11 Settembre Set 2015 1215 11 settembre 2015

«Con industria 4.0, la Germania può aiutare l’Italia a ripartire»

Politiche industriali

Controllo Qualita Stoccarda

Partiamo dalla fine. Oggi Porsche è l’azienda automobilistica che fa più profitti al mondo. Non è sempre stato così, però. Ad esempio, nel 1991, a seguito della recessione dell’economia americana post-guerra fredda, aveva perso il 45% degli ordini in un colpo solo: «Eravamo un’azienda con margini bassissimi, allora, e il mercato Usa pesava per più della metà del fatturato. Era lì, del resto, con Steve McQueen e James Dean, che era nato il mito di Porsche. Altri avrebbero chiuso bottega o venduto tutto, ma per i Porsche era un’eredità di famiglia e decisero di salvarla». A parlare è Josef Nierling, italo-tedesco, amministratore delegato di Porsche Consulting. La struttura di cui fa parte nasce proprio in quei giorni: «Misero insieme un gruppo di persone per occuparsi della ristrutturazione dell’azienda - racconta - primo obiettivo: ridisegnare la strategia di prodotto. Secondo: rivedere completamente i processi produttivi rendendoli più performanti. Terzo: aprirsi a nuovi mercati».


L’assemblaggio finale nello stabilimento Porsche di Stoccarda (fonte: Porsche Consulting)

Quel gruppo le indovina tutte: elimina un sacco di prodotti inutili e, studiando le abitudini dei suoi clienti, ne progetta di nuovi, primo fra tutti il Suv Cayenne. Principalmente, però, invece che delocalizzare in Paesi con la manodopera a basso costo, ridisegna i processi produttivi per sé e per i propri fornitori. Tra loro c’è la Recaro, azienda che produce sedili per automobili e che con la Porsche è legata a un doppio filo. Fu infatti la Recaro, ad affittare a Ferry Porsche il suo stabilimento, quando nel 1948, a guerra finita, riuscì finalmente ad aprire la propria fabbrica di automobili.

Invece che delocalizzare in Paesi con la manodopera a basso costo, Porsche decise di ridisegnare i processi produttivi per sé e per i propri fornitori

La Recaro, dicevamo, ha un’altra divisione oltre a quella automobilistica, che si occupa di progettare sedili per gli aerei di linea: «Erano rimasti talmente soddisfatti che ci hanno chiesto di aiutarli a ristrutturare anche la loro unità di produzione aerospaziale - racconta ancora Nierling -. Non essendoci alcun legame con l’automotive, abbiamo creato un team che ristruttura aziende per terzi. E siamo nati noi». Porsche Consulting oggi dà lavoro a 400 addetti e fa consulenza sia per le società del gruppo,  sia per i subfornitori, incluse le partecipate italiane come Lamborghini, sia per chi ne fa richieste» Oltre l’Italia, ha aperto sedi ad Atlanta, Shanghai, San Paolo. Nessuna però lavora come quella di Milano: «In nove anni, abbiamo ristrutturato i processi produttivi di oltre duecento aziende», ricorda Nierling.

Come mai questo feeling tra Porsche e Italia? Secondo Nierling, i punti in comune tra l’azienda di Zuffenhausen e il nostro capitalismo famigliare sono tantissimi: «La Porsche non nasce come casa automobilistica, ma come lavoro in proprio di un ingegnere e di suo figlio - spiega Nierling -. Ferdinand e Ferry Porsche progettavano auto secondo i dettami del design thinking, andavano avanti per prototipi e per esperimenti». Prima per la Volkswagen, per cui disegnarono il Maggiolino. E poi per sé, quando si inventarono l’auto sportiva per tutti i giorni, usando pezzi del Maggiolino, il suo stesso motore boxster: «È come se l’avessero schiacciato il maggiolino con un giornale». È così che nasce la prima Porsche, modello 911.


La Porsche modello 911 (fonte: Porsche Consulting)

Porsche Consulting fa consulenza in diverse sedi nel mondo. Nessuna però lavora come quella di Milano: «In nove anni, abbiamo ristrutturato i processi produttivi di oltre 200 aziende»

Non è solo questo però: «Noi siamo in Italia da nove anni - spiega Nierling - inizialmente per aiutare i nostri fornitori, Brembo ad esempio, a migliorare il processo produttivo. Poi però diversi imprenditori che erano clienti e appassionati di Porsche, come Riello o Carraro della Carraro Trattori, si innamoravamo pure della nostra cultura aziendale Porsche e ci chiedevano di esportarla nella loro azienda».  La simbiosi funziona: «Il modello manageriale tedesco -  racconta ancora Nierling - si adatta molto meglio di quello americano al tessuto produttivo italiano. Loro ragionano solo sul breve termine, mentre noi tedeschi abbiamo una visione di lungo termine e siamo molto focalizzati su prodotto. Non a caso, negli Usa il Ceo è un uomo che viene dalla finanza, mentre nelle aziende tedesche molto spesso è un ingegnere, come Ferry Porsche. L’azienda tedesca crea un vantaggio competitivo sul valore del prodotto. E oggi sui mercati c’è una forte attenzione ai prodotti. L’Italia non deve competere sul prezzo, ma differenziarsi sulla qualità, sulla creatività e sulla cura». 

«Il modello manageriale tedesco si adatta molto meglio di quello americano al tessuto produttivo italiano»

Mondadori, Bonfiglioli, Trussardi, Aureli sono solo alcuni dei nomi che si sono avvalsi delle competenze di Porsche Consulting: «Uno dei casi più interessanti su cui abbiamo lavorato recentemente è quello di Illy - racconta Nierling -, un’azienda che ha vissuto un momento di crisi come il nostro perché c’è stata una forte trasformazione del mercato, con il boom del caffè in capsula. La nuova strategia di Illy è tornare all’eccellenza del prodotto, per riguadagnare un vantaggio competitivo, comprendendo sempre più il fabbisogno di cliente. Il loro passaggio sulle capsule con l’iper espresso è quel che abbiamo fatto noi con Cayenne».

Il video della fabbrica che costruisce le Porsche Panamera, da National Geographic Megafactories

Non solo piccole imprese, tuttavia. Porsche Consulting lavora anche con multinazionali che pur essendo dei giganti, si ispirano anche loro al modello industrial-artigiano di Porsche, fondato sul miglioramento della qualità del prodotto attraverso il processo. È con loro che Porsche Consulting sta approfondendo i ragionamenti sul tema di Industry 4.0, la quarta rivoluzione industriale teorizzata dai tedeschi che mira a migliorare i processi produttivi e a personalizzare i prodotti attraverso l’uso delle nuove tecnologie digitali: «Oggi internet e l’automazione sono le chiavi per ricostruire un nuovo e più solido vantaggio competitivo», spiega Nierling.

Per Porsche Consulting questa rivoluzione è fondata su un acronimo di tre lettere: Agv. Automated guided veichle. O, in italiano, veicoli a guida automatica: «Qualche anno fa eravamo in forte crescita, ma non avevamo più capacità produttiva né liquidità a sufficienza per creare un nuovo stabilimento - racconta Nierling - così abbiamo chiesto a un fornitore finlandese di produrre per noi. Abbiamo comprato degli Agv e glieli abbiamo dati. Nella loro fabbrica non c’era una vera e propria linea produttiva. Gli Agv passavano da una stazione produttiva all’altra con i pezzi necessari ed erano assemblati da macchine automatiche, programmate ad hoc. Le linee di produzione cambiavano di continuo, in funzione dell’ordine che ricevevano. Per noi il futuro è questo». 

MESSAGGIO PROMOZIONALE

«Tra non molto ci saranno occhiali a realtà aumentata che diranno ai nostri magazzinieri quali pezzi prendere e quando»

L’immaginazione corre, ma non troppo. Già oggi si può configurare un modello di Porsche personalizzato in ogni dettaglio online. La richiesta, una volta confermato l’ordine arriva a Zuffenhausen. E il progetto viene inviato agli Agv, che si mettono in moto. Passano per il magazzino, chiedendo pezzi ai magazzinieri. Quindi sono loro, gli Agv, che decidono dove andare nella fabbrica e cosa chiedere di fare ai diversi addetti e alle diverse macchine: «Già oggi abbiamo dei proiettori che mostrano all’addetto cosa montare e dove. Tra non molto, ci saranno anche occhiali a realtà aumentata che diranno ai nostri magazzinieri quali pezzi prendere e quando». 

La personalizzazione aumenta, la velocità pure. Ma cambia tutto pure per i “blue collar” che lavorano nelle fabbriche: «Un tempo era fondamentale l’esperienza. Con Industry 4.0 invece è importante saper imparare - preconizza Nierling -. Ancora oggi, nella linea motori, il core della Porsche, ci vanno quelli con più esperienza. Domani sarà tutto in evoluzione, invece. La risorsa più preziosa sarà quella che più rapidamente si adatta al cambiamento». Automazione, però, non vorrà dire fine degli operai: «Troppa automazione irrigidisce i processi, la persona è più flessibile».

«All’Italia manca una cosa, soprattutto: serve che la politica dia la direzione»

La cosa più interessante di Industry 4.0 è un’altra ed è la collaborazione tra le imprese. L’idea che, in altre parole, l’innovazione sia frutto di un processo collettivo e collaborativo: «Tutto va sviluppato assieme, in Germania e anche in Italia - spiega Nierling -. La Germania sta facendo molto cluster. Esistono già diverse associazioni d’industrie, come Posche, Bosch, Abb, che stanno sviluppando assieme Industry 4.0. All’Italia manca una cosa, soprattutto: serve che la politica dia la direzione. Pensa al Fraunhofer Institute, a quel che siamo riusciti a fare mettendo assieme politica, formazione e industria. Costruire questa sinergia è cruciale anche in Italia». E anche tra Italia e Germania: «In molti settori, assieme, facciamo più della metà del mercato di produzione. Siamo il made in Europe, e ancora non lo sappiamo». 

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