questione, l’abitudine del protagonista del film assumeva tratti patologici. La preoccupazione della fidanzata, però, era concentrata sul fatto in sé, visto come segno di “anormalità”. Posizione eccessiva (e del resto nel film viene stigmatizzata), dal momento che ogni giorno 68 milioni di ricerche su internet riguardano proprio il porno (è il 25% del totale delle ricerche), e intorno all’hard è fiorita un’industria ricchissima che supera di gran lunga Hollywood. E fa circa 100 miliardi di dollari. Per chi ci guadagna, non ci sono problemi. Per il personaggio di Scarlett Johansson, si trattava di “perversione”.

In origine, va detto, il termine “pervertito” era riservato a chi, per varie ragioni, avesse smarrito la giusta strada della fede. Per Boezio (nel V secolo d.C.) indicava chi si fosse allontanato dal Signore ed era diventato ateo. Oggi molte cose sono cambiate e “pervertito” è chi ha turbe sessuali marcate. Secondo il dizionario della Treccani, è una “persona che ha un comportamento sessuale deviante o comunque diverso da quello che viene considerato normale”.

La perversione e la devianza nascono da un’idea di ciò che è normale. Ma la normalità cambia con il tempo

La citazione è molto utile. Permette, in una sola frase, di riunire i termini entro cui si muove tutta la riflessione del personaggio di Scarlett Johansson, cioè la “normalità” e, soprattutto, quella di Jesse Bering, psicologo e divulgatore scientifico americano, autore di Perv, viaggio nelle nostre perversioni, in cui affronta appunto il tema della “perversione”, della “devianza” e del giudizio morale. Il suo libro consiste in un’analisi della psicologia dei desideri inespressi perché, il più delle volte, sono indicibili – se non a caro prezzo: l’emarginazione sociale o, nel peggiore dei casi, la condanna penale.

La tesi di Bering consiste, alla base, in un principio molto semplice: ogni perversione e ogni devianza (o meglio: tutto ciò che viene considerato perversione e devianza) altro non è che una struttura del desiderio, più o meno diffusa. Il punto critico sta nel giudizio morale che si accompagna a ciascuna, e che discende da una classificazione generale. Di solito, spiega, avviene ponendo una suddivisione tra ciò che è “normale” e ciò che non lo è. Ciò che non è normale vien poi suddiviso in ulteriori categorie con varie sfumature, a seconda del maggiore o minore disagio avvertito da chi è “normale”.

Oggi esistono classificazioni mediche (in evoluzione) che definiscono i disordini mentali che comprendono alcune parafilie, e ne stabiliscono il grado di patologia

Il problema è che ciò che è “normale” è una cosa molto scivolosa e che riflette, per così dire, lo spirito dei tempi. Se oggi guardare porno viene visto con un moderato biasimo, in tempi diversi sarebbe stato segno di stortura morale, di depravazione, di possessione diabolica. Per uomini e per donne. Ad esempio, in epoca vittoriana, «le espressioni di libidine femminile erano sintomo di malattia». Era la ninfomania, e le donne “affette” «avevano un debole per i profumi e i gioielli vistosi, e parlavano spesso di matrimonio». Chiari sintomi. E poi, ancora peggio, «si masturbavano di frequente». Per evitare questo pericolo, cioè la masturbazione femminile, «si arrivava persino a raccomandare la clitoridectomia», cioè la rimozione del clitoride. Non è una cosa che c’entra solo con alcuni Paesi dell’Africa: «l’annullamento della capacità di provare piacere mediante la rimozione di parti precise dell’anatomia femminile ha una lunga storia anche in occidente». E su questo si dovrebbe sempre riflettere.

Lo stesso vale anche nei confronti della masturbazione maschile, in particolare quella dei giovani. Uno come John Harvey Kellogg, fratello del padre dei cereali famosi in tutto il mondo, era un rigido censore della pratica. Per rimediare alla pratica peccaminosa, il dottor Kellogg «consigliava la circoncisione, da svolgersi senza anestesia, perché il breve dolore che ne consegue avrà un effetto salutare sulla mente». Se dovesse continuare, allora raccomandava una scatola apposita per custodire il membro, e difenderlo dalle improvvise incursioni delle mani.

Tutto questo, come si vede, non succede più. All’epoca, però, era “normale”. Oggi esistono classificazioni mediche (in evoluzione) che definiscono i disordini mentali, come il Dsm (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), che comprendono alcune parafilie, e ne stabiliscono il grado di patologia. La questione è molto complessa e lo stesso Bering evita di addentrarsi troppo: elenca i casi più eclatanti di situazioni “non normali”, ad esempio quello di melissofilia, cioè l’amore smodato per le api (meglio: l’eccitazione sessuale raggiungibile solo con le api), o l’acrotomofilia, che consiste nel trovare più eccitanti di qualsiasi cosa le persone amputate. Seguono i casi degli “oggettofili”, cioè gente che ama le cose, e se ne considera riamata, come Erika La Tour Eiffel, che ha sposato la torre Eiffel di Parigi (e prima aveva avuto un’infatuazione per Lance, il suo arco con cui è diventata un’arciera di livello mondiale). In questi casi si riscontrano anche segni di schizofrenia che rendono chiara la natura patologica del disturbo.

L’orientamento sessuale (che non è il sesso biologico, né il genere sessuale) è una condizione che, malgrado quanto pensassero in epoca vittoriana, non può essere scelta né modificata

Negli altri casi, però, le cose non sono così semplici. A parte le situazioni in cui l’orientamento sessuale incide in modo prevalente sulla vita dell’individuo, è difficile stabilire perché sia giusto o sbagliato. «Nel 1992 si ipotizzò che, per definire malata una certa caratteristica se ne dovesse sancire la disfunzionalità biologica», spiega Bering. E la disfunzionalità biologica significa non servire al fine ultimo della sessualità, cioè la riproduzione. Un’ipotesi del genere comporterebbe il ritorno dell’omosessualità nell’alveo delle “malattie” (ne è stata esclusa nel 1973), proprio perché non avrebbe alcuna utilità riproduttiva. Lo stesso vale per la pedofilia (che è inclusa del Dsm-5), non per l’ebefilia (cioè l’attrazione per le persone in età puberale) ma, in teoria, varebbe anche per la gerontofilia, cioè l’attrazione per gli anziani, che non ha alcuna utilità riproduttiva ma non è compresa nel Dsm. Sembra evidente, allora, che i criteri di riferimento non siano oggettivi, che la disfunzionalità non c’entri più di tanto e che la questione derivi da un incrocio di tensioni culturali e sociali.

La proposta di Bering, allora, è di cambiare approccio e di basarsi su una morale del “danno”. L’orientamento sessuale (che non è il sesso biologico, né il genere sessuale) è una condizione che, malgrado quanto pensassero in epoca vittoriana, non può essere scelta né modificata. Chi è eterosessuale rimane eterosessuale, così chi è omosessuale rimane omosessuale. Lo stesso vale per le parafilie: chi ama le formiche (i formicofili) non può “guarire”. Può però adattarsi a una società che vede con disgusto la sua tendenza e cercare di limitarla. Questa situazione, dice Bering, causa dolori e insicurezze per chi la vive: il formicofilo, «se fosse cresciuto in una società che adora i formicofili credendoli divinità reincarnate, per esempio, avrebbe avuto un’esperienza diversa». E quindi, «in altre parole, il livello di sofferenza del parafiliaco è quasi sempre proporzionale a quanto la sua società demonizza, mette in ridicolo o biasima la sua devianza». Qui il discorso si fa delicato.

l problema della perversione, ossia del rifiuto disgustato nei confronti di una pratica sessuale che si ritiene lontana e, di conseguenza, sbagliata, affonda nelle radici della società

A valutare quanto una parafilia sia “immorale”, dovrebbe essere il “danno” che provoca nei confronti degli oggetti cui si riferisce. La signora che sposa la torre Eiffel non provoca nessun danno, a meno che si consideri tale la sua vicinanza eccessiva all’acciaio dell’architettura. Al tempo stesso, l’attrazione verso i cadaveri, cioè la necrofilia, è senza dubbio una delle parafilie più disgustose, ma che non provoca traumi a nessuno (a parte, forse, i parenti della vittima). In questo modo il giudizio morale si slega dall’oggetto del desiderio e valuta, invece, le conseguenze possibili delle azioni del “pervertito”.

Il punto più difficile arriva adesso: la pedofilia. «I parafiliaci più umiliati (e temuti) sono i pedofili», spiega. Ma nel loro caso, il criterio del “danno” e della pericolosità si applica in modo evidente. «Non c’è alcun dubbio che i bambini vittime di abusi subiscano danni irreparabili, non soltanto psicologici, ma anche fisici», che avranno conseguenze per il resto della loro esistenza. Il punto, però, non sta nell’orientamento in sé, ma nel danno compiuto. Esistono, spiega, pedofili che commettono abusi su minori (spesso, però, non per risposta alla loro natura ma come surrogato a uno stimolo sessuale inappagato) e che per questo vanno puniti. Altri che, vergognandosi della propria condizione, se ne guardano bene ma non possono, nel loro intimo, negare il proprio orientamento. Classificare, di conseguenza il pedofilo come “pervertito” per la pulsione che ha e non per le azioni che commette, conclude, è un giudizio morale sbagliato. Si lascia capire che anche la sua classificazione nel Dsm-5 non sia del tutto consequenziale, se appunto vale il criterio della disfunzionalità riproduttiva, dal momento che la gerontofilia (che è altrettanto disfunzionale) ne è esclusa. Si tratta di una posizione complicata, un tabù difficile, una affermazione scomoda. Ma Bering fa mostra di una notevole (forse anche eccessiva) comprensione, come dice il Guardian, per il “diavolo” del giorno d’oggi, ossia il pedofilo, addirittura proponendo una legge che consenta l’utilizzo di immagini non di veri bambini, ma ricostruite al computer. Cosa proibita e illegale più o meno dappertutto.

Come si può vedere, dalla rabbia di Scarlett Johansson che insultava il fidanzato maniaco di porno fino a qui, si sono fatti molti passi (e l’abitudine di Don Jon di guardare qualche filmino appare molto più innocente). Ma era inevitabile. Il problema della perversione, ossia del rifiuto disgustato nei confronti di una pratica sessuale che si ritiene lontana e, di conseguenza, sbagliata, affonda nelle radici della società e definisce i comportamenti degli individui. La sua forza sociale è evidente e definisce i parametri culturali di un’epoca. Come si notava all’inizio, il fatto che “pervertito”, in origine, indicasse l’ateo la dice lunga sul mondo e sulle priorità dell’antichità. Il fatto che, oggi, invece, si riferisca a un individuo dalla condotta sessuale anomala, la dice lunga sulla nostra.

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