24 Giugno Giu 2015 0945 24 giugno 2015

Andrea Pezzi: «Io, Mtv, internet e la bellezza delle crisi»

L’intervista

Andrea Pezzi

È stato veejay, conduttore televisivo, autore e oggi è un imprenditore. Ma se chiedete ad Andrea Pezzi di definire se stesso, vi risponderà che si sente un artista: «È la più alta espressione umana, il mio modello - spiega - molto più dell’uomo ricco o di potere. Per me l’artista è la persona che si gioca tutto per realizzare la sua opera d’arte, la sua idea». 

L’idea di Pezzi si chiama The Outplay, fa capo a una holding che si chiama Gagoo, ed è, in poche parole, una piattaforma di distribuzione che permette ai contenuti video, prodotti da editori e non solo, di finire su qualunque sito aderisca al network in base a meccanismi molto flessibili e personalizzabili. Questo consente a tutti i soggetti coinvolti  - chi offre i contenuti, chi li ospita e chi li intermedia - di guadagnare sulla raccolta pubblicitaria legata a quei video: «Prima inchiostro e carta erano inscindibili. Ogni foglio aveva il suo inchiostro e ogni parola stampata viveva solo sul suo foglio.  Col digitale, inchiostro e foglio si separano, diventano due entità distinte. Nessuno se n'è accorto, per anni. Così Google ha usato i contenuti di altri per generare profitti. E i social network sono diventati il più grande editore del mondo senza produrre nemmeno un contenuto. Io sto provando a dare una risposta alternativa, affiancando gli editori nell’evoluzione  del loro modello di business». 
 

È un caso che hai scelto di occuparti di video, Andrea? In fondo è grazie ai videoclip che sei diventato famoso...
È vero: io sono nato col video, per anni è stato il mio pane quotidiano. Oggi, quell’esperienza mi permette anche di lavorare sui contenuti video online che coincidono con il segmento pubblicitario con il più alto tasso di crescita.
 

Com’è cominciata, la tua avventura da veejay di Mtv?
Dopo le superiori non ho avuto la possibilità economica di andare all’università. Ho fatto il raccoglitore di barbabietole, il benzinaio e l'animatore di karaoke per i locali di Lido Adriano, vicino a Ravenna. Con i soldi guadagnati in queste serate, a ventun anni mi sono trasferito a Milano. Di giorno facevo il centralinista a Radio Deejay, di notte provini televisivi. Un giorno Linus mi chiama e mi comunica che purtroppo non poteva farmi un contratto con la radio, ma mi propone di andare a Londra a fare un provino per Mtv.
 

«Io ringrazierò sempre i miei genitori per quello che non mi hanno potuto dare, perché la fame è la vera spinta. Se avessi fallito, del resto, mi aspettava di nuovo la pompa di benzina in provincia di Ravenna»

Prendere o lasciare, insomma
Io ringrazierò sempre i miei genitori per quello che non mi hanno potuto dare, perché la fame è la vera spinta. Se avessi fallito, del resto, mi aspettava di nuovo la pompa di benzina in provincia di Ravenna. Sul pullman che mi portava alla sede di Mtv ero con un fighetto di Milano, che si faceva le canne e sembrava non curarsi di nulla. Lì ho davvero pensato di avere tutte le carte in regola per farcela. Ho studiato tutta la notte per fare ciò che sapevo lui non avrebbe fatto. Lui l’avrebbe buttata su «Io sono un figo, non ho bisogno di prepararmi». Io, invece, avrei portato delle idee per il programma che mi sarebbe piaciuto fare. Si chiamava Hot e, in effetti, l’ho fatto. 
 

Dev'essere una vertigine non da poco, passare dai lidi ravennati a Camden Town in pochi mesi...
Quando mi presero a Mtv, mi dissero anche che avrei avuto dei benefit: budget extra per il vestiario, macchina, partecipazione a eventi esclusivi. Era il paese dei balocchi e tutti ci giocavano. E io ero felicissimo, perché mentre gli altri giocavano, io studiavo. Ho fatto un accordo, con i miei capi: «Quanto costano tutti questi benefit? Non datemeli. Pagatemi un corso di formazione come produttore e regista alla Bbc e offritemi la possibilità di lavorare nel team di Peter Dougherty, che allora era il capo della direzione creativa di Mtv».
 

«Mtv avrebbe potuto giocare un ruolo molto più importante, cavalcare internet, diventare culturalmente dominante nella convergenza rete e tv. Non è andata così purtroppo»

Avranno pensato che eri pazzo…
In effetti, ero diventato «il veejay strano». Tutti mi guardavano come un marziano: uno che rinuncia alle feste, ai vestiti, e va a lavorare in metropolitana. Però per questo sono stato notato dai capi. Così ho avuto l’opportunità di partecipare ad un altro progetto: si chiamava Mtv Style, era un piccolo gruppo che andava dalle aziende a spiegare come comunicare con spot pubblicitari su Mtv per essere più efficaci. Io ero il capo creativo di quel team. È stata un’esperienza importante che in seguito mi ha permesso di fare il consulente di comunicazione per le aziende, iniziando in qualche modo il mio percorso di uscita dalla televisione, che si sarebbe concluso più di dieci anni dopo.
 

Niente feste, niente autista, ma almeno Mtv è stata utile, come scuola?
Mtv come tutte le cose, è stata un'occasione straordinaria. Per chi l’ha saputa sfruttare, ovviamente, non per tutti.

Colpa del paese dei balocchi?
Sì, ma non solo. Mtv avrebbe potuto giocare un ruolo molto più importante, cavalcare internet, diventare culturalmente dominante nella convergenza tra rete e tv. Non è andata così purtroppo.  
 

Il programma più bello che hai fatto per Mtv qual è stato? 
Si chiamava Sushi. Era un talk show sceneggiato, una cosa che non si era mai fatta prima. Noi non potevamo fare a meno di dire quel che il computer aveva già stabilito. Se tu andavi su internet mentre eravamo in onda c'erano già i testi di tutta la puntata. L’obiettivo era dimostrare che gli uomini sono prevedibili. Che la rete ci avrebbe dominato. E poi nell’ultima puntata arriva Fabio Fazio che “mi spegne”, dimostrando che Pezzi non era un personaggio vero, ma finto. Governato da un autore che mi consegnava come fossi un robot a Fabio Fazio per condurre un programma sulla Rai, Serenate, e che io conducevo dicendo che era un gioco, un proseguimento di Sushi.
 

Abbastanza folle, a ripensarci...
Ero pazzo. Io non so se qualcuno ha mai colto le seghe mentali che mi sono fatto in quel periodo.
 

Il Non Giovane, Morgan: non sarai Pippo Baudo o Antonio Ricci, ma qualche personaggio l’hai inventato pure tu...
Ogni personaggio si inventa da solo, in realtà.
 

Però il personaggio Andrea Pezzi è passato in Rai e Mediaset e non ha ripetuto il successo che aveva a Mtv. Cos'è andato storto? 
Al contrario: è andata molto bene. Quando sono andato su Italia1 era solo per dimostrare ai miei ex capi di Mtv che tipo di televisione avrei voluto fare. Con 2008, il programma che feci per Mediaset, siamo stati antesignani e portammo le scommesse e gli sms in televisione, in tempo reale, facendo un accordo con tutti gli operatori di telefonia mobile. Tu scommettevi mandando un sms e guadagnavi una ricarica.

Perché si chiamava 2008?
Perché nel 2008 avevo promesso a me stesso che avrei smesso di fare televisione. E in effetti è successo esattamente quell'anno.
 

E in mezzo?
Dopo Serenate e 2008 ho fatto un programma con Minoli, che ho sempre stimato molto. Si chiamava Internet Café e andava in onda di notte. Poi ho fatto quello che, assieme a Sushi, è stato il mio miglior programma.
 

Parli de il Tornasole?
Per me era un capolavoro, la televisione che vorrei vedere io. Era il secondo programma più visto della seconda serata della Rai, nonostante parlasse di filosofia.
 

C’era Adinolfi con te. Hai inventato pure lui…
Mario Adinolfi è il prodotto di se stesso, la persona è molto più dolce e malleabile di come si sforzi di apparire.
 

Perché secondo te il Tornasole era un capolavoro?
Era una televisione che non parla di attualità. Noi volevamo raccontare i processi causali dell’informazione. Ricordo una puntata che finiva con una bellissima frase del surrealismo inglese, che allora fu recitata da Vittorio Feltri, che dimostrava che l’Italia aveva perso la guerra. E, di conseguenza, dimostrava come ogni pretesa di sovranità, di controllo del processo democratico in Italia fosse del tutto surreale. Era un tentativo alto di far passare dei messaggi. 

«Il mio primo tentativo di impresa non è fallito, ma l’azienda è stata messa in liquidazione, ha pagato i suoi debiti con risorse mie personali e ha comunque generato degli asset di valore»

Eri diventato adulto, con quel programma?
Guarda che io non sono mai stato giovanilista. Anzi, ora che ci penso: forse lo sono sempre stato. Ho invitato personaggi come Feltri, De Bortoli, ma erano decontestualizzati. Parlavano di surrealisti, di sessantottini da rottamare - benzinai ante litteram - per tornare a prendere esempio dai nonni. Ero giovanilista nel senso che i miei programmi erano basati su delle tesi, volevano offrire  una visione del mondo, caratteristica che connatura tutte le opere giovanili. Oggi sono ancora così. Sto facendo un'impresa per fare la stessa cosa. Ero un conduttore, un autore, oggi sono l’imprenditore. Ma l'ho sempre fatto pensando di essere un’artista. 

Paradossalmente, la cosa che ti ha dato più popolarità però è stato il gossip. In particolare, la storia con Claudia Pandolfi: lei che scappa in viaggio di nozze dal marito appena sposato, per stare con te...
Mi ha dato una popolarità che mai avrei immaginato di avere e che non mi rappresentava. Mi diedero del rovina famiglie. Non lo ero e non lo sono. Sono un ragazzo fedele, ho una compagna da nove anni. 
 

Oggi sei un imprenditore, ma anche qui ci sei arrivato dopo un fallimento un bel po’ chiacchierato…
Se il primo tentativo è stato chiacchierato questo è avvenuto perché chi ne ha parlato e scritto non si è documentato a fondo. Il mio primo tentativo di impresa non è fallito, ma l’azienda è stata messa in liquidazione, ha pagato i suoi debiti con risorse mie personali e ha comunque generato degli asset di valore che ancora oggi uso nella nuova impresa.

MESSAGGIO PROMOZIONALE

Ci spieghi allora come è andata davvero?

È andata così: nel 2005 capisco che il video è il contenuto principe. Vado da un importante operatore televisivo e gli dico che voglio fare una televisione che sia una “snack tv”, con contenuti veloci e brevi. Mi capiscono al volo e mi firmano una lettera di intenti per sviluppare il progetto. Io decido di fare l’enciclopedia Ovo, pensando che se faccio la partita della sera prima, dopo poche ore non interesserà più a nessuno. Torno con il progetto e piace. Mi dicono che ne finanziano un pezzo e di trovare altri partner. Così faccio e qui, per ingenuità, sottovaluto gli equilibri tra i partner che metto insieme e mi trovo in mezzo a uno scontro.

 

È qui che Ovo va in liquidazione?
Di sicuro ne complica lo sviluppo. In aggiunta, quando trovo un nuovo socio alternativo per uscire dall’empasse creatasi, c'è il crollo dei mercati del 2008. Lì decido di mettere in liquidazione la società. Però al progetto ci credevo ancora moltissimo e chiedo ai soci di potermi comprare gli asset creati fino a quel momento. Quello è stato il pezzo di storia che alcuni giornali e operatori hanno tradotto con “Pezzi è fallito”. Non è così, né tecnicamente né nella sostanza. La società non è fallita ma è stata liquidata. Con i miei risparmi mi sono ricomprato gli asset e sono ripartito. 
 

«A me piacciono le crisi, perché ti fanno stare con i piedi per terra. Che poi quella del 2008 non è stata nemmeno una crisi, ma un ritorno alla realtà»

E poi?
Poi ho implementato il progetto, quello nato nella mia testa nel 2005.  Ho presentato un piano industriale che diceva che ce l’avrei fatta con 12 milioni. Ce l'ho fatta con sette. E ora sono qui. L’ho fatto crescere, con il mio team, e oggi si chiama Gagoo, la holding che controlla TheOutplay e Ovo.com, oltre a Dataintell. E’ stato un percorso davvero difficile che però sono felice di aver fatto perché credo che nella vita quello che non t’ammazza ti rafforza, e certamente nel 2004 non ero quello che sono oggi, né come uomo né come imprenditore. Oggi non rifarei alcune leggerezze, sono più preparato a difendermi anche se non ho sviluppato un approccio offensivo, perché poi la natura delle persone non la cambi.
 

Prima hai detto che avevi deciso di smettere di fare televisione nel 2008. Forse però iniziare a fare l’imprenditore nell’anno in cui è iniziata la crisi non è stata una grande idea...
Se fai una start up e crolla tutto, felice non sei. Io sono stato piuttosto sfortunato in questo: ho fatto un progetto nel 2001 quando sono cadute le torri e una nel 2008 quando è caduta Wall Street.  Però, detto questo, a me piacciono le crisi, perché ti fanno stare con i piedi per terra. Che poi quella del 2008 non è stata nemmeno una crisi. 
 

Cosa allora?
Un ritorno alla realtà. Prima abbiamo vissuto per anni sopra le nostre possibilità. Eravamo dei pazzi, fuori da ogni logica da buon padre di famiglia. Non è che siamo più poveri, ora. È che diamo alle cose il giusto valore. Prima della crisi io prendevo 25 milioni di lire per andare in discoteca la sera e dire due stronzate. Oggi non è più possibile? Meno male!

Dopo il veejay strano e l'imprenditore strano, non diventerai anche il politico strano?
La politica è una cosa che non farei mai in Italia, perché in Italia non è la politica che cambia le cose, semplicemente perché non decide nulla che non sia già stato deciso altrove. A parte poche eccezioni, ho l’impressione che i politici italiani o sono poco preparati o sono in malafede, o è gente che non ha trovato un’altra strada. Farei politica in Inghilterra o in America, non certo in Italia.  
 

Sembra di sentir parlare Beppe Grillo. Ti piace?
Grillo è uno molto bravo nella comunicazione, la dimostrazione plastica che la politica è il luogo espressivo di sociologie. Anche simpatiche, intendiamoci. Io guardo con simpatia il Movimento Cinque Stelle. Ma anche Renzi è simpatico. 

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