13 Settembre Set 2015 1130 13 settembre 2015

Monte Bianco, storia di un confine ancora conteso (dopo 150 anni)

Monte Bianco, storia di un confine ancora conteso (dopo 150 anni)

Monte Bianco

Si è parlato di incidente diplomatico, di scontro tra Italia e Francia, di contesa internazionale. Il problema? La questione del confine. La cosa bizzarra è che, in un momento in cui decine di migranti, bloccati a Ventimiglia, restano bloccati sulla frontiera con la Francia, il tratto in discussione è un altro, e riguarda il Monte Bianco.

Il problema è emerso all’inizio dell’estate 2015, quando i francesi hanno spostato di 150 metri, con una ruspa, il cippo che segna il confine. «Lo abbiamo subito rimesso al suo posto», ha spiegato Guido Azzalea, presidente delle guide alpine della Valle d’Aosta, «come era ovvio». Ma era solo l’inizio delle ostilità. Due giorni prima, il 23 giugno, c’era stata l’inaugurazione della nuova funivia sul monte Bianco, già entrata in funzione il 30 maggio («in tempo per Expo», sottolineò Augusto Rollandin, presidente della Regione). C’era anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi ma nessuno delle autorità francesi. Un vuoto eloquente? «Non ho invaso la Francia», aveva risposto scherzando Renzi. I rapporti tra i due Paesi sono sereni, tra lui e Hollande si va a pacche sulla schiena, aveva lasciato capire. Non su tutto, però, a quanto pare.

È una contesa che dura da almeno 150 anni, e su cui l’Italia non ha (quasi) mai fatto sentire la sua voce

Le ostilità sono riprese a inizio settembre. Due guide alpine, su mandato del sindaco francese di Chamonix, Eric Fournier, hanno chiuso con i morsetti l’accesso a rifugio Torino, cioè il cancello che, partendo dall’ultima stazione della funivia, arriva fino al ghiacciaio del Gigante. Un’operazione avvenuta in territorio italiano, e il sindaco lo sa bene. Ma gli importa poco: quello che conta, sostiene, è la sicurezza di chi scende dalla funivia. Ci sono cartelli che avvertono i turisti, spiegano che bisogna fare attenzione, ma «se qualcuno si fa male», dice Fournier a Repubblica, «è colpa mia per responsabilità oggettiva. E le leggi francesi sono più severe di quelle italiane». E questo è un punto, ma non è tutto.

Il problema, anzi i problemi, sono diversi. In primo luogo, c’è una contesa che dura da almeno 150 anni, e su cui l’Italia non ha (quasi) mai fatto sentire la sua voce. Si tratta di circa 300 metri di linea di confine. Secondo i francesi, la frontiera passa oltre la cima e va a comprendere anche il rifugio Torino. In questo modo, si deduce, il Monte Bianco è in territorio francese, punta compresa. Possono anche vantare il record della cima più alta d’Europa. Lo sostengono, lo insegnano a scuola e si stupiscono (è una “bizzarria geografica”) quando scoprono che le cose non stanno proprio così. Il confine si trova qualche metro sopra, lungo la sommità della montagna: la divide a metà (e quella zona diventa territorio franco-italiano), ricadendo nei territori dei due Paesi confinanti, secondo la miglior tradizione dello spartiacque.

L’equivoco è di vecchia data. Fino al 1796 tutti i territori intorno al monte Bianco ricadevano nel territorio dei Savoia. In seguito alle continue sconfitte contro l’esercito napoleonico, il re di Sardegna dovrà cedere alla Francia i territori della Savoia, e per la prima volta nella storia nasce un confine che attraversa il massiccio del Monte Bianco. Secondo il testo del trattato, la cima sarebbe in territorio savoiardo. Si tratta comunque di un confine temporaneo. Napoleone perde a Waterloo, viene esiliato e, con il Congresso di Vienna del 1815, i territori conquistati dall’ex imperatore vengono restituiti. Tutto come prima, per almeno altri 50 anni.

Secondo i francesi, il Monte Bianco è in territorio francese, punta compresa. Possono anche vantare il record della cima più alta d’Europa. Lo sostengono, lo insegnano a scuola

Nel 1860 Vittorio Emanuele, seguendo il progetto di unificazione della penisola, chiede aiuto alla Francia. In cambio ri-cede i territori di Savoia e Nizza, con il trattato di Torino. In questo caso il confine (è detto con chiarezza) ricalca quello che era stato deciso, nel frattempo, tra ducato di Savoia e ducato d’Aosta, tracciato da Felice Muletti nel 1823 e che passava lungo la cima del Monte Bianco. Carta canta. Ed è importante che lo faccia, perché il trattato di Torino è ancora in vigore sia in Italia che in Francia (a parte una sospensione, durante la Seconda guerra mondiale).

E allora, quando avviene il fattaccio? Quando la Francia decide di allungare il confine di qualche metro più in là? La risposta è semplice. Pochi anni dopo. Nel 1865 un cartografo dell’esercito, Jean-Joseph Mieulet riscrive, in modo molto accurato, la mappa dell’area. Nel suo lavoro la linea del confine appare spostata, e per la prima volta la cima del Monte Bianco, tutta, ricade sotto l’area francese, in piena contraddizione con il trattato firmato pochi anni prima. Parigi fa finta di niente, ma adotta la mappa e la inserisce nelle cartine dell’Institut Cartographic Militaire. Il Regno d’Italia tace, ma non acconsente. Le mappe del Regno prevederanno sempre che il confine passi lungo la sommità. Il delitto, insomma, si è compiuto in silenzio.

Ulteriori contenziosi si sono aggiunti negli anni, e la necessità di fare chiarezza una volta per tutte ha portato a una serie di incontri, anche recenti. Il confine torna sempre, quando meno ce lo si aspetta, a interessare le autorità. Nel 1996 si formano gruppi di lavoro, a San Remo, ma senza risultati. Anche perché le mappe dei trattati del 1860 custodite dai francesi erano – guarda caso – andate distrutte. L’accordo di massima, comunque, c’è. Si fanno interrogazioni parlamentari e nel 2003 sembra che la direzione sia decisa: la cima è anche italiana.

E allora, perché si continua a insistere nel contrario? Perché, proprio nel 2015, i francesi hanno deciso di ignorare gli accordi? L’ultima mossa del sindaco di Chamonix, dettata da esigenze di sicurezza, rende tutto meno chiaro. «Adesso gli escursionisti corrono un rischio in più, perché devono scavalcare il cancello, per passare», spiegano gli amministratori italiani. Da Courmayeur la vicenda è finita sul tavolo del ministero degli Esteri, e anche Paolo Gentiloni ha dovuto interessarsene. Con quale esito, non si sa ancora. Nel frattempo, la “assenza di certezza del diritto”, denunciata dal sindaco di Courmayeur Fabrizia Derriard, diventa ampia. Riguarda la sicurezza dei turisti, ma anche i permessi edili, i codici. È la confusione della frontiera, dove finisce una convenzione per lasciarne iniziare un’altra. Ma più che al diritto, si consiglia, bisogna guardare ad altro. Al sodo. Anzi, al soldo.

Come spiegano a Linkiesta Laura e Giorgio Aliprandi, storici della cartografia che si sono occupati per anni della questione, «Non si tratta di orgoglio nazionale. E anche se può sembrare una questione, tutto sommato, di lana caprina», le rivendicazioni francesi «hanno un senso economico», ed è legato proprio alla nuova funivia, che pure ha provocato reazioni non sempre entusiaste tra la popolazione dei residenti. In poco tempo, sono centinaia di migliaia i turisti inviati a 3.300 metri di altezza. Che il turismo significa soldi, non è una novità. Così come lo significano le nuove strutture. Come risposta, i francesi hanno ritoccato al rialzo il costo del biglietto andata e ritorno tra Punta Helbronner e Aiguille du Midi (che è su territorio francese), mentre è rimasto uguale quello tra Aigulle du Midi a Punta Helbronner, cioè per chi parte dalla Francia. Il confine sul Monte Bianco torna e ritorna nella storia, è un tema ricorrente. Quello dei soldi, però, lo è molto di più.

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