5 Luglio Lug 2015 1500 05 luglio 2015

La leggenda dei pirati nel Mediterraneo

La leggenda dei pirati nel Mediterraneo

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I corsari barbareschi erano marinai musulmani che, al soldo dell'Impero Ottomano, attaccavano le imbarcazioni europee al fine di saccheggiarle e distruggerle, lungo le rotte nel mar Mediterraneo.

Venivano definiti “pirati” scorrettamente visto che non razziavano per scopo di lucro privato e non attaccavano qualsiasi mercantile, ma solo su mandato più o meno esplicito delle autorità ottomane e con obiettivi ben definiti.

Salpavano da Tunisi, Tripoli e Tangeri e vennero definitivamente cancellati dal mare all'inizio dell'800, quando nel 1816 la marina militare britannica distrusse il porto di Algeri, affondando l'intera flotta e, quindici anni più tardi, quando la Francia invase l'Algeria.

Da allora non dovrebbero più esserci pirati in circolazione nel Mediterraneo.

Il 26 maggio del 2015, Wikileaks carica due documenti riservati dell'Unione Europea, datati 18 maggio e classificati EU RESTRICTED – il primo dei “livelli rossi” di riservatezza della UE – nei quali vertici militari e dei ministeri della difesa dei 28 Paesi che costituiscono l'Unione concordano una strategia per arginare il traffico di essere umani nel Mediterraneo.

Il piano prevede di usare contro gli scafisti del canale di Sicilia le stesse tecniche e i mezzi che dal 2008 sono stati messi in campo lungo le coste della Somalia, con la missione diplomatico-militare EU NAVFOR Somalia, al fine di arginare i fenomeni di pirateria nel mar Rosso e nel golfo di Aden contro navi mercantili private e contro quelle incaricate di portare aiuti alimentari nel Corno d'Africa.

L'Unione Europea vuole riproporre a largo della Libia le stesse tecniche utilizzate con i pirati in Somalia

Nei documenti la parola “pirateria” non viene mai utilizzata ma i richiami e le somiglianze con l'Operazione Atlanta somala sono molte.

Chi invece usa senza remore la parola “pirati” con riferimento al Mediterraneo, è il Ministero della Difesa italiano. Fra l'11 e il 18 giugno del 2010, nove mesi prima dello scoppio delle primavere arabe sulle coste del nord Africa e del verificarsi dell'instabilità nell'area, veniva lanciata un'esercitazione multinazionale ed interforze denominata “Canale 10” o “Canale 2010”, per promuovere la cooperazione e la sicurezza nel Mediterraneo fra i paesi del gruppo “5+5”: Italia, Malta, Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Tunisia, Mauritania, Algeria e Libia.

Nei comunicati stampa dell'epoca rilasciati da Palazzo Baracchini – sede del ministero – si legge esplicitamente che la simulazione prevederà uno scenario di assalto da parte di pirati nei confronti di una nave mercantile.

L'esercitazione "Canale 10" del Ministero della Difesa simulava un attacco di pirateria a un mercantile

A oggi c'è molta preoccupazione negli ambienti dell'intelligence militare per via del rafforzamento dell'Isis in Libia e di altri gruppi autoproclamatisi affiliati al Califfato, che potrebbero essere tentati dallo sfruttare le conoscenze dei trafficanti di uomini lungo le rotte migratorie, per rispolverare l'antica pratica dell'assalto predatorio alle imbarcazioni.

Proprio a febbraio di quest'anno nella città costiera libica di Sirte – dove morì Gheddafi – veniva issata la bandiera nera dello Stato islamico da parte di miliziani del gruppo Ansar al-Sharia, alleati per l'occasione con ex membri dell'esercito lealista del Ra'is.

Negli stessi giorni, la testata britannica Daily Mail citava fonti interne all'intelligence italiana che parlavano di terroristi che, proprio attraverso il controllo capillare di alcuni porti, sarebbero stati pronti ad effettuare atti di pirateria nelle acque europee per finanziarsi, attraverso attacchi mirati con piccole barche di velocità contro pescherecci o navi da crociera. Uno dei pericoli che veniva paventato era la cattura di ostaggi al fine di chiedere riscatti alle famiglie e agli Stati di provenienza.

Sempre il Daily Mail parlava di barconi carichi di migranti che potrebbero essere utilizzati per far raggiungere a terroristi kamikaze le coste dell'Europa meridionale, un allarme che negli ultimi mesi è stato fatto oggetto di campagne stampa da parte di vari media nazionali e stranieri, spesso a sproposito o con toni eccessivi.

Le forze militari e la Guardia Costiera dunque si preparano da anni a una possibile “somalizzazione” del Mediterraneo, eppure i dati materiali di cui si dispone sugli assalti non sembrano indicare in questa direzione: nell'ultimo report dell'International Maritime Bureau – dipartimento della Camera del Commercio Internazionale, dedito a monitorare e combattere i crimini marittimi e le frodi commerciali – sono censiti tutti i casi di attacchi a imbarcazioni nel periodo gennaio-dicembre 2014 a livello globale, differenziati per tipologia e localizzazione geografica.

L'intelligence parla di rischi elevati ma l'ultimo caso di pirateria nel Mediterraneo risale al 2011

Nel nostro mare, il dato per l'anno scorso è zero, contrapposto ai 100 dell'Indonesia – che domina questa nefasta classifica –, i 24 per la Malaysia – dove peraltro ha sede l'IMB, a Kuala Lumpur – e in terza posizione i 21 casi del Bangladesh. Per risalire all' ultimo evento di pirateria riconosciuta e come tale denunciata nel Mediterraneo bisogna tornare al 2011. Questo nonostante le imbarcazioni italiane ed europee non siano necessariamente le più sicure quando solcano acque internazionali in altri mari o oceani: nello stesso report dal titolo Piracy and armed robbery against ships viene mostrato come oltre lo stretto di Gibilterra e il canale di Suez, solo nel 2014, siano state colpite 8 navi italiane.

Questa distanza fra dati di cui si dispone e narrazione talvolta allarmista non aiuta la comprensione del fenomeno.

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