3 Luglio Lug 2015 1800 03 luglio 2015

Malika Ayane: “Sogno di vendere 10mila copie in ogni Paese del mondo”

Malika Ayane: “Sogno di vendere 10mila copie in ogni Paese del mondo”

Foto Malika3

Difficile, solitamente, migliorare se stessi. Ma a volte l’estro del pittore non si esaurisce in un solo dipinto e dà vita a una nuova meraviglia. Forse è per questo che Malika Ayane ha intitolato Naif il suo ultimo disco, diverso dal precedente Ricreazione e ancora più “incuriosente”. Testi che si fissano nella mente come fossero pietre dure, arrangiamenti variegati e mai fin troppo fedeli a una stucchevole etichetta. E quella timbrica ormai inconfondibile a fare il resto. Un album meticcio, come la nostra chiacchierata che guarda al passato senza perdere di vista il futuro: ne esce un ritratto altrettanto naif, tra musica e televisione, cinema e web, politica e rinnovate speranze sul ruolo della donna nella nostra società. Malika, che in autunno inaugurerà la sua tournée nei teatri, loda Lady Gaga e cita Steve McQueen...
 

Naif è un album meticcio dal punto di vista sonoro, degli arrangiamenti. Elemento cardine, tuttavia, sembra essere il tempo. Da Nostalgico Presente a quel reiterato “tempo” di Senza Fare Sul Serio, passando per Lentissimo e Dimentica Domani. Il tempo è la tua dannazione anche nella vita di tutti i giorni?
Nulla accade per caso. Con Naif mi sono resa conto della finitezza del tempo che abbiamo a disposizione. Come diceva Steve McQueen – e di questo ho sempre avuto grande consapevolezza – “Quando si corre, è vita. Tutto quanto accade prima o dopo è solo attesa”. Nel disco convivono le due anime di tempo musicale e tempo cronologico, la mia volontà era quella di mettere insieme stili meticci, di mescolare ritmi diversi tra loro nel tempo e nello spazio e rivestirli, infine, di un’unica linea guida: il nostro tempo.

Nel videoclip di Senza Fare Sul Serio, tra l’altro molto bello, colpisce quel primissimo piano del tuo apparecchio. Inviti, così, il tuo pubblico a non dar troppo peso all’immagine, ma semplicemente alla musica?
È così, ma solo in superficie. L’immagine ha un peso, nella mia adolescenza sono passata da piercing a tatuaggi senza soluzione di continuità, ma l’apparecchio visto così mi sembrava un’espressione quasi punk...

.. addirittura?
Sì, è un’immagine forte, positiva, ma non volgare. Ho sempre pensato che l’apparecchio fosse un elemento di grande forza espressiva: a suo modo ha rafforzato la mia immagine. Sai cosa penso? Mi stupisce che si dia così tanta importanza a questo e poco a quelli che si rifanno la faccia e pure male. È quantomeno curioso...

Sul set com’è il rapporto con Federico Brugia (il marito, ndr.)? C’è sempre un pacifico e costruttivo scambio di idee?
Partiamo da un presupposto. Una coppia deve vivere di relazioni costanti, scambi di idee, conflitti e soluzioni. Lui sa sempre guidarmi, consigliarmi, ma non esiste uno che dà ordini e un altro che li esegue: già prima di sposarci avevamo il desiderio di perderci dentro delle idee, di rispettare il lavoro altrui. A me piace come dirige, ha sempre chiaro il quadro della situazione, è stupendo lavorare insieme.

«“Quando si corre, è vita. Tutto quanto accade prima o dopo è solo attesa”. Nel disco convivono le due anime di tempo musicale e tempo cronologico, la mia volontà era quella di mettere insieme stili meticci»

Fabi-Silvestri-Gazzè prima, Baglioni-Morandi poi. Al Roxy Bar tu hai messo in scena un bel duetto con Paola Turci: hai mai pensato a una tournée “allargata”, oppure ti ritieni battitore libero?
Per carità! (ride) Quando ci troviamo sul palco siamo tantissimi, ogni musicista ha un ruolo definito, importante. Tornando ai nomi che hai citato, credo si tratti di artisti con una lunga esperienza alle spalle e sulle spalle, capaci di mietere successi alti singolarmente. Io, e non si tratta di falsa modestia, non credo di essere ancora pronta per un percorso del genere.

In autunno un lunghissimo tour nei teatri: sono ancora questi i luoghi più adatti alla musica? O, forse, sono gli unici esistenti in Italia?
Ormai sono davvero pochi concerti i concerti che “suonano” bene. Trovo, ad esempio, che Lady Gaga sia bravissima dal vivo, la popstar più brava che ci sia. Peccato che ultimamente non venga sostenuta come agli esordi, sarà anche per via della collaborazione con Tony Bennett. Per il resto, riguardo la dimensione live, non ho troppa puzza sotto il naso: recentemente sono stata al Carroponte, ospite di Fedez, ho apprezzato tanto l’atmosfera del backstage, delle prove, della possibilità di alzare la testa e guardare il cielo. Suonare dal vivo dà maggiore libertà, dona un’energia speciale, impagabile. Insomma, non è un dramma se il suono è un po’ meno buono rispetto a un concerto teatrale.

L’ultima edizione di Amici ti ha visto tra gli ospiti. L’anno scorso mi avevi parlato benissimo dei Dear Jack, ora che mi dici dei The Kolors? Sembra quasi che il pubblico abbia voglia di band...
Avevo detto che la vittoria di una band rappresentasse un bel messaggio e che le band sarebbero tornate a fare furore. Conoscevo già i The Kolors per averli sentiti dal vivo in alcuni locali milanesi, in tv ho avuto la conferma del loro talento. Il mezzo televisivo è perfetto per arrivare alla gente, ma bisogna lavorare molto nel privato, in studio. Trovo che il successo delle band non sia casuale, sia quello di gruppi usciti dai talent show come i Dear Jack che quello di artisti che hanno fatto un percorso fuori dalla tv come i Negramaro: quando sono arrivata io, eravamo solo cantanti femmine, ora tocca ai gruppi..

MESSAGGIO PROMOZIONALE

Sempre un anno fa mi avevi detto: “La costruzione di un album è un processo che ti svuota, che ti sfinisce...”. Adesso come ricarichi le batterie per il tour?
Naif non mi ha dato il tempo di fermarmi: è un disco che ha avuto un processo molto lungo, ma assai concentrato, calcola che a gennaio avevo già il master in mano. Ora sarà bello fermarsi un po’ e metter insieme tutte le idee che ho avuto, sarà una bella sfida quella di applicare l’elettronica ad una dimensione teatrale. Posso anticiparti che proveremo a smontare i singoli brani, per dar loro una luce nuova, ma sarà tutto tranne che un concerto elettronico.

«Mi piacerebbe realizzare un format tv per i ragazzini di 10-12 anni, la stessa età di mia figlia. La prima infanzia è già abbastanza sotto i riflettori del piccolo schermo, mentre quelli più grandicelli vengono un po’ messi da parte»

In Cosa Che Ho Capito Di Me, la mia preferita, canti “...chi torna indietro forse porta novità...”. Secondo te può un ragionamento del genere può valere anche in politica?
Provo a darti una riposta intelligente quanto la domanda. L’atteggiamento generale è spesso quello di considerare un fallimento il momento in cui decidi di tornare indietro. Invece aiuta a capire, perché per "tornare" devi per forza essere stato da un’altra parte. Riguarda l’arte, la politica, il quotidiano. Se torni indietro è perché sei andato molto avanti, forse troppo: le nuove esperienze ti appagano e ti consumano, perché sono loro stesse a consumarsi. Così senti il bisogno di cambiare aria, di guardare al tuo personale passato, per ripartire con maggiore consapevolezza.

Su Youtube il making of del disco (diviso in tre parti), poi ottime esperienze da narratrice radiofonica. Se domattina potessi scegliere, ti concentreresti su un progetto televisivo o cinematografico?
Uffa! (ride) Mi piacerebbe fare di tutto. Lavorare al cinema è una cosa che immagino da sempre, ripetere l’esperienza radiofonica mi darebbe tanto entusiasmo. Non ti nascondo che mi piacerebbe realizzare un format tv per i ragazzini di 10-12 anni, la stessa età di mia figlia. La prima infanzia è già abbastanza sotto i riflettori del piccolo schermo, mentre quelli più grandicelli vengono un po’ messi da parte. Ci vorrebbe un contenitore capace di guidare quella fascia di età, qualcosa e qualcuno che accompagni i ragazzini nella comprensione dei contenuti di oggi e nella riscoperta di quelli del passato.

Un ritorno alla tv didascalica?
Forse. Pensaci, sarebbe una fresca rivoluzione. Secondo me occorre avvicinare i più piccoli ai grandi esempi del passato, costruendo un talk show in cui si discuta di qualcosa che loro conoscono pochissimo o per niente.

Ultime due curiosità. Ricreazione (il precedente album, ndr.) è stato pubblicato anche in Giappone. Quale deriva internazionale sceglieresti o ti augureresti per Naif?
Un sogno piccolo e, insieme, gigantesco, sarebbe fare come Devendra Banhart: riuscire a vendere 10.000 copie in ogni paese del mondo. Sarebbe il modo perfetto per viaggiare, conoscere usi e costumi di popolazioni lontane, arricchirsi artisticamente e umanamente. Senza dubbio, l’ambizione massima per ogni artista.

Chiudo. Sei ambasciatrice Oxfam, sostieni la campagna “Sfido la fame” che ha – a sua volta - l’obiettivo di rafforzare il ruolo della donna del nostro tempo. Credo sia più difficile essere donna oggi, rispetto a 30 o 40 anni fa, perché da voi ci si aspetta sempre di più. Che ne pensi?
Ci si aspetta il massimo, così come dagli uomini. D’altro canto, è pur vero che determinate abitudini fanno fatica ad essere sradicate. Viaggio molto per lavoro, spesso mi chiedono: “Tua figlia vive con te?”. Beh, se fossi un padre, nessuno mi farebbe questa domanda. Credo sia possibile fare l’artista, andare in giro e, contemporaneamente, essere una madre felice e una donna soddisfatta. Sai che c’è? Ho sempre mal sopportato i pregiudizi.

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