13 Giugno Giu 2015 1830 13 giugno 2015

L’Almanacco del giorno dopo e la nostalgia che non ti aspetti

L’Almanacco del giorno dopo e la nostalgia che non ti aspetti

Almanacco Del Giorno Dopo

Le nonne no, non ne perdevano una puntata, con buona pace dei nipotini che volevano vedere i cartoni su Italia 1 e che pestavano, inutilmente, i piedi.

I loro figli, quelli che negli anni ’70 e ’80 avevano venti o trent’anni, invece, non ne guardavano una sola, di puntata, perché troppo impegnati a sentirsi il mondo in mano.

E così, tra aficionados e detrattori, l’ “Almanacco del Giorno Dopo” è stato, per anni, un dogma. di quelli che non vale nemmeno la pena mettere in discussione, perché tanto è così, punto e basta e per quasi vent’anni, dal 1976 al 1992, quella sigletta dal sapore medievale è stata per le famiglie italiane il segnale inequivocabile che, “a tavola! è arrivata l’ora di cena”.
 

I contenuti erano nozioni trascurabili, curiosità, fattarelli. Niente di che. Una sapienzuccia con cui la Rai democristiana degli anni ’80 pasceva democristianamente il suo democristiano pubblico

L’ “Almanacco”, per chi non ha idea di cosa stiamo parlando, faceva da traino al Tg1 ed era un contenitore di notiziette e curiosità, durava poco meno di un quarto d’ora ed era di rara inutilità e noia.

Per trovare delle ragioni per cui sentirne la mancanza occorre prenderne il ricordo e inzupparlo nella nostalgia più melensa e sperare che almeno un po’ basti.

A condurrlo, sempre per chi non lo sapesse, erano le “Signorine Buonasera” (nome che solo a citarlo oggi rischia di procurare una rivolta delle sensibili valchirie della parità lessicale), ossia le annunciatrici Rai. Per anni la titolare della rubrica fu Paola Perissi sostituita negli anni, di volta in volta, da Maria Giovanna ElmiPeppi Franzelin e, soprattutto, da Nicoletta Orsomando, decana delle annunciatrici Rai e sintesi sociologica perfetta di quello che gli italiani, per anni, hanno cercato e soprattutto trovato in televisione.

Nel corso del quarto d’ora scarso che veniva occupato dall’almanacco, venivano elargite informazioni varie, più o (prevalentemente) meno utili, relative alle mirabilissime cose del giorno seguente: per esempio a che ora “leva” la luna? E quando tramonta? E chi è il santo del giorno? E perché lo hanno fatto santo.

Insomma nozioni senza le quali è impossibile pensare di uscire di casa.

A seguire, poi, una serie di sottorubriche, di dubbia utilità, ma, va detto, ad alto tasso di curiosità, come “La cucina”, “Le Erbe” , “Fatelo Da Voi” , “Le piante e i fiori” , “Le pietre raccontano” e, soprattutto, “Conosciamo l'italiano?” e “La fiera delle vanità”, tenute da due personaggi che poi divennero, ognuno a suo modo, dei piccoli divi Cesare Marchi, e Diego Dalla Palma impegnato a insegnare i segreti del rimmel e dell’ombretto (il che, negli anni ’80, era faccenda piuttosto complicata).

I contenuti erano nozioni trascurabili, curiosità, fattarelli. Niente di che.

Una sapienzuccia con cui la Rai democristiana degli anni ’80 pasceva democristianamente il suo democristiano pubblico.

Niente di che.

Non fosse per un dettaglio che, quello sì, era cultura vera: la sigla.

La musica, in primo luogo, che benché composta negli anni ’70 aveva un plausibilissimo sapore medievale; in secondo luogo le immagini che scorrevano sullo schermo: incisioni del 1600, attribuite al bolognese Giuseppe Maria Mitelli che rappresentavano immagini allegoriche dei mesi, con tratti marcati, quasi mostruosi, non si capiva se erano demoni cattivi o spiriti buoni: a gennaio, per esempio, c’era un uomo con in mano due secchi colmi di acqua; a febbraio un uomo mascherato che porta in mano dei pesci; a marzo, un mendicante che porta verdure e una bandiera sulla quale si legge “W Bologna”; ad aprile, un uomo con un cappello con le piume in testa, in che abbraccia una vacca; a maggio, una donna giovane disegnata in 3/4 che ha in mano il tamburo e vari strumenti musicali; giugno: un pescatore con una retinae una granseola; a luglio: un contadino mentre porta un fascio di grano; ad agosto un uomo mentre beve; a settembre, un uomo mentre succhia un grappolo d’uva; a ottobre, un uomo mentre sta per schiacciare uno scorpione; a novembre un taglialegna al lavoro; a dicembre, un uomo alato con in mano una clessidra mentre sta per portare via un anziano alias l’anno che sta per finire.

I colori erano sbiaditi e quella musichetta medievale collocava il tutto in un passato indefinito e lontano completamente distopico, soprattuttoo in considerazione del fatto che, in quell’accidenti di programma si parlava pur sempre di futuro, per quanto a brevissimo termine.

Un casino spazio temporale che, dai, non poteva reggere.

Gli italiani degli anni ’90 erano meno pazienti, meno rituali, meno democristiani di quelli degli anni ’70 e ’80: chi fosse il santo del giorno non importava più nulla a nessuno e poi chi se ne frega di quando tramonta la luna.

Di lì a poco, poi, le nozioni grandi o piccole ognuno se le sarebbe cercate un po’ dove voleva, senza che arrivasse Nicoletta Orsomando a dargliele.

L’Italia, all’inizio degli anni ’90 stava cambiando e non c’è bisogno di scomodare grandi metafore storiche per accorgersene.

Le nonne, che dell’Almanacco del giorno dopo non perdevano una puntata, mai, cascasse il mondo, perché era un dogma, stavano, piano piano andando via. Una dopo l’altra.

Restavano i figli che, ancora, erano convinti di avere il mondo in mano, e i nipoti che, ancora, pestavano i piedi per guardare i cartoni animati su Italia 1.

Così l’almanacco perse pubblico; appeal no, perché tanto non ne aveva mai avuto.

L’ultima puntata fu trasmessa nel marzo del 1992 e poi, salvo qualche timido e scalcagnato tentativo di ripresa, più niente.

E anche le nozioncine democristiane da quattro soldi hanno lasciato la Rai sostituite dalle varie ghigliottine, zingare, ed eredità.

E così, a sopresa, un po’ di nostalgia, persino per l’”Almanacco del Giorno Dopo”, alla fine, viene.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook