23 Giugno Giu 2015 1715 23 giugno 2015

«Sofri non doveva rinunciare. L’Italia non accetta chi è stato in carcere»

«Sofri non doveva rinunciare. L’Italia non accetta chi è stato in carcere»

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«Mi dispiace che Sofri abbia rinunciato a partecipare ai tavoli di riforma delle carceri. Era un’opportunità, sia perché ha avuto la “ventura” di conoscere quel mondo sia per dimostrare che quando la pena è espiata si può essere riaccolti nella società». Sergio D’Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino, dirigente dei Radicali Italia, ex esponente di Prima Linea, condannato a 25 anni di reclusione nel 1979 per concorso in omicidio dell’agente Fausto Dionisi, commenta a caldo la rinuncia da parte di Adriano Sofri a partecipare da consulente alla riforma della giustizia del ministro Andrea Orlando. «Adriano ha le spalle robuste per le polemiche» spiega, «ma la sua partecipazione poteva essere d’aiuto per i tanti carcerati ignoti che dopo aver espiato la propria pena vengono marchiati da una sorta di infamia e non vengono riabilitati. Persino chi viene assolto spesso si ritrova una società che continua ad accanirsi contro di lui». 

MESSAGGIO PROMOZIONALE

La polemica sull’ex esponente di Lotta Continua è durata una manciata di ore. Prima la notizia della sua partecipazione come coordinatore di uno dei 18 tavoli tematici istituiti dal ministero della Giustizia nell’ambito degli Stati Generali sull’esecuzione penale, come riportato dal decreto del Guardasigilli del 19 giugno. Poi le polemiche, via twitter da parte del direttore della Stampa Mario Calabresi («Orlando spieghi»), figlio del commissario Luigi. Poi centrodestra, in particolare la Lega Nord e infine i sindacati di polizia. Sofri ha scritto al Foglio i motivi della sua rinuncia, dicendo di averne abbastanza «delle fesserie in genere». A D’Elia capitò una situazione analoga nel 2006, durante il governo Prodi. Eletto con la Rosa nel Pugno alla Camera dei Deputati fu nominato segretario d’Aula a Montecitorio. Il Popolo della Libertà ci costruì una battaglia contro. «Ma io all’epoca non mi dimisi, anche perché intravedevo l’opportunità di quell’incarico, poteva essere un esempio di espiazione della pena e di ritorno legittimo nella società». D’Elia, con Nessuno Tocchi Caino, continua a occuparsi del mondo delle carceri, emergenza che in Italia non cessa nonostante i richiami dell’Unione Europea. 

«Adriano ha le spalle robuste per le polemiche. Ma la sua partecipazione poteva essere d’aiuto per i tanti carcerati ignoti che dopo aver espiato la propria pena vengono marchiati da una sorta di infamia. Persino chi viene assolto si ritrova una società che continua ad accanirsi contro di lui»

«Il problema è il regime italiano» aggiunge D’Elia. «Ho apprezzato quanto detto dal ministro Orlando durante l’incontro con me, Marco Pannella e Rita Bernardini. C’è l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e la stessa comunicazione giornalistica, spesso troppo animata dal giustizialismo o dalle emergenze sulla sicurezza. Non si parla mai dei veri problemi della giustizia in Italia o del mondo delle carceri. Io non credo che gli italiani abbiano un’opinione distorta sull’argomento. Ma se continui a insistere sull’allarme omicidi quando poi si scopre che gli omicidi negli ultimi anni sono diminuiti vuol dire che c’è qualcosa che non funziona». Secondo il segretario di Nessuno Tocchi Caino il problema sul sovraffollamento delle carceri ha una responsabilità soprattutto politica. «C’è un meccanismo tipico in Italia, si lasciano andare avanti le emergenze o meglio non le si risolvono per poi governare, per varare nuove leggi speciali» aggiunge D’Elia. Sofri avrebbe potuto dare una mano? «Sicuramente sì. Perché oltre a essere una persona intelligente conosce bene quel mondo e quei luoghi. Ma credo che potrà portare il suo aiuto allo stesso modo. Ripeto: se non avesse rinunciato avrebbe dimostrato che si può legittimamente essere reinseriti nella società dopo aver regolato i propri conti con la giustizia. Per tanti carcerati ancora adesso non è così». 

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