Per salvare vite umane bisogna sperimentare sugli animali, anche sui cani

Il dibattito/1

Beagle Sperimentazione Animali
31 Luglio Lug 2015 0730 31 luglio 2015 31 Luglio 2015 - 07:30
Tendenze Online

Una storia come tante, migliaia ogni anno, solo in Italia. Un uomo di 45 anni muore di tumore. Aveva un figlio, lascia una moglie. Sperava che un vaccino, in fase di test, potesse dargli una chance di guarigione. Avrebbe desiderato vivere alcuni anni per vedere crescere il figlio. Non è stato possibile.

Tutte le vite sono importanti, nessuno lo mette in discussione. Tuttavia quelle umane dovrebbero valere più delle altre.

Il caso Green Hill

Nessuno tollera e consente la tortura e la violenza gratuita sugli animali. Ma il progresso clinico è essenziale per i milioni di persone che ogni anno si ammalano di tumore, malattie degenerative, disturbi neurologici. La cui principale chance di guarigione o sopravvivenza è legata da un lato alla tempestiva diagnosi, dall’altro alla disponibilità di molecole sempre più mirate ed efficaci. Le quali non crescono sugli alberi, ma sono il risultato di investimenti in ricerca ventennali. Al cui successo concorre la sperimentazione clinica, come quella che si faceva sui cani beagle dell’allevamento di Green Hill del Marshall Group a Montichiari (Brescia). I cui frutti, è uno dei paradossi, spesso curano anche gli animali da pericolose patologie.

L’Italia è partita lancia in resta e ha travolto ogni logica argomentazione, finendo per adottare una posizione che emargina la ricerca italiana in un desolante angolo. Con buona pace di Matteo Renzi che promette sgravi fiscali per riportare in Italia i migliori cervelli e ricercatori italiani i quali, grazie allo scellerato populismo animalista, non potranno fare ricerca proprio in uno dei settori essenziali per il nostro futuro. La medicina.

Gli avvocati difensori dell’allevamento di Green Hill, dopo una sentenza di primo grado che ha condannato i manager della società Marshall e chiuso il centro, hanno presentato ricorso alla Corte d’Appello di Brescia, contestando la sentenza emessa dal giudice di primo grado, perché, a loro dire, «fondata sull’erronea applicazione delle norme e sul travisamento dei fatti e delle prove». Diversi i fronti su cui contrattaccano i due difensori: innanzitutto chiedono l’assoluzione dall’accusa di maltrattamento e uccisione di animali per i loro assistiti - l’amministratrice di Green Hill, il veterinario e il direttore dell’allevamento - la revoca della confisca dei quasi tremila cani, e pongono anche una questione di legittimità costituzionale per la quale hanno richiesto di inviare gli atti alla Consulta.

Green Hill ha ribadito di avere sempre rispettato il decreto 116/92, legge che regolamentava la tutela degli animali utilizzati nella ricerca, e di aver gestito correttamente l’allevamento come confermano le numerose ispezioni positive delle autorità. Il centro, dicono, era dedito esclusivamente all’allevamento di cani per la sperimentazione biomedica; e non sarebbe mai stata eseguita alcuna forma di sperimentazione scientifica sugli animali.

«Va ricordato che ogni farmaco, prima di essere immesso sul mercato, dagli analgesici ai chemioterapici, deve obbligatoriamente essere preventivamente sperimentato su due specie animali, di cui una non può essere un roditore, per valutare potenziali effetti collaterali», spiega Dario Padovan, presidente di Pro-Test Italia, associazione no-profit che si propone di divulgare e promuovere al grande pubblico le corrette conoscenze sulla ricerca scientifica. «Il motivo per cui vengono utilizzati cani di razza beagle è legato al fatto che rappresentano modelli altamente coerenti con quelli umani e per questo vengono impiegati per studiare gli effetti collaterali di particolari farmaci che verranno poi messi in commercio», conclude Padovan.

Una cosa sono i test, un’altra la tortura

Le norme che fino al 2014 regolavano la sperimentazione scientifica contenevano già rigide indicazioni, tutte volte alla protezione degli animali e ad assicurarne il benessere – nel periodo di allevamento – e la massima attenzione nella prescrizione delle procedure che assicurino la minore sofferenza possibile per gli stessi animali. Proprio per questo, la legge prevedeva che possono essere utilizzati ai fini di sperimentazione solo animali provenienti da allevamenti autorizzati e controllati come quello di Montichiari. I centri cui erano destinati i cani sono dedicati esclusivamente alla ricerca in campo medico (assolutamente non cosmetico, proibito in Europa da anni) e seguono rigidi standard internazionali in cui operano esperti di altissimo profilo. In questa direzione, la legge prevedeva anche che gli animali devono essere utilizzati soltanto quando, per ottenere il risultato ricercato, non sia possibile utilizzare altro metodo scientificamente valido, che non implichi l’impiego di animali.

Questioni aperte

In attesa che la magistratura faccia il suo corso, restano alcune questioni aperte.

In primo luogo il blitz, condotto da parlamentari ed esponenti animalisti, è stato strumentalizzato in Parlamento, durante il dibattito per il recepimento della nuova normativa europea sulla protezione degli animali da laboratorio (aprile 2014) con l’introduzione di un comma in base al quale non è più possibile allevare cani da laboratorio in Italia (fatto invece possibile  in tutto il resto d’Europa).

Il recepimento restrittivo italiano non è, peraltro, previsto dalle leggi comunitarie. L’Italia ha introdotto un articolo che stabilisce che si possono utilizzare cani per la ricerca biomedica, ma non si possono allevare.

Ci sono persone gravemente malate che hanno potuto migliorare le proprie condizioni di vita grazie all’efficacia di farmaci passati attraverso la sperimentazione animale. Si gioca molto sull’emotività, dimenticando che la disponibilità di farmaci efficaci è sempre passata attraverso la sperimentazione animale. È fondamentale che i centri a cui destinavamo i nostri cani facciano sperimentazione animale solo per scopi medici e che seguano le leggi nazionali e internazionali che regolano la ricerca. Per legge (a livello mondiale) ogni farmaco, prima di essere immesso sul mercato, deve essere testato per legge almeno su due specie animali, di cui una non può essere un roditore.

Il motivo per cui vengono utilizzati cani di razza beagle è legato al fatto che rappresentano modelli altamente coerenti con quelli umani e per questo vengono impiegati per studiare gli effetti collaterali di particolari farmaci che verranno poi messi in commercio.

Quale ricerca per il futuro?

«Il Parlamento italiano ha introdotto una restrizione che non è consentita nel recepimento delle Direttive europee e credo che, assieme ad altre restrizioni introdotte, ciò comporterà l’avvio di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia con costi rilevanti. Il divieto, inoltre, pregiudica lo stesso benessere degli animali perché in Italia le regole per l’allevamento sono molto severe, mentre restano ignote le condizioni di come sono stati trattati in diversi Paesi di provenienza. Infine, non essendone vietata l’importazione, gli animali sono costretti a lunghi viaggi che provocano stress», spiega Silvio Garattini, Direttore Irccs Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri.

La stretta imposta dal Parlamento che ricadute avrà nel sistema di ricerca e sperimentazione clinica in Italia? «In primo luogo, peggiorerà ulteriormente una convinzione già abbastanza diffusa a livello internazionale: che il nostro non è un Paese favorevole alla ricerca. In secondo luogo, determinerà costi aggiuntivi per chi si ostina a fare ricerca in Italia, in una situazione dove i fondi sono già molto scarsi, rendendo il sistema ancor meno competitivo. Da ultimo convincerà altri giovani che vogliono impegnarsi nella ricerca ad andare all’estero, dopo che il Paese ha tanto investito per formarli», aggiunge.

Sorge ancora spontanea una domanda: si possono conciliare le umane aspettative di cura e accesso ai migliori farmaci che avanzano milioni di pazienti con le rivendicazioni di parte dell'opinione pubblica? «Al momento e per un tempo non prevedibile le due istanze non sono conciliabili. Non ci sono metodi alternativi, ma solo metodi complementari, che utilizzano sistemi computerizzati o cellule in vitro di cui si servono ogni giorno i ricercatori in tutto il mondo, riducendo anche il numero di animali utilizzati. Per capire gli effetti negativi o positivi sull’uomo di un potenziale farmaco, dobbiamo ricorrere a modelli animali che, anche se non completamente sovrapponibili all’uomo, hanno consentito di sperimentare con successo nuove cure e debellare gravi malattie», conclude.

Come coniugare progresso e aspettative di cura con le istanze che vengono dalla società civile? Secondo Gilberto Corbellini, professore di storia della medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma, «lavorando molto con i giovani, soprattutto nelle scuole, e fornendo loro informazioni e strumenti cognitivi, per favorire la maturazione di un pensiero critico e vaccinare contro gli indottrinamenti, ci sono abbastanza prove che scaturiscono dalle scienze cognitive che gli adulti difficilmente cambiano idea o si rendono conto dei bias che li portano a ragionare scorrettamente o irrazionalmente. Mentre i giovani possono imparare più facilmente e mantenere la capacità di separare i fatti dalle opinioni o di capire le conseguenze dannose per la libertà e salute delle persone che derivano da atteggiamenti puramente ideologici». 

Da uomo di scienza anche Corbellini si interroga sull’impatto che ha avuto questa vertenza sulla ricerca clinica condotta in Italia: «​Ha certamente influenzato il dibattito politico che ha accompagnato il recepimento delle legge europea (Direttiva 2010/63) sulla sperimentazione animale, nel senso che è stata usata come un argomento a sostegno dell'introduzione dell'articolo 13, che tra altre diverse e gravi censure della libertà di ricerca vieta anche "l'allevamento nel territorio nazionale di cani, gatti e primati non umani destinati alla sperimentazione».  

Resta un dubbio di fondo: Stamina, metodo Di Bella, Green Hill: siamo un Paese maturo nell'affrontare e gestire le problematiche che pone lo sviluppo clinico e scientifico? «Evidentemente non lo siamo. Ma questo non dipende tanto da un’immaturità civile dei cittadini italiani quanto dal declino culturale drammatico della politica e del sistema educativo, che inevitabilmente hanno come conseguenza la diffusa incapacità di comprendere il ruolo della ricerca scientifica e clinica per l'economia del paese e per il mantenimento e miglioramento dei livelli di benessere sin a qui raggiunti. Se chi governa e chi educa ha le idee confuse e lascia spazio a derive populiste o alla diffusione di credenze pseudoscientifiche, non c'è poi da meravigliarsi se accadono gli episodi che conosciamo bene», conclude Corbellini. 

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