5 Agosto Ago 2015 1715 05 agosto 2015

Sono più di duemila i giornalisti finiti nel mirino della mafia

Cronisti di frontiera

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«Sono spesso corrispondenti, vivono in piccoli centri nei quali rappresentano l’unica voce informativa. Le ostilità solo all’ordine del giorno: gli sguardi maligni, le mezze parole, gli incontri per strada. Il termine “infame”, quello con il quale vengono apostrofati questi giornalisti, dice chiaramente della schizofrenia ambientale cui sono costretti: abitano quel territorio, ne sono parte integrante per cultura e abitudini, eppure sono considerati, per il lavoro che fanno, un corpo estraneo, qualcosa da espellere, un cancro». Ascoltato dalla commissione Antimafia, il giornalista Roberto Rossi ha descritto così la condizione di tanti cronisti calabresi. È un argomento che conosce bene, con la collega Roberta Mani ha pubblicato un libro su questa realtà. Si intitola Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami. Racconta l’isolamento che tanti colleghi sono costretti a vivere insieme alle loro famiglie, colpevoli solo del mestiere che hanno scelto.

Sono professionisti di frontiera, spesso giovanissimi. In molti casi lavorano per pochi euro ad articolo, senza tutele contrattuali né legali. Ma la Calabria non c’entra. Quello dei giornalisti minacciati dalla criminalità organizzata è un fenomeno diffuso in tutta Italia. Anche nell’insospettabile Nord. Adesso, per la prima volta, la commissione parlamentare Antimafia solleva l’attenzione su queste vicende. Al termine di un’indagine durata oltre un anno – con 34 audizioni e numerosi atti giudiziari raccolti - è stata approvata all’unanimità una lunga relazione. Il risultato è a tratti sorprendente. Negli ultimi otto anni sono stati denunciati oltre duemila atti di ostilità nei confronti di giornalisti italiani. Storie di violenza e intimidazione in costante crescita. Solo nel 2014, i cronisti vittime di minacce sono stati almeno cinquecento. Ormai si registrano tre casi ogni due giorni. Episodi gravi, che quasi sempre restano impuniti. Senza considerare gli oltre trenta giornalisti già sottoposti a misure di tutela dal Viminale.

Sono professionisti di frontiera, spesso giovanissimi. In molti casi lavorano per pochi euro ad articolo, senza tutele contrattuali né legali

I risultati dell’indagine sono preoccupanti. In un Paese che ha già assistito all’assassinio di undici cronisti, si continua a sottovalutare il problema dell’influenza mafiosa sull’informazione. Chi si aspetta di leggere solo storie di giornalisti siciliani e calabresi rischia di rimanere deluso. In Italia non ci sono zone immuni dalla criminalità organizzata, né dai suoi tentativi di condizionare la libera informazione. Lo dicono i dati: lo scorso anno solo in Valle d’Aosta e Molise non si sono registrate intimidazioni nei confronti della stampa. L’area più pericolosa è il Lazio. Dall’inizio del 2015 qui sono stati denunciati 26 episodi di violenza. Seguono la Campania e la Lombardia. Due tra i casi più recenti riguardano proprio il Nord Italia. L’attentato sventato al giornalista Giovanni Tizian, che aveva raccontato le infiltrazioni mafiose nell’economia emiliana, ad esempio. E le minacce, ripetute, nei confronti della giovane giornalista Ester Castano in Lombardia.

Salvo qualche eccezione, nella relazione non ci sono nomi di giornalisti famosi (era stato chiesto l’intervento di Roberto Saviano, che non ha dato la sua disponibilità ad essere ascoltato). Il fenomeno riguarda quasi sempre anonimi cronisti di provincia. «Sono professionisti poco conosciuti - spiega il vicepresidente della commissione Fava – Schivi, generosi, determinati. Raramente li incontreremo sulle ribalte mediatiche, ma leggeremo o ascolteremo spesso i loro racconti sul sistema di potere mafioso e i suoi innominabili amici». Professionisti giovani, spesso sotto i trent’anni. E quasi sempre impegnati in prima linea, nelle periferie d’Italia. Davanti alla commissione Enrico Bellavia, giornalista di Repubblica, ha raccontato bene la realtà siciliana. «Io ho avuto la grande fortuna di lavorare in una grande città, Palermo, il che consente comunque un certo anonimato nel privato. Cosa diversa è per chi lavora in un piccolo centro. In un posto piccolo il boss lo incontri al bar. Lui sa quanti cannoli comprerai per andare a pranzo dalla suocera, dove vanno a scuola i tuoi figli, che percorso fanno, chi frequentano….».

In un Paese che ha già assistito all’assassinio di undici cronisti, si continua a sottovalutare il problema dell’influenza mafiosa sull’informazione

Proiettili inviati per posta, telefonate minatorie, vere e proprie aggressioni fisiche. Alle violenze tradizionali si è recentemente aggiunta un’altra forma di pressione. «Un uso spregiudicato e intimidatorio di alcuni strumenti del diritto». Sono le querele temerarie, azioni civili per danni. Interventi legali che non hanno tanto l’obiettivo di far valere i propri diritti, quanto di mettere a tacere i cronisti più scomodi, per spaventarli e indurli ad autocensurarsi. Esemplare il caso di Milena Gabanelli, volto noto della Rai e responsabile del programma di inchieste Report. «Al momento ho sessanta cause aperte» ha raccontato in commissione. «Buona parte senza presupposti». La sua è una vicenda paradossale. Negli anni la trasmissione ha ricevuto richieste di risarcimento per una cifra complessiva superiore ai 250 milioni di euro. «Ma ne abbiamo persa solo una in appello, per 30mila euro». L’effetto è evidentemente più perverso quando a ricevere la richiesta danni è un giornalista di un piccolo giornale locale. O, peggio, un freelance senza tutele legali. La commissione ha incontrato Pino Maniaci, direttore della siciliana Telejato. A suo dire la testata ha il primato delle querele ricevute: più di trecento. «Le abbiamo vinte tutte (…) molte archiviate (…) ne abbiamo ancora una in sospeso. Io non me ne occupo più, perché ho delegato un avvocato che segue le 314 querele».

A volte basta un avvocato per censurare una notizia. «In Italia si può mettere a tacere un giornale e un giornalista senza ricorrere alla violenza» dice l’ultimo rapporto elaborato da “Ossigeno per l’informazione”, acquisito dalla commissione Antimafia. «Si possono usare strumenti legali potenti ed efficaci come le querele per diffamazione, come le citazioni per danni che – anche quando vengono attivate senza fondato motivo – riescono a determinare forti condizionamenti. Veri e propri abusi del diritto, consentiti da leggi anacronistiche e punitive nei confronti dell’informazione giornalistica e di chi la produce e la diffonde».

Le prime vittime sono i giornalisti contrattualmente più deboli. Freelance e blogger che lavorano in prima linea. Spesso per pochi euro ad articolo, «con editori raramente disponibili ad andare oltre una solidarietà di penna e di facciata». Nel settore rappresentano una realtà tutt’altro che secondaria. Stando ai dati dell’Antimafia su 60mila operatori dell’informazione, solo 15.891 sono i giornalisti con contratto di lavoro stabile. «A ciò va aggiunta una complessiva e crescente contrazione delle retribuzioni dei giornalisti non coperti da contratto» si legge nella relazione. Professionisti pagati tre o quattro euro ad articolo, compensi riconosciuti a mesi di distanza. Come nel caso di Ester Castano, che con i suoi articoli ha contribuito allo scioglimento per mafia del comune di Sedriano, il primo in Lombardia. Vittima di gravi intimidazioni e costretta a «lavorare fino a tutta la primavera del 2015 in un fast food, non riuscendo a mantenersi con il ricavato delle proprie collaborazioni». Anche per questo la relazione dell’Antimafia propone di intervenire sul contratto nazionale. «Siamo l’unico Paese in cui la figura del freelance è considerata marginale – racconta Fava – anche dal punto di vista economico e delle tutele. Una figura che è di fatto l’ossatura dell’intero sistema informativo italiano».

In Italia non ci sono zone immuni dal fenomeno delle intimidazioni mafiose ai giornalisti. Stando ale denunce l’area più pericolosa è il Lazio. Seguono Campania e Lombardia

A fronte di tanti cronisti coraggiosi, altri si adeguano alle minacce. Il lavoro della commissione si occupa anche di loro. «L’informazione contigua, compiacente, persino collusa con le mafie». Professionisti che censurano e si autocensurano, nascondono le notizie. E, di conseguenza, colleghi costretti a subire una seconda forma di violenza. Più subdola delle intimidazioni. «Molte testimonianze raccolte – si legge nella relazione – raccontano di un clima difficile in alcune redazioni, di giornalisti isolati, allontanati o persino licenziati anche quando queste decisioni li ponevano oggettivamente in una condizione di maggior rischio». Di questo argomento ha parlato il cronista di Repubblica Carlo Bonini, ascoltato dalla commissione: «Quasi sempre la minaccia produce un effetto perverso, perché il collega minacciato, intorno al quale immediatamente si stringe una qualche forma di solidarietà, passati un mese, due mesi o tre mesi, diventa un problema per la sua redazione e per gli altri colleghi. Normalmente, quindi, diventa due volte vittima. È vittima prima di chi lo minaccia, e poi di un clima di sostanziale fastidio, indifferenza o addirittura isolamento nel suo stesso contesto di lavoro».

Nonostante tutto, la relazione si conclude con un dato positivo. Un segnale di speranza «che non era scontato all’inizio di questa indagine». Il testo riconosce «la determinazione con cui una nuova generazione di giornalisti ritiene che la funzione etica del loro mestiere non possa essere svilita da condizioni di lavoro a volte umilianti. E che ha scelto di non piegare la schiena pur sapendo che quella scelta li espone ai morsi del pericolo e della precarietà». Claudio Fava insiste molto su questo tema. «Degli undici giornalisti uccisi da mafie e terrorismo in Italia, questa silenziosa e tenace comunità di giovani cronisti è l’eredità più autentica. Certamente la più preziosa».

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