6 Settembre Set 2015 1215 06 settembre 2015

«La satira deve sempre cercare la verità. E bisogna pubblicare tutto»

Parla Vincino

Foto Vincino

«La foto del bambino siriano sulla spiaggia? Certo che andava pubblicata! Io pubblicherei tutto, dobbiamo andare sempre alla ricerca della verità. E vanno ringraziati quei fotografi o quei pochi scrittori che lo fanno ancora. E questo vale pure per la satira che fa il suo lavoro quando ci arriva, alla verità. Quelli che si lamentano? Lasciamoglielo fare, fanno un altro lavoro: c’è gente che fa lavori diversi. La mia satira si ispira al film Amici Miei ma il mio lavoro è quello di raccontare la verità». Vincenzo Gallo, in arte Vincino, è tra i vignettisti di satira più noti in Italia. E’ uno dei disegnatori più taglienti, forse il più controcorrente, sicuramente il più simpatico. Era in parlamento durante l’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica. Era sulle scalinate della Corte di Cassazione il 1° agosto del 2013, sentenza definitiva su Mediaset per Silvio Berlusconi.

Occhiali sul naso, matita in mano, foglio. Vincino c’è sempre. Vuole vedere,  capire. «Appena posso esco, vado a vedere. Bisogna sempre cercare la verità, anche perché siamo assuefatti dalle balle della politica». Nato a Palermo nel 1946, a Vincino non sfugge nulla. Passa da una critica a Matteo Renzi sull’abolizione della province («Il ragazzo mi aveva convinto all’inizio, adesso invece...») per poi arrivare a ricordare proprio i suoi primi anni di politica. Aneddoti, storie pazzesche. «Nel 1980 ci inventammo una copertina della Bild dove le due Germanie erano già unite, andammo fino in Polonia per vederle. Poi facemmo pure la prima del Times di Londra e in Inghilterra ce la sequestrarono».  Prima anarchico, poi Lotta Continua, quindi il giornalismo con L’Ora, L’avventurista, il Male con Vauro, quindi Cuore, ora il Corriere della Sera e il Foglio. «Di politica ne ho fatta tanta. A Gela facevo dei manifesti giganteschi in piazza negli anni ’70, in tre dimensioni. Era un realtà pazzesca la Sicilia di quegli anni da raccontare. C’erano questi posti, queste stanze nascoste dove c’era gente che scambiava polli per avere un posto di lavoro...».  

«Appena posso esco, vado a vedere. Bisogna sempre cercare la verità, anche perché siamo assuefatti dalle balle della politica»

A gennaio la strage nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi ha spezzato per sempre la matita dei suoi miti, i Roiser, i Wolinsky, Willem Holtrop, quelli che l’hanno spinto a portare avanti la sua professione, a creare il Male. Isis. Teste tagliate. Islam. Maometto che non viene più disegnato. «Ma il problema non è se Maometto viene disegnato o no!». Si arrabbia «Quelle vignette di allora non erano un passatempo, nascevano in un momento preciso, hanno tutto un percorso dietro e quel percorso è andato avanti. La strage di Charlie Hebdo ha dimostrato che la satira è più viva che mai. Siamo un nemico insormontabile per quelli dell’Isis, perché disegniamo le facce delle persone, contro ogni dogma. Ma viviamo in una fase molto difficile e stiamo perdendo alla grande. Metà del medioriente è in mano a questi tagliagole che mandavano assassini ad ammazzare i vignettisti danesi». 

Per Vincino «i disegnatori devono solo raccontare le cose, la realtà. La potenza delle immagini è enorme. Il bambino siriano morto sulla spiaggia ci mostra la morte dell’Europa. Se fosse per me organizzerei dei traghetti e andrei a prendere chi sta scappando dalla Siria. Il momento è di sicuro molto peggiore di una volta, non ci siamo ancora resi conti che rischiamo di perdere quella libertà che abbiamo conquistato con la Rivoluzione francese o con la distruzione delle monarchie. E il momento in cui si è capito tutto questo è quando abbiamo deciso di scendere in piazza per dire “Siamo tutti Charlie Hebdo". E adesso cosa dobbiamo aspettare, che arrivino e distruggano il Colosseo?». 

Sul Foglio Vincino disegna quello che vuole. «Sin dall’inizio con Giuliano (Ferrara ndr) ho avuto un ottimo rapporto, non mi ha mai censurato niente. Alla fine sono stato fortunato, ho avuto sempre ottimi direttori». Mai una censura? «Una volta a Nuova Ecologia quello che adesso è ministro degli Esteri mi ha difeso perché c’era un tale che voleva la mia testa. Avevo disegnato una cavolata...sì sto parlando di Paolo Gentiloni». E chi chiedeva la testa del vignettista? «Non è importante, era Rutelli, ma poi abbiamo fatto pace». Negli ultimi mesi c’è stata pure la polemica sulla vignetta di Giannelli e gli immigrati sul Corriere della Sera. «Non è stata particolarmente felice, ma una vignetta non deve mai essere interpretata completamente. La vignetta satirica si muove in un mondo di idee e emozioni. L’altro giorno ho disegnato Pannella travestito da Papa perchè è il suo sogno. Oggi ho disegnato Alfano...quello che dopo il famoso lodo Alfano che voleva salvare Berlusconi ora dice che i carcerati devono scontare fino all’ultimo giorno di galera». Libertà, libertà, libertà. «Uno dei più grandi errori di Fortebraccio (Mario Melloni ndr) ai tempi dell’Unità è stato quello di non fare satira sul Partito Comunista. Li conosceva bene, ma non fece mai nulla. La forza della satira sui giornali è invece quella di andare contro la linea editoriale del giornale su cui si disegna. A me piaceva Forattini su Repubblica, anche Staino ha dato un grande aiuto all’Unità... L’errore è di rinchiudersi nella piccola politica italiana, perché alla fine il mondo ti bussa sempre alla porta». 

«Una vignetta non deve mai essere interpretata completamente. La vignetta satirica si muove in un mondo di idee e emozioni»

Non c’è differenza tra satira politica di una volta e quella di adesso. «Ognuno fa il suo. E l’Italia ha una classe politica fatta di tanti piccoli Scilipoti. Il politico medio in generale è uno scilipotiano nato. E’ un’opportunista. I siciliani poi sono pazzeschi, tutti che cercano di piazzare il figlio a fottersi i soldi di qua e di là». Berlusconi, Renzi. «C’è qualcosa che gli unisce. Non hanno numeri due, per questo durano. Pensa a Prodi, aveva come numero due D’Alema che gli ha fatto le scarpe». Di presidenti della Repubblica non ne parliamo neanche. «Mattarella è un furbetto, è stato in silenzio per anni, ora deve sfogarsi. Napolitano era sempre consigliato dal figlio e questo è stato un danno. A me piaceva Einaudi». E ora cosa è rimasto? «Ci sono un sacco di bravissimi vignettisti giovani in Italia, manca però un giornale di satira». E la politica? «Io sono un Radicale. Combattono la partitocrazia, sulle critiche ai partiti non hanno mai sbagliato. Fanno battaglie di principio che non portano consenso, non c’è un guadagno politico. Sei mai stat in carcere con i Radicali? I carcerati ci credono tantissimo. Pannella poi ha la sua età, è giusto che si commuova per il Papa e l’amnistia. Ecco anche a me queste battaglie mi commuovono ancora».  

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