28 Agosto Ago 2015 1045 28 agosto 2015

Il calcio negli Usa? «Prenderà il posto del baseball»

Il calcio negli Usa? «Prenderà il posto del baseball»

Tifo Calcio Usa

Basta con il luogo comune che gli americani non amano il calcio, e che non ci sanno giocare. Nel giro di qualche anno, il “soccer” potrebbe raggiungere la popolarità dei principali sport praticati negli Stati Uniti. E perché no, tra qualche decennio, magari, potrebbe addirittura soppiantare un mostro sacro come il baseball, nel cuore degli americani. Ne è convinto Dave Brett Wasser, tra i principali esperti di calcio in Nord America, già collaboratore del Soccer Blog sul New York Times, nonché titolare del più ampio archivio video di incontri calcistici made in Usa. Un patrimonio di immagini pressoché introvabili – elencato sul suo sito web DaveBrett.com - superiore persino agli archivi ufficiali della U.S. Soccer Hall of Fame e della U.S. Soccer Federation, che lo rendono una delle massime autorità al mondo in materia, nonché una “memoria storica” calcistica a stelle e strisce. O meglio, uno “storico del calcio”, come si ama definire.

Negli anni Settanta ci fu il fenomeno dei New York Cosmos: ci giocarono Pelé, Beckenbauer, Best, Cruyff, Eusebio, oltre a Giorgio Chinaglia

Originario di New York, cresciuto a pane e New York Cosmos ammirando le leggendarie gesta di Giorgio Chinaglia e compagni, Wasser, oggi residente in Texas, segue il calcio da decenni. Ovvero fin da quando il soccer, negli States, non lo conosceva quasi nessuno dei suoi connazionali. Eppure c’è stato un periodo, negli anni ’70, in cui sembrava che qualcosa stesse cambiando, con la nascita della Nasl – North American Soccer League, e l’arrivo di nomi del calibro di Pelé, Beckenbauer, Best, Cruyff, Eusebio, oltre allo stesso Long John Chinaglia. «A New York, negli anni ’70, tutti parlavano dei Cosmos, un fenomeno senza precedenti. Facevano sempre notizia. Per molti fan, oggi, è difficile immaginare il successo che la squadra e lo sport riscuotevano in città, sia dal punto di vista mediatico, che dell’affluenza di pubblico agli incontri. I Cosmos trascinavano la lega professionistica Nasl, e le partite venivano trasmesse in televisione. Era una novità assoluta, per gli Stati Uniti».

Anni egregiamente raccontati anche dal libro (di Gavin Newsham) e dal documentario (di Paul Crowder e John Dower) del 2006 “Once in a lifetime: The Extraordinary Story of the New York Cosmos”, dedicati al fenomeno dei Cosmos e all’impatto che ebbero sulla Grande Mela e sull’America. E l’italiano Chinaglia fu tra i principali protagonisti del primo tentativo di sbarco del calcio negli Usa. «Mentre molti sceglievano gli Stati Uniti perché a fine carriera, lui arrivò a New York all’età di 29 anni, nel 1976, quando si trovava ancora in splendida forma e al top del suo gioco. Non a caso è il giocatore che ha segnato di più nella storia del calcio statunitense», ricorda Wasser. «Chinaglia ebbe un’influenza incredibilmente positiva per la diffusione di questo sport in America. Certo, Pelé aveva su di sé tutta l’attenzione mediatica, per via del nome, ma era avanti con l’età e il suo meglio era ormai alle sue spalle. La vera star era Chinaglia: era senza dubbio il miglior giocatore di tutta la North American Soccer League. Molti non andavano d’accordo con lui, dicevano fosse intrattabile, ma io l’ho conosciuto, e si è rivelato molto simpatico».

La vera star era Chinaglia: era senza dubbio il miglior giocatore di tutta la North American Soccer League ed ebbe un’influenza incredibilmente positiva per la diffusione del calcio negli Usa

A dispetto dell’iniziale boom dei Seventies, il soccer non ebbe tuttavia una fortunata esistenza, oltre Atlantico. «All’inizio degli anni ’80, l’interesse della gente calò drasticamente. È difficile spiegare perché, probabilmente a causa di una serie di fattori diversi. Io stesso, che sono un grande appassionato, smisi di seguire la Nasl, e con me, all’epoca, milioni di giovani che preferirono rivolgere lo sguardo verso altri sport», ammette Dave Brett Wasser. In quegli anni, un altro italiano decise di provare l’avventura in Nord America, l’ex juventino Roberto Bettega che, all’età di 33 anni, accettò di indossare la casacca dei canadesi Toronto Blizzard per due stagioni. «Lo ricordo bene. Bettega giunse qui nel 1983, negli ultimi anni di vita della North American Soccer League».

Per il calcio nordamericano, dopo il naufragio della lega professionistica nel 1984 e la mancata organizzazione della Coppa del Mondo nel 1986 – fortemente desiderata dai vertici Usa, ma ottenuta dal Messico – seguì circa un decennio di limbo. Per poi tornare, prepotentemente, sulla scena. Prima con i Mondiali Usa ’94, rimasti (purtroppo) ancora ben impressi nelle menti dei tifosi italiani. Quindi, per la nascita della MLS, o Major League Soccer, campionato partito in sordina e cresciuto a dismisura nel corso degli anni, dapprima con personalità quali Roberto Donadoni, Walter Zenga e Carlos Valderrama, quindi con la generazione di David Beckham, Thierry Henry e talenti locali come Landon Donovan, fino ad arrivare alla realtà attuale, con nomi del calibro di Kakà, Andrea Pirlo, Steven Gerrard, Frank Lampard, David Villa, senza dimenticare l’esplosivo Sebastian Giovinco e l’ultimo arrivato, Didier Drogba, che forse non ha più molto da dire sul campo, ma sicuramente è in grado di riempire gli stadi. Un business in ascesa, che gode ancora di ampi margini di manovra. “La buona notizia è che il calcio è tornato in America, e che sta crescendo a vista d’occhio”, afferma Wasser. “La Coppa del Mondo, nel 1994, ebbe un grande impatto, e con essa anche le performance della nazionale statunitense, in grado di regalare alcune sorprese: solo quattro anni prima, a Italia ’90, perdere per 1-0 anziché per 10-0 con i favoritissimi Azzurri era stato considerato un successo, qui negli States. I Mondiali Usa ’94 riuscirono a mostrare il gioco del calcio a una nuova generazione di americani, creando così un forte seguito, che negli anni ha portato ai risultati attuali”.

Oltre all’interesse per il soccer, parallelamente è cresciuto notevolmente anche il legame del popolo Usa con la propria nazionale, lo scorso anno protagonista di un fenomeno social mai visto prima, addirittura con celebrità di Hollywood e del mondo dell’intrattenimento, e lo stesso Presidente Barack Obama, impegnati a fare il tifo per i beniamini di uno sport che gli americani, notoriamente, avevano in passato ripetutamente trascurato. Per non parlare delle donne, che da tempo dominano e che hanno di recente conquistato la Coppa del Mondo.

Gli Usa sono quindi pronti a diventare una potenza mondiale anche nel calcio, dove finora hanno raccolto scarsi risultati? «È difficile fare previsioni. Ci sono stati molti miglioramenti, e ogni quattro anni, ai mondiali, ci sono grandissime aspettative, ma ogni volta restiamo delusi. Nel 1994, di fronte alla nazionale di Lalas e compagni, i commentatori dicevano “tra vent’anni vinceremo la Coppa del Mondo”: sono trascorsi vent’anni, e questo non è successo», dice con ironia. «C’è un ampio settore giovanile, con un vivaio che rappresenta un potenziale enorme per il futuro: bisognerebbe effettuare qualche intervento nel modo in cui questo sport viene insegnato alle nuove generazioni, cambiare il modello di allenamento, aprire le porte a tutti i ragazzi. Lo ha detto anche il ct della nazionale Jurgen Klinsmann. Con il tempo, le cose potranno migliorare”. Con o senza l’ex allenatore della Germania, peraltro. «Klinsmann mi piace, ha davvero a cuore il futuro del calcio in America e ha fatto molto in questa direzione. Tuttavia, i risultati ottenuti agli ultimi Mondiali sono stati simili a quelli di altri allenatori, e ha fatto un errore madornale a lasciare fuori squadra Landon Donovan, più per questioni personali che per motivi tecnici».

«Il calcio è seguito dai giovani, il baseball dagli anziani: se dovessi scegliere, oggi preferirei essere proprietario di una squadra di Major League Soccer, rispetto a una di Major League Baseball»

Una domanda cruciale, che in tanti si pongono su entrambe le sponde dell’Oceano, è: c’è spazio per il soccer, negli Stati Uniti? Oppure continuerà a essere meno competitivo dei “big four”, ovvero football Nfl, basket Nba, baseball Mlb e hockey Nhl? Dave Brett Wasser è ottimista. «Le cose stanno cambiando. Oggi si sta già parlando di “big five”, e tantissimi considerano il calcio al pari delle altre discipline. Certo, non riuscirà mai a sfidare la Nfl: il football è lo sport più amato e seguito d’America, produce introiti inarrivabili. Però, il soccer si può già considerare più popolare dell’hockey, considerato il numero di persone che si recano allo stadio per seguirlo. Fondamentale, però, oltre all’affluenza nelle arene, è puntare sugli ascolti televisivi: sono quelli a fare la differenza. Oggi non sono eccezionali, ma stanno gradualmente migliorando. Sono stati fatti molti passi in avanti, ed è alquanto promettente l’appeal di questo sport sui cosiddetti “millennial”, la generazione nata a cavallo tra gli anni ’90 e il primo decennio del 2000, che lo vede al secondo posto dopo il football. Sul calcio si affacciano le nuove generazioni, mentre chi attualmente segue il baseball è in media più avanti con l’età. Non si possono fare pronostici, ma se dovessi scegliere, oggi preferirei essere proprietario di una squadra di Major League Soccer, rispetto a una di Major League Baseball».

Dal punto di vista della qualità del gioco e dell’attenzione globale, c’è chi si chiede se la Major League Soccer sia pronta, tra qualche anno, a diventare appassionante e seguita al pari di campionati nobili e blasonati quali Premier League, Liga o Serie A. Ma Wasser, su questo aspetto, sembra essere un po’ scettico. «Non possiamo sapere quale sarà la popolarità della Mls tra qualche anno. Gli ascolti, innanzitutto, dovrebbero aumentare in maniera considerevole, perché da questo aspetto derivano gli introiti, oltre alle eventuali sponsorizzazioni, e naturalmente la lega professionistica deve avere disponibilità di risorse ragguardevoli per potersi permettere giocatori di alto livello», nota.

Non solo vecchie glorie, dunque. «Il problema tradizionale è l’arrivo di calciatori anziani, spesso a fine carriera, come Didier Drogba. Servono ancora altre stelle. Sotto questo aspetto, è positivo il coinvolgimento di una città come New York, che ha due squadre professionistiche ed è una piazza dal sicuro richiamo mediatico. Lo stesso vale per Miami, dove Beckham sta lavorando per un team, che avrà un impatto efficace per attirare buoni giocatori. Inoltre, la Mls ha effettuato un’ottima scelta a introdurre il salary cap, il tetto salariale per non ripetere gli errori commessi dalla Nasl, dove pochi ricchi proprietari concentravano tutte le star in poche squadre, tipo i Cosmos. Anche l’Europa dovrebbe prendere in considerazione questa soluzione, altrimenti al vertice si troveranno sempre le solite quattro-cinque squadre più ricche, con budget e possibilità superiori rispetto a tutte le altre».

Dunque, prima di vedere gruppi di italiani, spagnoli o inglesi darsi appuntamento nei bar sport per seguire incontri del Real Salt Lake, o ragazzi delle giovanili in campo con le casacche dei Philadelphia Union, è probabile che debba ancora trascorrere qualche tempo. Non troppo, tuttavia, visto il successo che stanno riscuotendo alcuni connazionali impegnati sui campi della Mls. «A proposito», chiede Dave Bratt Wasser, «com’è possibile che la Serie A e il calcio italiano si siano lasciati sfuggire un fenomeno come Giovinco?».

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