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Aim Monitor
16 Settembre Set 2015 1645 16 settembre 2015

La corsa di Mobyt, quando il Made in Italy è un sms

La corsa di Mobyt, quando il Made in Italy è un sms

 I segnali di ripresa, a volte, arrivano da storie inaspettate. Quella di Mobyt, ad esempio, società leader italiana nei servizi via sms. Nella relazione semestrale appena presenta i numeri parlano da soli: ricavi che passano dai 20 milioni del 2014 a 28 milioni attesi del 2015 (previsioni Integrae Sim), con la stima di arrivare a 38 milioni nel 2017 (previsioni Integrae Sim). O anche un Ebitda - il margine operativo lordo - che passa dagli 1,8 milioni dello scorso anno ai 4,3 attesi (previsioni Integrae Sim) per quest’anno. 

Una crescita impetuosa per quella che, a buon diritto, si può definire come una piccola grande storia da Silicon Valley all’italiana. Mobyt infatti nasce come la più classica delle garage company. Nel tempo libero e attraverso un processo incrementale di sperimentazioni e nuove idee: «Vivevo a Ferrara e facevo il magazziniere - spiega il fondatore e Ceo Giorno Nani -. Nel tempo libero, però, programmavo siti internet. In quegli anni, mancavano servizi di hosting e assistenza affidabili, così preso 20 milioni in prestito dalla banca e ho fondato Widestore, una specie di Aruba, nata qualche anno prima. Li ho spesi tutti in pubblicità, quei soldi. A fine anno facevo 30 milioni di lire di fatturato al mese». 

L’idea decisiva, però, gliela regala un cliente, che gli racconta di un imprenditore che per invitare la gente ai suoi eventi, scrive sms e li spedisce a tutta la sua rubrica telefonica: «È come se quell’intuizione mi fosse esplosa in testa: perché non vendere questo servizio alle aziende? - racconta - Abbiamo cominciato a commercializzare il servizio senza averlo ancora implementato. Per accontentare il nostro primo cliente,  abbiamo dovuto creare il Gateway in tre giorni, lavorando giorno e notte». 

Agli inizi degli anni Duemila i modem permettevano di spedire un sms ogni quattro secondi. Oggi Mobyt spedisce 500 milioni di sms all’anno, con picchi di oltre 400 al secondo

Potenza della tecnologia: allora, parliamo dei primi anni Duemila, i modem a disposizione permettevano di spedire un sms ogni quattro secondi. Oggi Mobyt spedisce 500 milioni di sms all’anno, con picchi di oltre 400 al secondo. Fate due conti e capirete perché Nani decide di mollare Widestone al suo destino - o meglio, ad Aruba - e di concentrarsi su questa sua nuova creatura - Mobyt, per l’appunto - che già dal primo anno macina fatturati da 40mila euro al mese: «Il nostro settore è quello dei servizi sms - spiega ancora Nani -. La clientela è variegata: si va dalla Gdo che informa delle offerte che fa fino a chi gestisce il magazzino delle farmacie e le avvisa che è arrivato il farmaco che avevano chiesto. Anche le dimensioni dei nostri clienti sono molto diverse: c’è chi spedisce 100mila  messaggi, chi 10».

L’anno del grande salto è il 2005. Mobyt inizia a fare pubblicità su Adwords, la piattaforma per inserzionisti di Google: chiunque cerchi sms sul popolare motore di ricerca si ritrova il link al sito di Mobyt come primo risultato: «Nel nostro settore siamo stati i primi a farlo ed è stato un boom. - spiega Nani -. Abbiamo fatto migliaia di attivazioni in pochi mesi». Il 2005 è anche l’anno dello sbarco all’estero. In Francia, più precisamente, dove oggi Mobyt produce un quarto del suo fatturato da servizi sms. 

Nel 2014 comincia il valzer delle acquisizioni. Prima Amm Spa, agenzia web che fornisce ai clienti il servizio di Google Adwords che ha reso grande Mobyt.  Poi le concorrenti Trendoo e Skebby, acquisite a cavallo della quotazione al mercato Aim. E ora, Digitel Mobile, con cui l’acquisizione sarà chiusa entro il 30 novembre. Un processo di crescita che si fonda su una convinzione profonda: che il mercato del marketing e dei servizi via sms continuerà a crescere.

«Dal momento in cui ci hanno messo internet in tasca, con i piani tariffari di nuova generazione, il mercato sms è esploso - racconta Nani -: in poco tempo si è passati da 1 miliardo a 2 miliardi e mezzo di sms inviati ogni giorno». App come WhatsApp non lo spaventano: «Se oggi Google o Apple permettessero alle aziende di inviare messaggi promozionali attraverso le applicazioni, la gente sarebbe letteralmente invasa dai messaggi e le disinstallerebbe nel giro due minuti. Detto questo, il giorno in cui ci saranno le app per fare il nostro mestiere, noi faremo una app. L’innovazione e il futuro non ci spaventano». 

«I messaggini, anche se promozionali, li leggi, le mail no»

Per il momento, l’sms rimane lo strumento migliore: «I messaggini, anche se promozionali, li leggi, le mail no. Noi cresciamo perché sono un mezzo di fidelizzazione della clientela e di personalizzazione del servizio che non ha eguali. Abbiamo clienti che fanno addirittura l’80% del fatturato, grazie agli sms». I big data giocano un ruolo fondamentale, in un servizio come questo: «Prendiamo un negozio che conosce la tua data di nascita e che il giorno del tuo compleanno ti invia il più classico degli sms di auguri dicendoti che ti offre uno sconto speciale su uno dei tuoi prodotti preferiti».

Problemi di liquidità Mobyt non ne ha mai avuti: «Fortunatamente, il nostro business prevede anche che i clienti paghino il servizio in anticipo - spiega Nani -. Non abbiamo mai avuto bisogno delle banche, quindi». La quotazione ad Aim è servita a crescere per linee esterne: «Aim è l’ideale per la crescita dimensionale dell’impresa - spiega il Cfo di Mobyt Omero Narducci -. Il problema, semmai, è che ci sono pochi investitori». 

«Aim è l’ideale per la crescita dimensionale dell’impresa. Il problema, semmai, è che ci sono pochi investitori»

Relativamente alle imprese, invece, il problema è l’opposto, o quasi: «Io vengo da Arezzo una città di 90mila abitanti in cui prima della crisi c’erano più di duemila imprese orafe - racconta Narducci -. Perché non sono cresciute? Per non complicarsi la vita: perché se l’impresa povera, l’imprenditore è ricco. È questo gene distorto che genera il nanismo imprenditoriale e una cultura d’impresa poco trasparente». Troppe imprese opache per ipotizzare quotazioni di massa, quindi? «Il rischio di quotare delle realtà che non dovrebbero essere quotate esiste - continua Narducci - Però quotarsi in Borsa, all’Aim, può essere un buon modo per far crescere la propria cultura imprenditoriale. Sì, potrebbe essere utile».

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