16 Luglio Lug 2015 1030 16 luglio 2015

Se non ci fosse stato Draghi, oggi non esisterebbe più l’Euro

Se non ci fosse stato Draghi, oggi non esisterebbe più l’Euro

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La storia non si fa con i se. Qui, tuttavia, non abbiamo ambizioni tanto alte, per cui ci limitiamo a narrare gli eventi uno dopo l’altro per vedere come le scelte delle singole persone siano state decisive per la realizzazione di un progetto. Facciamo un passo indietro nella storia e torniamo all’estate 2011. Il chairman della Banca centrale europea (Bce) Jean-Claude Trichet è prossimo al termine del mandato che scade il 31 ottobre. Sono in gara per la successione il tedesco Axel Weber, presidente della Bundesbank e Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia.

Draghi è un maestro nell’arte della diplomazia, ha imparato con l’allora ministro Paolo Cirino Pomicino, si è confrontato con controparti del calibro di Amato, Barucci, Ciampi, Dini, Visco

Draghi parte svantaggiato perchè proveniente da un Paese del sud Europa, dove l’ortodossia monetaria e la battaglia contro l’inflazione sono molto meno sentite che in Germania. Per sua fortuna, Axel Weber si brucia da solo con delle uscite stravaganti che lo mettono in cattiva luce agli occhi degli osservatori internazionali. Nell’agosto 2011 Weber, intervistato da Bloomberg News, dice che per un banchiere centrale essere diplomatici «non è così importante». Affermazione quantomeno improvvida: mettere d’accordo diciannove Paesi europei per una politica monetaria comune è un’opera titanica ed è difficile riuscirci senza maneggiare l’arte della diplomazia. In questo Draghi era ed è un maestro: direttore generale del Tesoro - ministro Guido Carli - nei primi anni Novanta, imparò l’arte del possibile con il ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino, capo supremo del “partito della spesa” e negli anni successivi – restò dg del Tesoro fino al 2001 – si confrontò con controparti del calibro di Amato, Barucci, Ciampi, Dini, Visco (Vincenzo). Tutta esperienza.

Weber prende poi una posizione molto dura e netta contro il progetto della Bce diretto ad acquistare titoli di stato sul mercato secondario - quelle che in gergo vengono oggi chiamate Omt, Outright Monetary Transaction - per mitigare il malfunzionamento della catena di trasmissione di politica monetaria, che aveva portato alle stelle gli spread di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna.

Inoltre Weber dichiara pubblicamente di non aver ottenuto il supporto necessario per la sua visione di politica monetaria nell’Eurozona. Forte del fatto che, come ebbe a dire Jacques Delors, «Non tutti i tedeschi credono in Dio, ma tutti credono nella Bundesbank», Weber era dell’idea che solo la banca centrale tedesca dovesse avere l’ultima parola con l’obiettivo di avere una politica monetaria ortodossa, inflessibile contro l’inflazione, anche se non se ne vede l’ombra. In polemica con la Merkel, il 10 febbraio Weber annunciò le sue dimissioni dalla Bundesbank. Al suo posto venne nominato Jens Weidmann, molto vicino cancelliera.

Se oggi al posto di Mario Draghi ci fosse stato Axel Weber al vertice della Bce, di certo non avrebbe pronunciato quel «whatever it takes»

Draghi, quindi, si trovò nella primavera 2011 senza veri competitori e venne prescelto per la carica di presidente della Bce. Se oggi al suo posto ci fosse stato Axel Weber al vertice della Bce, staremmo ancora parlando dell’Euro? Di certo, Weber non avrebbe pronunciato quel «whatever it takes» che, il 26 luglio del 2012, invertì le aspettative sul break-out dell’euro. Secondo le ricostruzioni del Wall Street Journal, quel giorno a Londra Draghi parlò senza informare i banchieri centrali nazionali europei ma, paventando la reazione della Bundesbank, chiese il supporto alla cancelliera Angela Merkel e al presidente francese François Hollande. Non a caso, il giorno seguente Weidmann definì il piano di Draghi «problematico», una via non adeguata per risolvere la crisi. Sia Schäuble che la Merkel difesero l’operato di Draghi. Nelle parole del WSJ, «Berlino ha rotto con la Bundesbank, Mr. Draghi aveva le coperture che chiedeva». 

MESSAGGIO PROMOZIONALE

In queste ultime negoziazioni a Bruxelles per il salvataggio della Grecia, abbiamo letto le indiscrezioni sulla tenace presa di posizione di Draghi, secondo cui la Grecia potrebbe tornare solvibile. Lo “scambio di vedute” ha visto la risposta del ministro della finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, deciso a insistere sulla mancanza di fiducia verso i greci: «Tsipras è stato scorretto, si è mangiato 40 miliardi in pochi mesi e ora gliene dovremmo dare 80 in bianco? Ci deve dare garanzie serie, altrimenti proponiamo una uscita della Grecia dall’euro a tempo, per cinque anni». Come se poi fosse facile rientrare. Draghi, ben consapevole che un mancato accordo avrebbe significato la perdita secca di 89 miliardi dell’Emergency Liquidity Assistance (Ela) e i rischi enormi di contagio – ha cercato di mettere sul tavolo un po’ di razionalità. Al che Schaeuble, offeso per l’atteggiamento di superiorità di Draghi, avrebbe risposto con l'ormai celebre «don’t take me for a fool», non prendermi per uno stupido.

Weber avrebbe risposto per le rime a Schäuble? Improbabile. Avrebbe prolungato il finanziamento d’emergenza che prevede come conditio sine qua non la solvibilità del Paese debitore? Difficile

Weber avrebbe risposto per le rime a Schäuble? Improbabile. Avrebbe prolungato il finanziamento d’emergenza Ela che prevede come conditio sine qua non la solvibilità del Paese debitore? Difficile. Una volta nominato, avrebbe favorito – come ha fatto Draghi – l’immediato ribasso dei tassi di interesse ufficiali, più precisamente, due volte, nel giro di un mese tra novembre e dicembre del 2011, ogni volta con un taglio dello 0,25 per cento?

Prima di partire per Francoforte sul Meno, sede della Bce, Draghi sentì il bisogno di rendere ancora una volta onore al governatore della Vigilanza, Paolo Baffi. Nell’intervento del giugno 2011 all’Accademia dei Lincei, disse: «Il fatto che la legge sancisca, come oggi avviene in ambito europeo, l’autonomia della Banca centrale non è tutto, per essere piena e operante, l’autonomia abbisogna di un retroterra culturale e morale che si chiama indipendenza di giudizio, rigore analitico, impegno civile». Queste le qualità tramandate da Baffi a Draghi, il quale nei consessi internazionali, davanti ai falchi della Bundesbank, spesso ottusi e senza senso storico, ha buon gioco nel far prevalere le qualità del civil servant, cresciuto in quella straordinaria pepinière de grands commis che è la Banca d’Italia.

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