Dossier
Aim Monitor
14 Settembre Set 2015 0745 14 settembre 2015

Parla Profumo: «Voglio aiutare le piccole imprese a diventare grandi»

L’intervista

«Accompagnare le piccole e medie imprese a diventare grandi». Sceglie un obiettivo ambizioso, Alessandro Profumo, alla vigilia di una nuova sfida professionale. Dopo aver fatto diventare grande UniCredit e dopo i quattro difficili anni come Presidente del Monte dei Paschi di Siena - terminati comunque con una semestrale in attivo dopo tre anni in rosso - il manager genovese torna in pista con Equita, società di intermediazione mobiliare di cui ha rilevato il controllo e della quale sarà nominato presidente il prossimo 15 settembre.

Alessandro Profumo, da manager a imprenditore, dal credito alla finanza. Come mai questo cambiamento?
Dal mio punto di vista è una scelta in continuità con la mia storia. Anche quando facevo il bancario, ho sempre sostenuto che bisognava aumentare il peso del mercato nelle fonti di finanziamento delle imprese. Non parlo solo di capitale di equity, ma anche debito, intendiamoci. Di fatto, per avere un sistema di imprese sostenibili, dobbiamo favorire il legame tra imprese finanziarie - come le banche, o Sim come Equita, che sono a loro volta imprese - e quelle non finanziare. Ecco, semmai il cambiamento è avvenuto intorno a noi. Il legame banca-impresa come lo conoscevamo dieci anni fa non basta più e non tornerà più.

Come mai?
Perché oggi, rispetto al 2007, le banche per erogare credito hanno bisogno di quattro volte tanto capitale primario. Sono cambiate le regole, per evitare altre crisi, e il costo del capitale non è sceso abbastanza da mitigare gli effetti delle nuove norme. 

Questo significa che le imprese dovranno rivolgersi altrove, per finanziarsi?
Non necessariamente. Certo, ci sarà inevitabilmente un maggior accesso ai mercati finanziari, ma il rapporto tra banche e imprese non cesserà. Cambierà, semmai. Diventerà più profondo.

«I panettieri che sopravvivono non sono quelli cui la banca locale dà i soldi perché sono loro amici, ma quelli che vendono il pane. E se vendono il pane, qualcuno che gli dà i soldi lo trovano»

In che senso?
Oggi un’impresa che ha 25 milioni di capitale ha linee di credito aperte con algente sette, otto banche. Sono troppe e rendono il rapporto molto superficiale e opportunistico. In futuro dovrà essere molto più trasparente, basato su piani d'impresa molto più strutturati. Le banche, dovranno cambiare, parecchio in questo contesto, perché diventeranno quasi azioniste delle imprese. 

C'è chi dice che il social lending - piattaforme che metteranno in contatto chi ha soldi da prestare e chi ne ha bisogno - sarà la vera rivoluzione del credito, che le banche come le conosciamo non esisteranno più...
Il social lending sarà una cosa molto importante. Non fosse altro per il fatto che stanno muovendo grossi operatori americani ed europei. Il sistema bancario verrà sicuramente disintermediato, ma si riposizionerà. Ci saranno una serie di nuovi attori, ci sarà il mercato. La mia certezza è che le banche non staranno ferme.

E le imprese?
Anche le imprese dovranno cambiare. Tanto per essere chiari: se ci sono parti non trasparenti in bilancio dovranno necessariamente scomparire. E poi dovranno diventare più grandi. Mi rendo conto che non sto dicendo nulla di originale, ma uno dei maggiori handicap del nostro sistema imprenditoriale sta nella dimensione media delle imprese. C'è bisogno di imprese più grandi.

Lei pensa che le piccole imprese siano destinate a scomparire?
Dipende da loro, non certo dalle banche o dalla finanza. Nella misura in cui i piccoli imprenditori troveranno un identità, riusciranno a prosperare. Scompariranno se non riusciranno a trovare un identità. Perché i panettieri che sopravvivono alla grande distribuzione organizzata non sono quelli cui la banca locale dà i soldi perché sono loro amici, ma quelli che vendono il pane. E se vendono il pane,  qualcuno che gli dà i soldi lo trovano.

«Bad Bank? Se si riesce a creare un sistema per dare alle banche un migliore libertà di operare penso sia positivo»

Non se quel panettiere ha una serie di debiti che non è riuscito a pagare alle banche. O se la banca in questione ha in pancia un mare di crediti deteriorati. Lei che ne pensa dell'idea di fare una bad bank che li raccolga? Può essere utile alle imprese o è un regalo alle banche?
È dall'inizio della crisi che ci portiamo dietro questo retropensiero che ogni intervento sul sistema del credito sia un regalo alle banche, che gli istituti di credito siano in qualche modo i colpevoli della recessione e che devono espiare. Peccato che se le cose vanno male non è per colpa delle banche - non solo, perlomeno - ma perchè l'economia va male. Se si riesce a creare un sistema per dare alle banche un migliore libertà di operare penso sia positivo. So che il governo ci sta lavorando e mi auguro soluzione in tempi brevi. 

Torniamo al nostro panettiere: magari non sarà lui a quotarsi in borsa, ma è un paradosso che le nostre piccole e medie imprese non riescano ad avere accesso ai mercati dei capitali. Come si può fare, secondo lei, per invertire la rotta?
Io penso sia necessario un intervento di policy. Prendiamo il mercato dell'Aim, che è dedicato alle imprese di piccole e medie dimensioni. Ci sono realtà straordinarie, ma è un mercato illiquido, in cui non girano soldi. 

Come mai?
Perché seguire una grande realtà e seguirne una piccola costa uguale. Solo che la piccola rende meno, nel breve periodo. 

Quindi?
Quindi bisognerà capire cosa serva per convincere i mercati a operare con imprese medio-piccole. 

E le piccole e medie imprese a quotarsi in Borsa, aggiungerei…
No, secondo me il problema non è lì. Bisogna creare gli investitori, prima di tutto. Se ci sono quelli, le imprese arriveranno. Semmai andrebbe incentivata l'aggregazione tra le imprese.

C'è chi, come Giovanni Tamburi in un’intervista su Linkiesta, propone di ridurre le tasse sui guadagni in conto capitale per chi investe nelle piccole e medie imprese. Lei che ne pensa?
È una proposta interessante. A mio avviso sarebbe altrettanto utile creare dei soggetti che investono in fondi dedicati alla media impresa. Ad esempio, un fondo dei fondi che investa nelle pmi. Potrebbe essere opportuno che la politica pensi a delle agevolazioni per i privati che investono in questo tipo di fondi. Potrebbe essere la leva che fa partire tutto il resto. Io ci credo molto. 

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