23 Giugno Giu 2015 1300 23 giugno 2015

Grecia, un accordicchio anti-paura

Grecia, un accordicchio anti-paura

Merkel Tsipras

I messaggi ieri da Bruxelles sulla vicenda greca sono essenzialmente quattro. E, come capita quasi sempre con questa Europa dissonante, sono tra loro molto diversi. Il messaggio ai mercati è che il pessimismo è finito, si arriverà a un accordo vero entro fine settimana. Quello che proviene dai governi “euro ortodossi” invece non è cambiato: del nascondino di Tsipras e Varoufakis ne hanno le tasche piene. Quello che manda la Merkel, agli elettori tedeschi e ai parlamentari della sua maggioranza CDU-CSU-SPD (che dovranno votare l’accordo al Bundestag), è che ai greci abbiamo comunque fatto vedere i sorci verdi, ma ora basta, bisogna fare l’accordo e pensare alla nuova Ue del documento dei 5 presidenti, che tutti sanno essere improbabile visto che postula ulteriori cessioni di sovranità che governi ed elettorati respingono, ma è pur sempre una bandiera da sventolare per non ammettere che la Ue è bloccata e impotente. L’ultimo messaggio è quello che Tsipras rivolge ai partiti (dovranno votare in parlamento anche loro) e agli elettori greci: le proposte Ue-Fmi-Bce sono state finalmente abbattute, si resta nell’euro ma alle condizioni di Atene.

Tutti scriveranno della gran virtù della Merkel, che all’ultimo momento mette la mordacchia ai cani del rigore. Ma nel merito a me sembra avere più ragione Tsipras della Merkel. È vero, nell’accordo non si parlerebbe di abbattere quote di debito greco detenute da BCE ed euromembri, traslandole avanti nel tempo e attribuendole all’EFSF. Ma in realtà, se entro fine settimana al Consiglio Europeo dovesse passare l’accordo presentato ieri dai greci, per come è stato descritto è un accordicchio. Non rende assolutamente solvibile la Grecia rispetto alle rate in scadenza nel 2016. Gli concede altri 7 miliardi e rotti per pagare quanto deve ora a FMI e BCE e poco più, gli alza ulteriormente la linea di liquidità straordinaria ELA della BCE per tenere in piedi le banche greche. Ma dopo le elezioni spagnole a novembre saremmo daccapo, e i greci ripresenterebbero l’inevitabilità della ristrutturazione del loro debito.

Tutti scriveranno della gran virtù della Merkel, che all’ultimo momento mette la mordacchia ai cani del rigore. Ma nel merito a me sembra avere più ragione Tsipras della Merkel

Da quel che si è capito sarebbe accolto l’impegno greco di ottenere al più un avanzo primario dell’1% di PIL nel 2015 e del 2% nel 2016, al posto del 3% e del 4,5% dell’ultima richiesta ufficiale della Trojika. Cioè ci sarebbero 10 miliardi di euro di minor miglioramento della finanza pubblica in 2 anni, pari al 5,5% del PIL greco attuale. Salterebbe il no a riassumere 15mila dipendenti pubblici. Non si alzerebbe l’IVA su elettricità e farmaci (e questo è un bene, la richiesta era demenziale), ma la si rimodulerebbero su 3 aliquote rispetto alle attuali. L’avanzo si genererebbe attraverso una sovrattassa alle persone fisiche sopra i 30mila euro di reddito (470 milioni di gettito aggiuntivo in 2 anni) e alle imprese sui profitti oltre 500mila euro ( da cui 1,35 miliardi in 2 anni), e con maggior gettito contributivo dalle aziende per 800 milioni nel 2016 e 350 quest’anno. Tutto da verificare, in un paese in cui anche a maggio il fisco ha raccolto un miliardo in meno del previsto, e la somma delle tasse a ruolo non pagate ha raggiunto l’astronomica cifra di 78 miliardi, pari al 44% del PIL greco attuale. Per dare credibilità a tali proposte, Tsipras ha aggiunto due impegni. Il primo è ad anticipare a gennaio 2016 un’asticella più elevata per i prepensionamenti, ancora consentiti dal lunghissimo regime di attuazione della riforma previdenziale varata nel 2012 dopo quella del 2010. Il secondo è un meccanismo automatico di tagli aggiuntivi qualora l’accordo non funzionasse. Beato chi ci crede, vien da dire.

Come dare allora torto agli esponenti di governo irlandesi, austriaci, finlandesi e lituani che ieri sbuffavano alle agenzie che si erano letteralmente stufati, di far pagare ai loro governi tre volte a settimana i biglietti per aerei e alberghi per meeting straordinari inutili, visto che tanto la Grecia sta ottenendo quel che voleva? La Grecia ha sfidato per 6 mesi l’euroarea: se non ci date retta l’euro si rompe una volta per tutte, la colpa è vostra e molti eurodeboli saranno colpiti dalla speculazione e l’eurocrescita rallenterà. Questa, la loro minaccia. Se l’accordo si fa su queste basi, hanno sostanzialmente vinto. Il che non sarebbe un male, se l’accordo comprendesse almeno una tra due alternative. O rendesse davvero la Grecia solvibile per il futuro: ma non è così. Oppure se l’accordo rimediasse davvero a qualcuno degli errori di fondo dell’euro. Cioè se prevedesse una ristrutturazione del debito greco entro l’euro, e con meccanismi cooperativi. O se contemplasse un primo superamento dell’errore di fondo dell’euro: credere che impegni di finanza pubblica più equilibrata servano da soli a rendere convergente la produttività, in assenza di mercati del lavoro, dei beni e dei servizi realmente comunicanti per equilibrare le differenze di costo e salari.

Come dare allora torto agli esponenti di governo irlandesi, austriaci, finlandesi e lituani che ieri sbuffavano alle agenzie che si erano letteralmente stufati, di far pagare ai loro governi tre volte a settimana i biglietti per aerei e alberghi per meeting straordinari inutili, visto che tanto la Grecia sta ottenendo quel che voleva?

L’accordino sul quale si è detto ai mercati di sperare, mentre i due terzi dei governi dell’euroarea lo considerano una schifezza, non ha nessuna di queste caratteristiche. Non lascia la Grecia libera di non modernizzarsi e di riabbracciare svalutazione e deficit, come aveva scritto Francesco Giavazzi la settimana scorsa. Né dà all’euroarea una solida pietra su cui costruire nuove convergenze. Guadagna sei mesi, come la UE ci ha abituato dal 2008 in avanti. In attesa di tempi migliori.  E piegandosi ai calendari elettorali dei governi in carica, a cominciare oggi da quello spagnolo. Non apre nemmeno alla possibilità di un’uscita temporanea dall’euro, entro una fascia di oscillazione del cambio mentre il paese si ristruttura. Dite che è una gran vittoria della Merkel? Io credo invece apra la porta al fatto che di regole condivise non ce ne sono e che di migliori si è incapaci di farne, ergo vince chi ricatta di più.

Se passa così, spagnoli, portoghesi e irlandesi hanno di che arrabbiarsi come belve. I sacrifici che hanno subito si dimostrano eccessivi, perché non hanno usato l’arma finale della minaccia brandita da Atene. Del resto, ad Atene è nata la civiltà occidentale. Che è costruita non su onore inflessibile agli impegni, ma sull’astuzia di Ulisse. I greci dall’inizio dell’anno hanno portato nell’euroarea, al riparo di ogni uscita dall’euro, circa 25 miliardi delle proprie ricchezze (il calcolo è possibile disaggregando le diverse voci dei flussi tra banche centrali dell’euroarea, registrato dalla piattaforma Target2), cioè il 15% del PIL greco. Non valeva la pena di perdere 6 mesi, per un accordicchio simile. Con un paese che, negli ultimi 30 anni, quasi un anno su due (13 anni, per la precisione) ha avuto spesa pubblica superiore di oltre 10 punti di PIL rispetto alle entrate pubbliche.  Con un paese che prima decide di privatizzare l’aeroporto di Atene potendo incassare lo 0,5% del PIL, e poi per bloccare tutto s’inventa ex post un impianto di trattamento dei rifiuti. Un paese che aggiudica per gara alla società che gestisce l’aeroporto di Francoforte la gestione e modernizzazione di 14 aeroporti regionali greci, incassa 1,2 miliardi, e dopo averli incassati blocca tutto inventandosi che ogni aeroporto dovrà avere un Cda con i sindaci delle città in posizione di controllo e veto. Nulla di tutto ciò è colpa dell’austerity, del FMI, della BCE o della Merkel. In Grecia il parassitismo statalista resta il modello di sviluppo, tutto qui. E in Europa piace ad alcuni, tra i quali l’Italia che nella vicenda greca è stata muta.

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