17 Luglio Lug 2015 1415 17 luglio 2015

Lo stupefacente business della cannabis legale cambierà l’Italia

droghe leggere

Colorado Marijuana Despensary

Che la proposta di legge sulla legalizzazione della marijuana presentata nei giorni scorsi dall’“Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis” riesca a passare entro la fine della legislatura è tutto da vedere. Ma se l’impresa dell’intergruppo dovesse riuscire, sulla scorta delle 218 firme raccolte tra deputati e senatori, come cambierebbe il paesaggio italiano, tra negozi, turismo, serre e attività collegate? Sulla base dell’esperienza degli Stati Usa in cui la legalizzazione per scopi ricreativi è già passata e basandosi su quanto scritto nella proposta di legge, qualche ipotesi si può avanzare. 

Un negozio tutto nuovo

Il testo della proposta di legge italiana dice che «l’Agenzia delle dogane e dei monopoli può autorizzare la vendita al dettaglio della cannabis e dei suoi derivati a persone maggiorenni, in esercizi commerciali destinati esclusivamente a tale attività». Sembra quindi escluso che la vendita possa avvenire in farmacie o parafararmacie o nei corner dei supermercati e ipermercati in cui si commercializzano farmaci da banco. Né potrebbero esserci dei tabaccai che estendono la propria attività includendo la vendita di cannabis.   

Sembra anche escluso il modello olandese dei coffee shop, perché la proposta di legge dice che «è vietato fumare derivati della cannabis negli spazi pubblici o aperti al pubblico e nei luoghi di lavoro pubblici e privati». Tuttavia, il divieto potrebbe non essere applicato a locali appositamente istituiti: «La nostra legge non prevede esplicitamente i coffee shop, ma non esclude i locali che vendono e consentono di fumare all’interno esclusivamente cannabis e comunque vietati ai minori», dice a Linkiesta Benedetto Della Vedova, coordinatore dell’intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis. 

I negozi potranno vendere solo marijuana e prodotti derivati. Sono esclusi dalla vendita sia le farmacie sia (probabilmente) i coffee shop sul modello olandese

Si creeranno quindi dei negozi ad hoc, che per aprire dovranno attendere l’autorizzazione dell’Agenzia dei monopoli. L’esperienza del Colorado, Stati Uniti, suggerisce che queste attività commerciali potranno essere soggette a una serie di regolamentazioni molto stringenti. Una su tutte: ogni stanza che contiene piante di marijuana, quindi anche i magazzini, in Colorado deve avere una videocamera funzionante, per evitare qualsiasi tipo di trafugamento verso il settore illegale. Per lo stesso motivo, ogni pianta e poi confezione deve avere una etichetta Rfid che certifichi gli spostamenti.

Una dispensary per la vendita di marijuana a scopo medicale, a Los Angeles (David McNew/Getty Images)

A Denver e dintorni buona parte degli oltre 500 dispensary (una specie di farmacie) autorizzati a vendere marijuana per finalità terapeutiche hanno aperto dei banchi separati, anche legalmente, per vendere cannabis a scopo ricreativo. Questa situazione sembra però esclusa nel caso italiano: nell’interpretazione autentica che dà Della Vedova, lo scopo è quello di avere locali completamente separati in cui potersi assicurare che non entrino minorenni. È quindi esclusa anche la consegna a domicilio, attuata negli Usa da società come GreenRush. 

Pubblicità

Nella proposta di legge italiana si vieta esplicitamente qualsiasi tipo di pubblicità per la vendita di marijuana e derivati. È però prevista una clausola di salvaguardia per le opere dell’ingegno non destinate alla pubblicità e tutelate dalla legge sul diritto d’autore. Cosa potrebbe succedere è suggerito ancora una volta dal caso del Colorado: non essendo possibile fare pubblicità sulle tv e su tutti i media dove è prevedibile un’audience alta di minorenni, la comunicazione è demandata soprattutto ai negozi. Ci sono quindi insegne spesso vistose. Inoltre, diventa cruciale la location: particolarmente appettibili sono i negozi sulle grandi arterie viabilistiche. 

L’esterno appariscente di una “dispensary” in Colorado

I limiti delle città

Molte città del Colorado hanno deliberato dei divieti alla vendita di cannabis e prodotti derivati. In alcuni casi i divieti sono stati ritirati, come nel caso della cittadina di Parachute, che si trova tra due paesi in cui il commercio è autorizzato. Tali limiti sono ipotizzabili anche in Italia? «Mi sembra difficile, come non è possibile che una regione oggi possa vietare la vendita di tabacco», risponde Della Vedova. Il Titolo V della Costituzione non prevede il commercio tra le attività di competenza statale. Le regioni e i comuni potrebbero quindi porre dei limiti orari o prevedere che i negozi non possano essere aperti vicino alle scuole o nei centri storici, come è avvenuto in molti casi per le attività di gioco d’azzardo. Come per le slot machine, la parola spetterebbe presto ai Tar. 

Tasse alle stelle

Molte città del Colorado hanno messo dei divieti alla vendita di cannabis e prodotti derivati. Potrebbe succedere anche in Italia? 

Le tasse in Colorado sono molto alte: il 25% sulle vendite (15% accise e 10% di “sales tax”) per quanto riguarda la marijuana ricreativa, a cui si aggiungono il 2,9% di tasse statali e le addizionali comunali (a Denver sono pari al 7,32% per la marijuana ricreativa e al 3,62% per quella terapeutica). Le tasse alte sono uno dei motivi, uniti agli alti costi di logistica e alle difficoltà di accesso al credito, per cui i margini per i rivenditori sono stati più bassi di quanto molti si attendessero. 

C’è comunque dibattito, a causa dei rimborsi delle tasse che sono stati considerati eccessivi e hanno abbassato le imposte effettivamente riscosse a 44 milioni di dollari nell’anno terminante a giugno 2015, invece dei 100 milioni preventivati. Nello Stato di Washington, invece, sono stati raccolti 65 milioni di dollari dalle vendite di cannabis per scopi ricreativi, su 260 milioni di fatturato complessivo. 

In Italia il sistema di accise dovrebbe essere strutturato sul modello di quello applicato al tabacco

Una canna per le scuole 

In Colorado i primi 40 milioni di euro di tasse sono stati destinati a sistemare le scuole pubbliche

Uno degli espedienti utilizzati per portare l’opinione pubblica verso una maggiore accettazione della vendita di marijuana è stato quello di destinare i proventi delle tasse alla sistemazione delle scuole pubbliche: a questo scopo sono stati destinati i primi 40 milioni di dollari raccolti nel Colorado. Per l’anno fiscale chiuso a giugno 2015 il bilancio preventivo prevedeva 2 milioni di dollari da destinare al trattamento degli abusi da dipendenze e quote minori alla sanità pubblica e alla sicurezza e alle forze dell’ordine.  

Anche la proposta di legge italiana va in quella direzione: «i proventi derivanti per lo Stato dalla legalizzazione del mercato della cannabis», si legge, sono «destinati per il 5% del totale annuo al finanziamento dei progetti del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga». Inoltre, i proventi delle multe per la violazione dei limiti e delle modalità previste per la coltivazione/detenzione di cannabis, dovrebbero essere «interamente destinati ad interventi informativi, educativi, preventivi, curativi e riabilitativi, realizzati dalle istituzioni scolastiche e sanitarie e rivolti a consumatori di droghe e tossicodipendenti». 

L’opportunità del turismo

Da non sottovalutare gli effetti che si potrebbero avere sul turismo, soprattutto nelle località di confine. Nel 2014 in Colorado la spesa pro capite in marijuana è stato di circa 150 dollari. Il 40% degli acquisti è stato opera di turisti, che stanno affollando Denver, la nuova capitale della cannabis negli Usa, con oltre la metà degli scontrini battuti dello Stato, e le altre località legate allo sci e allo snowboard. 

Credito e finanza: più semplice in Italia

Quello che negli Usa è forse il principale problema di produttori e commercianti, potrebbe non esserlo in Italia. Negli Stati Uniti la vendita di marijuana non è un’attività lecita a livello federale, ma è regolata solo da alcuni Stati (Colorado, Alaska, Oregon, Washington e il District of Columbia per quella ricreativa, 24 Stati per quella terapeutica). Di conseguenza le banche (regolate a livello federale) non possono finanziare tali attività. Il risultato è che è vietato avere un conto corrente legato alle aziende del settore. I commercianti sono obbligati a gestire il business tutto in contanti, con un grosso problema di sicurezza, oltre che di accesso al credito.

Un’altra conseguenza è che le aziende quotate in Borsa, pur essendo tante (55), sono molto piccole: messe tutte assieme hanno una capitalizzazione di soli 3 miliardi di euro e per lo più sono “penny stock”, cioè titoli con poca reputazione e scarso valore per azione (in genere di piccole e medie imprese) che sono soggette a forti oscillazioni.  

In Italia se la proposta di legge passasse nella formulazione attuale, non ci dovrebbero essere limiti al credito erogato dalle banche. 

Avvocati e agronomi: i business collaterali

Addetti alla sicurezza, avvocati, agronomi, produttori di vaporizzatori e di fertilizzanti: il caso statunitense dimostra che sono questi gli altri beneficiari della legalizzazione della marijuana (anche in Borsa), oltre ai produttori e ai rivenditori. Sono proliferati anche i consulenti della logistica, dato il forte livello di regolamentazione. 

Un box con diverse qualità di marijuana, venduto in un negozio californiano (FREDERIC J. BROWN/AFP/Getty Images)

Il prezzo giusto per non tornare allo spaccio

La proposta di legge prevede che spetti al ministero dell’Economia e Finanze stabilire il livello delle accise, il livello dell'aggio per la vendita al dettaglio, nonché il prezzo di vendita al pubblico. Quest’ultimo potrebbe però non essere semplicissimo da fissare, data la notevole varietà dei prodotti. Uno dei trend illustrati dai media americani è per esempio lo sviluppo di linee di prodotto biologiche, dal costo superiore. La variabile del prezzo è poi cruciale nella lotta allo spaccio illegale: valori di listino troppo alti spingerebbero i consumatori a rifornirsi per vie illecite. «Si può pensare a un livello iniziale di accise molto basso, per spiazzare il commercio illegale, e poi gradualmente trovare un livello di equilibrio», spiega Della Vedova a Linkiesta

I clienti? Di quattro tipi

Come suggerisce uno studio della Harvard Business School, “Marketing Marijuana in Colorado”, i consumatori andrebbero divisi in quattro categorie, con comportamenti d’acquisto diversi: le persone che acquistano per motivi medici, che una volta trovato un tipo di marijuana con cui si trovano bene non sperimentano oltre e sono molto attente al prezzo, soprattutto se malati cronici. I consumatori per diletto, che al contrario sono disposti a sperimentare molto e anche a spendere di più. C’è poi la fetta di autoproduttori: ogni famiglia in Colorado può coltivare fino a sei piante per persona (in Italia se la legge passasse sarebbero cinque). Ci sono poi quelli che continuano ad approvvigionarsi dagli spacciatori illegali, perché minorenni o per questioni di prezzo.  

Il business dei biscotti

Tra i “consumatori per diletto”, una buona parte non è abituata a fumare e vuole evitare lo “stigma” del consumatore di cannabis (ad esempio per l’odore di fumo che si diffonde dai balconi). Per questa ragione è molto diffuso il consumo di prodotti “edibili” a base di marijuana: dai biscotti alle caramelle gommose, arrivano a pesare il 45% dei consumi totali. Gli “edibles” sono stati soggetti a restrizioni crescenti nel packaging, dopo che ci sono stati dei casi di intossicazione dei minori. Gli effetti arrivano con la digestione, in ritardo rispetto al fumo, ragione per cui è importante che le informazioni nelle etichette siano molto chiare. Assieme a linee nuove, come i cosmetici e i bagni da sale, sono un possibile business per i produttori. 

Biscotti alla marijuana venduti in California (ROBYN BECK/AFP/Getty Images)

Produzione, arriva l’autarchia

Chi coltiverà la marijuana che sarà venduta in Italia? La proposta di legge vieta esplicitamente l’importazione e l’esportazione, come è stabilito anche nei vari Stati americani dove la cannabis è legalizzata. Ci sono poi due strade per la produzione: la prima è quella dei cittadini per autoconsumo. Ogni persona potrà coltivare fino a cinque piante femmine; ci si potrà inoltre associare in “cannabis social club”, per un massimo di 50 persone e, quindi, 250 piante. «Per tutta questa produzione la vendita è assolutamente esclusa», chiarisce Della Vedova. 

La coltivazione e la lavorazione dei prodotti derivati dalla cannabis saranno invece soggette all’autorizzazione da parte dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli. Il sistema è a grandi linee quello che già vige per il tabacco. 

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