4 Giugno Giu 2015 1545 04 giugno 2015

Mika Taanila: «Il futuro non è più quello di una volta»

Mika Taanila: «Il futuro non è più quello di una volta»

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«Pochi anni fa un computer era in grado di simulare il cervello di una mosca. Nel 2020, il cervello di un topo. Nel 2040 il cervello umano e nel 2060 i cervelli di tutti gli esseri umani allo stesso tempo. E la vita che conosciamo sarà finita». A dirlo è Erkki Kurenniemi, un nome che qui in Italia dice poco. È un artista, un filosofo, un programmatore, designer di strumenti musicali e grande pioniere della musica elettronica finlandese. Un personaggio eccentrico, un «techno visionario», che in patria è stato riscoperto nel 2002 grazie al lavoro di un altro artista finlandese, Mika Taanila, che ne ha fatto il protagonista di uno dei suoi documentari più noti: The Future Is Not What It Used To Be.

La riflessione di Taanila, documentarista, visual artist e cineasta sperimentale, si articola intorno alle modalità in cui i dispositivi tecnologici stanno ridefinendo il rapporto dell’uomo con l’ambiente, spaziando per i diversi campi dell’architettura, della musica, della robotica.

Non gli interessa stabilire se la tecnologia sia buona o cattiva: esiste, muta, interagisce con l’uomo e ne modifica le percezioni.

Esattamente come Kurenniemi, che attraverso la musica, l'informatica, la robotica, la scienza e l'arte mira a «trovare l'essenza tecnologica dell'anima umana», Taanila si pone come una sorta di custode delle caratteristiche del mondo moderno. Non gli interessa stabilire se la tecnologia sia buona o cattiva: esiste, muta, interagisce con l’uomo e ne modifica le percezioni. E questo è di per sé interessante. Ma il suo sguardo sul mondo contemporaneo si nutre anche di un elemento imprescindibile: la dimensione temporale. Un suo campo di indagine privilegiato è infatti l’idea che del futuro si aveva nel passato prossimo, in particolare negli anni ’60, gli anni della conquista dello spazio, dominati da un ottimismo tecnologico che spesso sconfina nell’utopia.

Per questo, nel 1998, dedica un documentario – Futuro. A New Stance for Tomorrow – alle “Futuro House”, utopiche unità abitative progettate a fine anni ‘60 dall’architetto finlandese Matti Suuronen. Unità mobili, in plastica, dall’iconografia decisamente space age, le Futuro House, con il sogno abitativo avveniristico che rappresentavano, sono state abbandonate in seguito alla crisi petrolifera del 1973 e ora sono diventate oggetti di culto.

Ma il rapporto con il passato e con la memoria per Taanila non si esaurisce nei soggetti dei suoi film. Sia i suoi documentari che le video installazioni sono infatti realizzate, oltre che con materiale originale, con la tecnica del found-footage, che utilizza vecchi filmati, filmini domestici e materiale d’archivio per comporre un’opera nuova, spesso utilizzando anche musica e suoni. Ne è un esempio perfetto il video Optical Sound,in cui i temi ricorrenti della tecnologia e del tempo si fondono in una riflessione sulla caducità della tecnologia stessa, sul suo essere destinata all’obsolescenza: vecchie tecnologie come VHS o stampanti ad aghi nel video si trasformano in uno strumento musicale lowtech, ricevendo una nuova vita.

Mika Taanila è a Milano in questi giorni in occasione del festival I Boreali, organizzato da Iperborea. Questa sera, giovedì 4 giugno, è prevista una rassegna dei suoi lavori più importanti, curata da Lorenza Pignatti. L’abbiamo incontrato per parlare del suo lavoro e della sua idea di futuro.

Parliamo della tua tecnica. Mi interessa in particolare il concetto di found-footage: come si fa a dare nuova vita a del materiale preesistente?
Mi interessa molto l’utilizzo dei diversi tipi di materiale d’archivio, che in generale, per semplificare, possiamo chiamare found-footage, ma che possono essere frammenti di filmati di esperimenti scientifici, filmini amatoriali… in generale frammenti che altre persone hanno creato per scopi del tutto differenti dall’arte: sono materie prime. Sono affascinato, in particolare, dai frammenti legati a filmati scientifici, che sottratti al loro scopo originario, molto funzionale, e posti in un contesto del tutto differente, acquistano tutto un altro significato, vengono trasformati in un nuovo immaginario che spesso comprende anche musica e suoni. In generale non uso mai attori o sceneggiature. La mia immaginazione è molto pura. Mi piace guardare il mondo reale, le persone reali e i loro autentici frammenti.

A proposito di musica, nei tuoi film ne fai largo uso e si capisce che l’elemento musicale è di importanza cruciale. Penso a lavori come Optical Sound o A Physical Ring, che prende le mosse da un filmino amatoriale degli anni ’40 sulla realizzazione di un test di fisica che tu trasformi in un’opera d’arte cinetica, anche grazie all’ausilio musicale.
La musica è una parte molto importante dei miei film. Mi piace collaborare con musicisti e compositori, mi piace concepire il film come un lavoro d’equipe. Ma più semplicemente: io adoro la musica. La ascolto ogni giorno. Non so perché la uso così tanto nei miei lavori, ma penso che una ragione risieda nel fatto che quando ero molto giovane (14-16 anni) suonavo in una band punk rock, molto sperimentale, molto noisy, un po’ avant-garde, come è giusto che sia la band di sei ragazzi di 16 anni. La musica, in effetti, è stata la mia prima passione. Prima ancora del cinema.

Il tuo grande tema ricorrente è il rapporto dell’uomo con la tecnologia: come la tecnologia può influenzare la vita dell’uomo nell’ambiente, come può influenzare i rapporti umani e, infine, come può influenzare la mente e la coscienza dell’uomo. Nell’affrontare un tema così proiettato nel futuro però il tuo sguardo si rivolge anche molto al passato…
La mia linea temporale si muove in due direzioni. Quando lavoro a un film penso al tempo come un pendolo, che oscilla tra passato e futuro e nel mezzo c’è il tempo presente, quello in cui sto facendo il film, e trovo molto stimolante fare dei salti indietro nella storia per indagare le utopie e i valori di una o due generazioni fa, per mostrare come guardavano loro al futuro. Per me è più stimolante così, mentre mi è molto più difficile fare documentari utilizzando solo ciò che sta succedendo proprio ora.

Mi viene in mente Futuro. A New Stance for Tomorrow: il documentario sulle Futuro House.
È un buon esempio del concetto di tempo come pendolo. È stato girato 30 anni dopo la costruzione della prima casa e tutto (i materiali e l’estetica) ci parla dell’idea che allora si doveva avere del futuro, del 2030 o del 2040. Il film (composto da interviste, filmati amatoriali e materiali d’archivio) ripercorre tutta la storia di questo modello abitativo. È un viaggio in un passato futuribile.

Prima dicevamo che la tua poetica parte dal rapporto uomo-tecnologia. Ma forse c’è un altro importante elemento che possiamo aggiungere: la natura, molto presente, per esempio, nella tua video-installazione The Most Electrified Town in Finland, presentata a Documenta 13.
Penso che la natura sia un tema importante e il progetto che hai menzionato ne è un esempio.

The Most Electrified Town in Finland parla della costruzione della centrale nucleare di Olkiluoto, a Eurajoki, città di 6000 abitanti della Finlandia occidentale. Ho seguito la costruzione del terzo reattore fin dal principio, nel 2005. L’opera, su tre schermi, giustappone scene industriali della costruzione della centrale con immagini del paesaggio rurale in mutamento e degli esperti che svolgono le loro misurazioni. Parla di come i residenti si sono adattati allo stress di vivere vicino al nucleare. Parla del nucleare nel ventunesimo secolo. Ora si ha più coscienza dell’impatto ambientale e sulle nuove generazioni. Ma in realtà l’installazione è parte di un altro progetto: un film. Lo abbiamo appena completato. È un film autonomo rispetto all’installazione, che ne riprende alcuni materiali ma è molto più lungo (due ore), ha un inizio, una parte centrale e una fine, ed è realizzato per il cinema. Si intitola The Return of the Atom, perché c’è un effettivo ritorno del nucleare nel paesi occidentali.

E a proposito di quanto dicevamo prima, del rapporto uomo-tecnologia-natura, io penso che l’ultimo progetto parli molto di memoria, della memoria umana, di come funziona e di come può essere ritratta.

Anche The Future Is Not What It Used To Be, il film su Erkki Kurenniemi, parla di memoria e di come è possibile ritrarla al cinema. Anche combinare i diversi frammenti, i filmati provenienti da epoche diverse è fare memoria. Tutto verte sugli sforzi umani per ricordare la propria vita. Anche questo (indica il mio registratore che è sul tavolo) serve per memorizzare e tra 20 anni sarà un oggetto del tutto retrò. Mi interessa molto come la tecnologia interagisce con la memoria. Non se la tecnologia sia buona o cattiva, di sicuro mi interessa l’impatto che ha.

A proposito di Kurenniemi : nel tuo film lui parla della distinzione tra corpo e anima, che in quest’epoca coincide con la dicotomia hardware e software. E, sempre secondo Kurenniemi, il software tende all’immortalità… Sei d’accordo?
No. (ride) Non sono d’accordo con molte delle cose che Erkki sostiene nel film, ma è anche questo il motivo per cui lui mi piace così tanto e ho adorato lavorare con lui a quel progetto. Sono molte le sue opinioni con cui sono in totale disaccordo, lui è spesso provocatorio, ma non è questo il punto: non è un film di propaganda, ho cercato di fare un ritratto della sua mente. Non sono d’accordo con molte delle cose che dice e con questa affermazione in particolare. Ma siamo buoni amici.

Un’ultima cosa: hai mai visto Black Mirror ?
No.

È una serie tv inglese che affronta in maniera più tradizionale temi simili a quelli che tratti tu. Potrebbe piacerti.
Grazie, la guarderò volentieri.

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