20 Luglio Lug 2015 1015 20 luglio 2015

Miracolo in Vaticano: un miliardo in più nel bilancio della Santa Sede

Fede e Finanza

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E alla fine la riforma della Curia e delle finanze vaticane voluta da papa Francesco fece il miracolo: la Santa Sede si è ritrovata circa un miliardo in più di patrimonio netto, e in tempi di crisi non sono certo bruscolini. In realtà la cifra era sempre stata lì solo che ora, per la prima volta, è stata contabilizzata nei bilanci ufficiali di santa romana chiesa. In sostanza se ogni anno venivano annunciati attivi e passivi dei due bilanci – quello della Santa Sede e quello del Governatorato, la Curia e la struttura amministrativa del piccolo Stato in buona sostanza – non si teneva però conto di somme ingenti presenti nei vari dicasteri vaticani e non messe a bilancio. La cosa cominciò a venire fuori nel dicembre 2014 quando il cardinale australiano George Pell, parlò per la prima volta di centinaia di milioni trovati in “conti settoriali”, cioè nelle varie strutture vaticane, esclusi fino a quel momento dai bilanci ufficiali. Non fondi illeciti o illegali, precisò poi il portavoce padre Federico Lombardi, ma appunto non contabilizzati.

Fra fondi messi da parte e calcoli approssimativi, le cifre divulgate dal Vaticano negli anni passati non avevano troppa corrispondenza con la realtà

Nel febbraio del 2015 Pell precisò davanti ai cardinali del sacro collegio riuniti in concistoro a Roma, che l'ammontare complessivo di tale cifra era di circa un miliardo e 400 milioni di euro. Qualche giorno fa, infine, in un comunicato diffuso dal Vaticano relativo al bilancio della Santa Sede, la questione veniva così definita: «Il patrimonio netto si è incrementato di 939 milioni di euro, in conseguenza di aggiustamenti fatti per includere tutte le attività e passività nei bilanci di chiusura del 2014». «Per gli enti inclusi – proseguiva il testo - nel perimetro di consolidamento, le attività precedentemente gestite fuori bilancio ammontavano a 1.114 milioni di euro, mentre le passività erano pari a 222 milioni». Con linguaggio formale insomma si certificava che in effetti un miliardo e passa era mancato fino ad ora all'appello. Ma le novità non finiscono qui.

Il coriaceo cardinale australiano cui è stata affidata dal papa la gestione della Segreteria per l'economia, una sorta di ministero delle finanze vaticano, ha introdotto una razionalizzazione dei bilanci e applicato standard contabili internazionali facendo verificare tute le voci di spesa e tutte le entrate. Risultato: il passivo della Santa sede per il 2014 – escluso il miliardo extra - è di circa 25 milioni di euro, quasi lo stesso del 2013 (24,5 mln). E tuttavia, precisa la nota, se questi stessi nuovi criteri di calcolo fossero stati applicati al 2013, il passivo registrato un anno fa sarebbe stato di ben 37 milioni (dunque il recupero sul 2013 è di 12 mln di euro). Insomma fra fondi messi da parte e calcoli approssimativi, le cifre divulgate dal Vaticano negli anni passati non avevano troppa corrispondenza con la realtà e comunque la situazione è migliorata almeno un po’.

MESSAGGIO PROMOZIONALE

Decisivi in ogni caso, e questa è una conferma, sono poi risultati due contribuiti: quello proveniente dalle chiese locali, americana e tedesca in testa, e la somma che ogni anno lo Ior eroga in favore della Santa Sede. Rispettivamente si tratta di 21 e 50 milioni di euro. Tuttavia la novità rimane quella dei fondi extra immessi in bilancio: sommando infatti tutti gli attivi e tutte le passività della Santa Sede, si arriva appunto a quella cifra di circa un miliardo di euro col segno positivo, altro che deficit.

Sembra che un contributo significativo sia venuto dai Musei Vaticani che hanno incassato parecchio. Decisivi i contributi dello Ior e delle chiese americana e tedesca

Diversa ancora la situazione del Governatorato che fa registrare un attivo di 63,5milioni di euro, quasi il doppio dell'anno scorso (33 milioni), sembra che un contributo significativo sia venuto dai Musei Vaticani che hanno incassato parecchio, poi si parla di investimenti favorevoli. Anche in questo caso giova ricordare come, un anno fa, in riferimento al 2013, la Santa Sede proponeva quale criterio “normale”, di considerare i due bilanci “nel loro complesso” (Santa Sede e Governatorato insieme), cioè sommandoli. In tal modo per il 2013 risultava un attivo di 10 milioni di euro (anche in quel caso il Governatorato suppliva alle carenze della Santa Sede); nel 2014 , applicando lo stesso criterio, ne risulterebbe un attivo di 38 milioni (escluso di nuovo il famoso extra), se poi si sommano i 63 milioni del governatorato ai 939 milioni di patrimonio netto emersi alla luce del sole, si andrebbe poco sopra il miliardo. Insomma problemi di gestione ce n’erano, criteri finanziari moderni dovevano essere adottati, ma i soldi non mancavano solo che erano gestiti in buona parte dai vari uffici senza una pianificazione dei budget, in modo separato da ogni dicastero e senza molti controlli.

Il cardinal Pell vorrebbe far fruttare le risorse finanziarie della Santa sede, cioè guadagnarci. Su questo fronte incontrano le resistenze di chi o teme il ritorno di azioni finanziarie speculative

Ora però si apre un nuovo capitolo; se lo Ior ha adottato standard di trasparenza finanziaria, se è stata introdotta una forte legislazione antiriciclaggio in Vaticano, rimangono alcuni capitoli da affrontare. Il cardinal Pell e alcuni dei suoi collaboratori, vorrebbero far fruttare le risorse finanziarie della Santa sede, cioè guadagnarci. Su questo fronte incontrano le resistenze di chi o teme il ritorno di azioni finanziarie speculative, oppure semplicemente obietta che il denaro presente in Vaticano debba essere gestito badando a conservare il patrimonio e non ad accumulare profitti. Pell ritiene invece che bisogna investire, in modo corretto ovviamente, e far fruttare il denaro, per questo ha parlato della necessità di creare un “team managment” per la gestione patrimoniale. Interpellato dal Financial Times ha fatto riferimento all’ipotesi di far fruttare meglio il patrimonio immobiliare della Santa Sede.

E del resto i beni immobiliari vaticani sono importanti. Il patrimonio della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, il dicastero delle missioni, uno dei più potenti della Curia romana, è stimato intorno a un valore di circa 10 miliardi di euro, ma si tratta di cifre non ufficiali. A guidare “Propaganda Fide” c'è il cardinale italiano Fernando Filoni; nei mesi scorsi, evidentemente non a caso, sono emerse a più riprese notizie circa contrasti fra lo steso Pell e in generale la Segreteria per l’economia, e Propaganda Fide circa l’applicazione dei nuovi standard finanziari.

Poi c’è l’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica. Si tratta del secondo centro finanziario vaticano dopo lo Ior che attende ancora di essere riformato; non è chiaro infatti che ruolo debba assumere nella nuova organizzazione economica della Curia; in un primo tempo si era parlato di trasformarlo nella banca centrale d'Oltretevere, ma fino ad oggi tale progetto non ha avuto seguito. Di certo c'è che l’Apsa controlla un vasto patrimonio immobiliare in Europa – Gran Bretagna, Lussembrugo, Francia, Svizzera – del valore approssimativo di circa un miliardo di euro. Il cardinal Pell, conservatore, con una passione per gli affari, ha dunque l'obiettivo di porre sotto il proprio controllo, sia pure in modo indiretto, ingenti beni ecclesiastici per farli fruttare dal punto di vista finanziario.

L’opera di trasparenza ha dato già molti frutti ma forse deve ancora essere completata

Il problema di Pell è che la gestione diretta di tale patrimonio non è prevista dai recenti statuti della Segreteria per l'economia approvati dal papa (il dicastero ha compiti di controllo e programmazione), per fare questo bisognerebbe creare una struttura ad hoc nella quale far convergere diversi asset del patrimonio finanziario del Vaticano per inquadrarli una gestione unica. Resta però da dire che sulla ricchezza immobiliare, in passato non di rado al centro di scandali politico-finanziari-affaristici, aleggia uno di questi misteri tipicamente vaticani; non è dato cioè sapere fino in fondo la composizione di un simile straordinario tesoro, né si conoscono i criteri in base al quale è gestito. Si tenga presente, dal punto di vista storico, che quando è nato lo Ior, nel 1942, gli investimenti che vennero compiuti fin da subito per garantire rendite finanziarie solide, furono appunto quelli immobiliari; tuttavia fu proprio seguendo questa strada che, successivamente, si arrivò agli scandali in cui si trovò coinvolto lo stesso Ior. Insomma l’opera di trasparenza ha dato già molti frutti ma forse deve ancora essere completata.

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