24 Agosto Ago 2015 1200 24 agosto 2015

Per i critici inglesi l’evento più “cool” è la fiera del bue grasso a Carrù

Per i critici inglesi l’evento più “cool” è la fiera del bue grasso a Carrù

Bue Grasso Carru

Prendiamolo come un gioco. Come si trattasse della lista dei dieci ristoranti con la terrazza più spettacolare sul mare o le trenta migliori gelaterie artigianali in Italia. Però, però… L’Observer Food Monthly è il raffinato magazine di The Guardian, a sua volta autorevole quotidiano londinese: così le 50 “cose” (posti, persone, trend) più hot dell’anno sono meritevoli di attenzione. In primis, da chi è frequentatore della Capitale del Regno Unito: non poche “cose” riguardano ciò che avviene nella città europea più cool del momento, anche e soprattutto per il cibo: Parigi è quasi ferma, i cuochi di Madrid e Barcellona sembrano puntare più fuori sede che nelle loro città, Berlino non ha ancora la clientela giusta e il Nord Europa si limita a poche eccellenze. Scomparsa Roma, non è un caso che Milano si sia conquistata il favore dei trendsetter che per il 2015 gli hanno dedicato tanto spazio. Nella lista c’è di tutto, a partire da nuovi termini quali Gastronomic Sabbticals, coniato per definire i lunghi periodi di chiusura di un locale con il trasferimento della brigata in un’altra parte come fa Rene Redzepi. Ma anche un’app come Tock che evita il fenomeno negativo della prenotazione poi cancellata o un sito come The Gannett che fa visita ai “maniaci del cibo” di tutto il mondo.

Austin è la capitale del fenomeno food-truck con i maestri del bbq e Belfast è la nuova mecca per chi ama lo street food e i localini

Tornando alla lista dell’Observer Food Monthly, andiamo in ordine sparso, tanto più che non ci sono ordini di merito. Si scopre che Osaka è molto più trendy della stellatissima Tokyo, visto che lì propongono specialità antichissime quali takoyaki e okonomiyaki. Come Austin è la capitale del fenomeno food-truck – in pieno sviluppo anche da noi – con i maestri del bbq e Belfast è la nuova mecca per chi ama lo street food e i localini. Nella lista c’è poco spazio per i top chef del momento, anzi si nomina Paul Boucuse – marchio globale e “incarnazione vivente della tradizione gastronomica francese”. In questo, bisogna dire che i recensori inglesi non sono stati sciovinisti: come detto, celebrano tanti posti a Londra ma esaltano Inaki Aizpitarte, basco di Francia, che ha aperto il bistro Le Chabanais come Adeline Grattard che guida Yam ‘Tcha o ancora Jack Zonfrillo che nel suo Orana, ad Adelaide, serve piatti della cucina aborigena e nomade. A proposito, pare proprio che l’informalità, la cucina più diretta, a prezzi (quasi) accessibili sia trendy: tra cuochi praticanti, locali dove si celebra e piatti cult tipo i reni degli agnelli da latte (serviti ai Barrafina, tapas bar londienesi…) o le insalate di Savage Salads a Soho.

Pare proprio che l’informalità, la cucina più diretta, a prezzi (quasi) accessibili sia trendy: tra cuochi praticanti e piatti cult tipo i reni degli agnelli da latte

Non per questo si trascurano le eccellenze quali State Bird Provision, tempio dell’alta cucina (in stile rustico peraltro) a San Francisco, il cous cous di aragosta da Wormwood a Notthing Hill e i piatti di Otto, locale di vecchia scuola transalpina dove servono l’anatra pressata, banco di prova per generazioni di cuochi dall’Alaska al Sudafrica. A proposito di carne, se non mangiate quella di capra e capretto – più magra e con meno colesterolo – siete irrimediabilmente out a meno di non essere vegani o vegetariani che a dire il vero non sono stati molto considerati nella lista. Per lo street food, non potevano che esserci le citazioni del kebab gourmet (diventerà trendy anche da noi, partendo da Milano, ne siamo certi) e del brodo di ossa che sta facendo impazzire New York. Regalata la giusta attenzione al mondo del food in rosa con in testa Claire Smyth (l’executive chef scelta da Gordon Ramsay per il suo tre stelle a Chelsea) ma anche la portoghese Isabel Soares, guru del recupero di ogni prodotto alimentare “brutto” e fondatrice del movimento Fruta Feja o Nicole Pisani, tipico esempio di sliding door: da chef affermata ha lasciato il posto per dirigere una mensa scolastica per oltre 500 bambini. Poi un occhio al politically correct con iniziative quali Loco’l’s fast food revolution di Roy Choi e Daniel Patterson (fast food di qualità, con hamburger gourmet a 99 cents) o The Real Junk Food Project che ricorda il Refettorio Ambrosiano di Bottura con una sostanziale differenza: lo chef Adam Smith – curioso che abbia lo stesso nome del padre della scienza economica – recupera i prodotti avanzati da colleghi e supermercati e prepara il menu per un bistrot di Leeds: i clienti pagano con un’offerta libera mentre gli ospiti del Refettorio no.

Una delle eccellenze italiane citate dalla classifica è legata ai vini Serragghia, realizzati a Pantelleria dal geniale Gabrio Bini

In questa lista, l’Italia è rappresentata solo da due eccellenze. Poche? Il giusto? Non ci schieriamo, visto che in definitiva trattasi di un gioco. Comunque sia, una è legata ai vini Serragghia, realizzati a Pantelleria dal geniale Gabrio Bini: Bianco, Fanino Rosè, Rosso e Moscato. Da sottolineare con orgoglio che nella lista del The Guardian si parla di vini solo per esaltare quelli del Mediterraneo Orientale (bianchi greci e rossi libanesi e il trend di servirlo al bicchiere, anche nei ristoranti al top e stappato da bottiglie costose. La seconda presenza in questa top 50 è la Fiera del Bue Grasso di Carrù, tradizionale appuntamento nel comune all’inizio di Langa, 4500 anime che diventano migliaia e migliaia per un giorno all’anno. È il fascino di provincia che piace tanto agli stranieri: il clima nordico, l’arrivo dei migliori capi bovini di razza piemontese, le giurie al lavoro, la premiazione con le gualdrappe e le scodelle di minestra di trippe, con l’apoteosi del gran bollito di Carrù. Per capire se i critici di Albione ci hanno preso, basta che vi rechiate lì il 17 dicembre.

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