18 Agosto Ago 2015 1000 18 agosto 2015

Non mentiamo agli studenti: una laurea umanistica non rende

Il dibattito

Studi Umanistici

Si può dare la colpa al meteorologo che prevede pioggia, se la gita di Ferragosto viene rovinata dai temporali? Certamente no. Allo stesso modo, una discussione onesta sul valore delle lauree umanistiche rischia di essere rovinata da prese di posizione pregiudiziali. Nessuno mette in dubbio l’opportunità o la ricchezza culturale delle lauree in scienze umane, ma gli studi economici forniscono alcuni dati che è bene tenere in considerazione.

Bisogna tenere in considerazione nel dibattito alcuni dati forniti dagli studi economici

Il 13 agosto Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, ha scritto un breve post sul suo blog in cui discute la scelta degli indirizzi universitari da parte dei ragazzi e le loro future conseguenze economiche. Feltri sostiene che la scelta di indirizzi umanistici sia in media un cattivo investimento economico e finisce implicitamente per consigliare di studiare ciò che si ama solo se non si ha bisogno di lavorare per vivere.

L’articolo, poco più di un’opinione ferragostana, ha riscosso un’annoiata approvazione da parte di chi è già convinto che il mercato del lavoro italiano sia saturo di laureati in storia dell’arte e irritate risposte da parte dei difensori della «cultura umanistica».

Le opinioni di Feltri si basano in sostanza su due affermazioni. Per prima cosa, gli studenti più avversi al rischio e/o meno bravi (non è chiaro) scelgono in prevalenza materie umanistiche all’università. Secondo: una laurea umanistica è non solo un cattivo investimento economico rispetto ad una tecnica/scientifica ma ha addirittura valore atteso negativo. Consideriamo queste due premesse più da vicino.

Cominciamo dalla prima, di gran lunga la meno ovvia, ma anche quella meno interessata dai commenti. Nel suo articolo Feltri afferma, senza indicare nessuna fonte precisa a sostegno, che «le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche».

Il riferimento implicito potrebbe essere all’interessante studio di Maria De Paola e Francesca Gioia dal titolo Risk Aversion and Field of Study Choice: the Role of Individual Ability, pubblicato nel 2012. Che la radice del commento sia l’articolo citato resta in dubbio, dato che l’affermazione di Feltri è ambigua e non del tutto in linea con il contenuto del lavoro scientifico. Ma il lavoro contribuisce a fare luce su ciò che ci interessa e per questo vale la pena di riassumerlo.

Le autrici desideravano capire come alcune caratteristiche individuali abbiano un ruolo nella scelta dell’indirizzo di studi universitario. Oltre a osservabili comuni, quali il rendimento durante gli anni di scuola secondaria e il background familiare, il lavoro tiene conto anche del grado di avversione al rischio, misurato grazie ad una apposita domanda in un questionario sottoposto a circa 3600 matricole iscritte all’Università della Calabria.

L’idea di fondo è che, insieme a molti altri fattori, al momento della scelta di indirizzo i ragazzi tengano conto di almeno due fonti di rischio: quella di non riuscire a laurearsi e quella di non avere buone opportunità lavorative una volta finiti gli studi. Non è escluso, certo, che abbiano il loro peso nella scelta anche la famiglia o le altre conoscenze.

In base alle statistiche, l’area disciplinare che presenta il minor rischio di non finire gli studi è quella delle materie umanistiche

Due premesse, a questo punto. In base alle statistiche, l’area disciplinare che presenta il minor rischio di non finire gli studi è quella delle materie umanistiche: i dati relativi a precedenti coorti della stessa università mostrano che passare da un corso di laurea umanistica a uno in ingegneria aumenta la probabilità di abbandono di circa il 6% e il voto medio degli esami di quasi 4 punti. È sbagliato pensare che questi numeri siano precisamente validi per il singolo studente con quelle caratteristiche, che magari ha attitudini peculiari, ma danno comunque un’idea della situazione.

Seconda premessa. Una laurea in discipline umanistiche presenta in effetti maggiori rischi sul mercato lavorativo. Nei dati relativi ai laureati dell’Università della Calabria, la probabilità di essere disoccupati a tre anni dalla laurea è stimata essere in media del 30% maggiore rispetto a una laurea in ingegneria (anche gli stipendi medi sono sensibilmente più bassi ma, come in precedenza, questi numeri hanno significato solo rispetto all’intera classe e non dicono che il singolo studente dovrebbe aspettarsi un tale aumento di stipendio cambiando facoltà). Conviene sottolineare a questo punto che uno studente di discipline scientifiche, nei dati esaminati dalle autrici, presenta una probabilità di non portare a termine gli studi simile a quella trovata per ingegneria, mentre il rischio di disoccupazione è intermedio tra i due casi visti sopra.

Già queste osservazioni non suggeriscono l’interpretazione semplicistica di Feltri, e cioè che i più avversi al rischio sceglierebbero le discipline umanistiche. Infatti, così facendo minimizzerebbero uno dei due rischi (quello di non finire gli studi) ma finirebbero per massimizzare l’altro (restare disoccupati).

MESSAGGIO PROMOZIONALE

Quello che succede sembra essere quindi più complesso, e almeno un’altra caratteristica personale è importante per capire le scelte osservate in Calabria. Le ricercatrici hanno usato delle misure di abilità personale, ovvero il voto di maturità, l’avere o meno frequentato un liceo e il voto ottenuto in un test d’ingresso universitario uguale per tutti (in cui metà delle domande erano destinate a testare abilità linguistiche e la restante parte abilità matematiche), per studiare quanto è importante la combinazione tra questa caratteristica e l’avversione al rischio.

Che cosa hanno scoperto le studiose? Anche se le conclusioni non si possono generalizzare senza altre ricerche, sembra che gli studenti con alta avversione al rischio tendano a scegliere le materie scientifiche/tecniche, quando hanno maggiori abilità personali, ma quelle umanistiche se ne hanno meno. Invece, gli studenti disposti a rischiare di più scelgono più spesso le lauree in scienze sociali (economia e scienze politiche, in questo studio). Ovviamente queste sono affermazioni statistiche sul campione osservato e nulla implicano sulle caratteristiche dei singoli studenti.

Che gli studenti tengano conto della difficoltà del corso di studi in cui si iscrivono non è una novità

Del resto, che gli studenti tengano conto della difficoltà del corso di studi in cui si iscrivono non è una novità. Un caso interessante è riportato ad esempio nell’articolo The Effects of an Anti-Grade-Inflation Policy at Wellesley College di Kristin Butcher e altri due docenti dello stesso istituto, un piccolo ma selettivo college femminile in Massachusetts.

A partire dal 2004, per fermare la cosidetta “grade inflation”, che aveva portato alcuni corsi di laurea ad avere voti medi vicini al massimo, il college ha deciso di imporre un voto medio massimo per tutti i corsi dei primi due anni che superassero un certo numero di iscritti. Il risultato è stato netto: le iscrizioni ai corsi dei dipartimenti interessati dall’intervento (quelli che, negli anni precedenti, avevano voti medi superiori al tetto) sono scese in media del 18% e i major nelle stesse materie del 30%. Si tratta solo di un caso studio di un piccolo college americano, ma è probabilmente informativo più in generale.

Un po’ a sorpresa, quella che ha ricevuto la maggior attenzione dai critici è però la seconda affermazione di Feltri: ovvero che una laurea in discipline umanistiche sarebbe un “cattivo investimento”. La sorpresa nasce dal fatto che, seppur l’articolo citato da Feltri sia recente, l’affermazione è davvero ben nota anche a chi non si interessa professionalmente di queste cose.

Lo studio citato da Feltri si occupa di calcolare il valore atteso scontato di una laurea. Partiamo dalla definizione: con valore atteso si intende sostanzialmente la media sulla popolazione del valore netto (ricavi meno costi). Esempio pratico: se comprare un biglietto della lotteria costasse 1 euro e vincessimo 100 euro una volta su mille (e zero euro altrimenti) il valore atteso sarebbe negativo, perché la media dei ricavi sarebbe solo 10 centesimi (e la spesa sempre un euro).

Valutare a livello contabile un’intera carriera, come qui si vuole fare per i laureati, è più difficile perché costi e ricavi non avvengono nello stesso momento temporale, ed è abbastanza intuitivo che, a parità di valore e certezza, di solito le persone preferiscono un’entrata oggi piuttosto che a un anno di distanza. Parlando di valore scontato si tiene conto proprio di questo. Con questa procedura, tenendo conto dei costi dei diversi corsi, della probabilità di risultare occupati, degli stipendi medi e della loro evoluzione nel tempo, i ricercatori valutano i vari indirizzi come un investimento.

Pensare di mettere in dubbio le conclusioni basilari dello studio criticando dei dettagli dello stesso è una strategia retorica che non aiuta una discussione proficua. Un articolo comparso su Valigia Blu e firmato da Galatea Vaglio sostiene ad esempio che lo studio potrebbe non essere molto utile e aggiornato dato che si riferisce al periodo precedente l’introduzione del nuovo ordinamento (3+2), che avrebbe ridotto i tempi di laurea nelle materie umanistiche (in realtà sostiene che “dovrebbe aver ridotto” ma non porta dati a supporto).

Altre critiche si sono concentrate sul fatto che i laureati in materie umanistiche abbiano un tasso di disoccupazione in media più basso che i non laureati e quindi, tutto sommato, una laurea di questo tipo potrebbe sempre comunque essere meglio di niente. Potrebbe essere, ma il ragionamento non tiene conto di due fattori.

Primo, i due gruppi non sono uguali in partenza; è ragionevole aspettarsi che chi ha proseguito gli studi abbia in media capacità maggiori, che tornano poi utili nel mondo del lavoro. Secondo, perseguire una laurea è costoso in termini di tasse, impegno e rinunce ad anni di stipendio, quindi il paragone è assolutamente non appropriato.

Non è molto onesto negare la verità di una posizione generalmente condivisa, come il fatto che, per il singolo studente, oggi una laurea in discipline umanistiche possa non essere un grande investimento economico, facendo appello a una debolezza dell’ultimo lavoro sul tema, che tra l’altro è concorde con una lunga lista di precedenti (citati ad esempio nell’introduzione dello stesso lavoro). Per dirla con Carl Sagan: «Affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie» e, a questo punto, non credo ci siano grossi dubbi su quale sia l’affermazione straordinaria.

Non dovrebbe essere necessario ma, date le convinzioni diffuse, è bene precisare che quest’analisi non ha nessun valore normativo. Con questi studi non si vuole assolutamente suggerire che gli unici studi da perseguire siano quelli a valore atteso alto o massimo, così come le previsioni del tempo non sono l’unico fattore per decidere quando andare in vacanza.

Se siete davvero appassionati di latino e vi dà piacere studiarlo o pensate sia importante per la società, questo potrebbe essere più che sufficiente, per voi, per bilanciare gli aspetti meramente contabili. Inoltre stiamo parlando di affermazioni statistiche che non possono essere applicate direttamente al singolo studente o in un contesto molto diverso da quello attuale.

Se avete un vantaggio comparato molto forte in letteratura italiana, probabilmente studiare ciò è per voi conveniente anche a livello finanziario. Se tra dieci anni la situazione si ribaltasse e in pochissimi decidessero di dedicarsi a tali materie, potrebbe tornare a essere un discreto investimento laurearsi in filosofia.

Capire che cosa uno studente-tipo può aspettarsi nel mondo del lavoro dovrebbe permettere scelte più ragionate

Dato che il punto non è dire cosa è giusto fare al singolo studente, qual è l’utilità di questi studi? Limitandosi a considerazioni abbastanza dirette sulla situazione in esame, almeno due cose restano da dire. Dal punto di vista delle scelte individuali, è sicuramente bene avere le idee chiare su quelli che sono i fatti rilevanti. Con tutte le cautele del caso, capire che cosa uno studente-tipo può aspettarsi nel mondo del lavoro dovrebbe permettere scelte in media più ragionate.

Dal punto di vista delle scelte sociali, avere un quadro chiaro della situazione attuale è necessario per capire dove il Paese stia andando e fare una valutazione seria. Un punto purtroppo ignorato del lavoro citato da Feltri e discusso in questi giorni è che le scelte individuali osservate non sembrano così irrazionali, alla luce degli incentivi attuali.

Tenendo conto della maggiore difficoltà dei corsi, della minor probabilità di arrivare alla laurea e del gender gap negli stipendi del settore scientifico/tecnologico, ad esempio, la relativa carenza di donne in questi corsi non sarebbe dopo tutto così sorprendente, secondo i ricercatori. Eppure molti studi indicano che una carenza di lavoratori ben formati in questi settori rischia di essere un pesante freno allo sviluppo del Paese.

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