20 Agosto Ago 2015 1315 20 agosto 2015

Il Dragone si è fermato. Anche la Cina scopre cos’è la crisi

Dopo il crollo di Shanghai

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Gli economisti minimizzano. Il Fondo Monetario Internazionale giustifica e razionalizza. I gestori dei fondi sono disorientati ma sembrano disponibili a sposare la tesi prevalente di un Paese, la Cina, che forse non cresce al 7 per cento “ufficiale” ma che comunque gira a ritmi del 4-6 per cento. Dove le autorità sono un po’ maldestre quando si tratta di maneggiare i mercati finanziari. Ma perfettamente in grado di controllare la dinamica dell’economia reale e, con qualche colpo di timone, evitare pericolose sbandate.

Eppure c’è qualcosa che non torna in questo quadretto. Il prezzo delle materie prime continua a scendere e mediamente (indice Crb) si è quasi dimezzato rispetto al picco del 2011. Chi lavora in Cina, perché ha stabilimenti o esporta, ha da tempo abbandonato i sogni della crescita continua e infinita. La stagione delle semestrali delle grandi multinazionali europee e americane più legate al Dragone ha evidenziato dati drammatici, compatibili con una recessione in piena regola: Siemens (ingegneria) -8% vendite, Anheuser-Busch (alcolici) -6,5 per cento. In campo automobilistico, Ford prevede il primo calo delle vendite auto dal 1990 e Volkswagen ha visto una riduzione delle consegne pari a -3,9 per cento. Per non parlare dei brand del lusso, dove tuttavia un peso non indifferente lo ha giocato la stretta nella lotta alla corruzione dei funzionari pubblici lanciata dal governo di Pechino.

Una “correzione” di quasi il 30% nel giro di due mesi, dopo una salita vertiginosa del 150%, non è una “normale” presa di beneficio. È lo scoppio di una bolla

Il mercato azionario cinese non accenna a stabilizzarsi, nonostante gli interventi massicci delle autorità pubbliche. Martedì mattina ne abbiamo avuto la riprova, con un crollo di Shanghai del 6,5 per cento. Una “correzione” di quasi il 30% nel giro di due mesi, dopo una salita vertiginosa del 150%, non è una “normale” presa di beneficio. È lo scoppio di una bolla. E quando una bolla speculativa scoppia, le conseguenze possono essere devastanti. 

Le autorità cinesi ne devono essere consapevoli, se hanno messo in piedi una politica di sostegno diretto delle quotazioni che farebbe inorridire qualunque banchiere centrale cresciuto nella tradizione del libero mercato. Lo hanno fatto solo per una questione di prestigio internazionale? Perché forse le variabili finanziarie sono state inserite nel grande Piano decennale approvato dal Terzo Plenum del diciottesimo Comitato Centrale del Partito? Oppure, come sostiene il premio Nobel Paul Krugman, perché da inveterati comunisti non capiscono nulla di mercati finanziari e pensano di riuscire a manipolare le quotazioni di Borsa come fanno con i dati di Pil?

Un crollo di Borsa può generare una spirale di aspettative auto-realizzantesi, estremamente pericolosa per un’economia in transizione

Dietro il tentativo di bloccare il crollo della Borsa può senz’altro esserci una scarsa dimestichezza con certi meccanismi delle economie di mercato. Ma pensare che abbiano l’anello al naso, questo no. La Cina è nel bel mezzo di una transizione da un modello di sviluppo basato su esportazioni e investimenti a un modello basato sui servizi e sulla domanda interna. La Borsa è un termometro “attivo” che non solo misura il clima di fiducia di un Paese, ma lo può anche influenzare. Un crollo di Borsa (come in seguito allo scoppio di una bolla speculativa) può generare una spirale di aspettative auto-realizzantesi, estremamente pericolosa per un’economia in transizione che deve contare sempre di più sulla domanda domestica.

MESSAGGIO PROMOZIONALE

Le autorità cinesi, forse in maniera un po’ maldestra e affrettata, hanno fatto quello che altri stanno facendo da tempo. Le misure ultra-espansive (tassi a zero e Qe), varate dalla Fed all’indomani della crisi Lehman e poi imitate da tutte le banche centrali dei Paesi sviluppati, hanno tra gli obiettivi quello di spingere verso l’alto le quotazioni delle attività finanziarie al fine di generare un effetto “ricchezza” e un effetto “fiducia” che possano riverberarsi positivamente sui consumi e sugli animal spirit degli imprenditori. Così come non c’è alcuna garanzia che il Qe riesca a rimettere in moto l’economia e, quindi, a rendere sostenibili le quotazioni di Borsa gonfiate dalla liquidità e dalle aspettative di successo dell’operazione, lo stesso vale e a maggior ragione per gli interventi diretti sul mercato azionario messi in campo dalla Cina. E crolli come quello di Shanghai dello scorso martedì lo testimoniano.

La Cina non ha mercati finanziari sviluppati né un sistema di welfare: una recessione significherebbe un ritorno alla povertà

Come dicevamo poc’anzi, la situazione è estremamente pericolosa per un’economia in transizione come quella cinese. La Cina non presenta mercati finanziari sviluppati e non ha un sistema di welfare. Senza riserve a cui attingere o ammortizzatori sociali, una recessione potrebbe avere sulle famiglie cinesi conseguenze simili a quelle che si avevano in Europa e negli Usa prima della seconda guerra mondiale. Tenendo conto che da pochissimi anni la Cina ha raggiunto un livello di reddito pro-capite appena sufficiente per uscire dal gruppo dei Paesi “poveri”, una recessione non rappresenterebbe solo una riduzione di reddito ma un ritorno a una situazione di povertà. Visto che la Cina non ha una struttura politica democratica, come si esprimerebbe il malcontento della popolazione cinese? Quale sarebbe la risposta delle élite al potere?

Sono domande che fanno tremare i polsi, pensando alle dimensioni raggiunte dall’economia cinese e alla complessità di una società composta da 1,3 miliardi di persone. Se l’illuminata guida dei funzionari di partito non riesce più a gestire le complessità di un’economia urbana e avanzata, potrebbe rivelarsi inadeguato il refrainrinuncia alle libertà politiche in cambio di libertà economiche – recitato a memoria dagli “esperti” di politica internazionale per spiegare il puzzle della convivenza tra dittatura comunista ed economia di mercato. Il rischio di instabilità politica inizierebbe a diventare concreto. E per quanto piccola sia la probabilità che ciò accada, le conseguenze sarebbero così catastrofiche che non stupisce che le autorità cinesi stiano facendo di tutto, anche cose che possono apparire sciocche ad un premio Nobel come Krugman, per minimizzare tale probabilità.

La svalutazione dello Yuan e l’abbandono del “peg" (sistema di cambi fissi con un range di oscillazione, ndr) con il dollaro assumono un’altra luce in questo contesto. Per quanto fossero completamente inattese, si è subito cercato di razionalizzarle e giustificarle con gli occhi dell’economia occidentale. Da un lato, come mossa preliminare per fare accettare lo Yuan come moneta di riserva. Dall’altro, come modo per riequilibrare un eccessivo apprezzamento dello Yuan che negli ultimi mesi aveva, a causa del peg, seguito il dollaro nella sua traiettoria ascendente contro tutte le altre valute. Si tratta senz’altro di giustificazioni ragionevoli. Ma poi non così tanto impellenti e naturali, se nessuno lo aveva previsto.

Le autorità cinesi stanno perdendo fiducia nella capacità che il “nuovo” modello di sviluppo, basato sulla domanda interna, possa sostituirsi a quello vecchio, basato sull’export. E tornano indietro

E c’è un motivo se nessun economista è riuscito a vincere il biglietto per un invito a Davos. La Cina ha una bilancia dei pagamenti da record, resa ancora più florida dal crollo del prezzo del petrolio. Controllando i movimenti di capitale, un indebolimento dello Yuan serve a rendere più competitivo l’export senza danneggiare le partite correnti, grazie appunto al ridimensionamento del prezzo dell’energia e delle materie prime. Ma questo significa anche che le autorità cinesi stanno perdendo fiducia nella capacità che il “nuovo” modello di sviluppo, basato sulla domanda interna, possa sostituirsi a quello vecchio, basato sull’export. E tornano indietro.

La retromarcia avrà successo? La maggior parte degli economisti e degli imprenditori occidentali ha una fiducia cieca nella capacità della leadership cinese di affrontare e risolvere le sfide dell’economia globalizzata. Qualche dubbio è invece lecito e doveroso porselo. Il vecchio modello aveva due motori: l’export e gli investimenti.

Il primo motore, l’export, può difficilmente essere riattivato, per lo meno sulla scala necessaria per tenere in piedi la crescita di un colosso come la Cina. L’Europa sta anemicamente uscendo dalla recessione quasi solo grazie alla spinta dell’euro debole e della domanda estera. Gli Usa sono in una fase più avanzata ma non hanno più la dimensione e la forza per caricarsi sulle spalle il resto del mondo, Europa e Cina compresi.

Il secondo motore, quello degli investimenti, non può certo essere riacceso. Il crollo del prezzo delle materie prime dipende proprio dalla fine di un ciclo di investimenti forsennati per sostenere l’industrializzazione e l’urbanizzazione del Paese. A testimonianza visibile degli eccessi ci sono quartieri e città fantasma, costruiti ma ancora tutti da popolare. C’è solo da sperare che la natura ancora sottosviluppata di molte aree della Cina consenta di riassorbire la capacità produttiva in tempi più rapidi di quelli che sono serviti al Giappone per digerire gli eccessi degli anni ’80. 

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