18 Settembre Set 2015 1430 18 settembre 2015

Le Regioni sono un disastro, e noi affidiamo loro il Senato

Riforme

La provocazione è attribuita al premier Matteo Renzi: «Non volete la riforma costituzionale così com’è? Allora abolisco il Senato e ci faccio un museo». E ok, il premier l’ha smentita a stretto giro, ma tanto è bastato per denudare il re e scatenare un dibattito parallelo. «Perché no?», si chiede qualcuno. Se monocameralismo dev’essere, che lo sia davvero.

Sottotraccia, ma nemmeno troppo, la convinzione è che il Senato delle autonomie, così dovrebbe chiamarsi, sia una specie di paracadute per un pezzo di classe politica, che sia un modo per far uscire le poltrone dalla porta e farne rientrare un terzo dalla finestra. Non solo: le competenze di tale, nuova, Camera appaiono del tutto accessorie e vaghe: il “raccordo” tra lo Stato e gli enti territoriali. la “formazione” e l’“attuazione” degli atti normativi dell’Unione europea, l'“attività di verifica” dell'attuazione delle leggi dello Stato e la “valutazione dell'impatto” delle politiche pubbliche sul territorio. Se lo chiamassero il Senato delle varie ed eventuali, farebbero prima.

Il problema, semmai, è un altro. Che questo nuovo Senato delle Autonomie è di fatto un Senato delle regioni, che esprimono o nominano circa 75 senatori su cento. E, soprattutto, che questa nuova legge aumenta le competenze delle regioni su ambiti come l’istruzione, la tutela dell’ambiente e dei beni culturali, l’organizzazione dei servizi sanitari, la mobilità e le infrastrutture.

Per liberarsi degli effetti distorsivi del bicameralismo perfetto si premiano, legittimandone il ruolo, enti territoriali la cui autonomia ha sovente generato disastri, da nord a sud

Domanda: si meritano, le Regioni, tanta grazia e altrettanta legittimazione? Le Regioni delle dieci sanità commissariate, delle spese pazze dei consiglieri (i fortunelli che diventeranno senatori avranno l’immunità parlamentare, fra l’altro), degli uffici a Bruxelles che costano un milione di euro l'anno, delle partecipate inutili che perdono 26 miliardi di euro l'anno, dei 45 assessori - dopo l'ultimo rimpasto - della Sicilia, di investimenti in infrastrutture che hanno fatto la fortuna di chi ci ha mangiato sopra, dell'incuria territoriale - chiedete ai cittadini liguri, per informazione - delle campagne di promozione turistica milionarie per turisti che a malapena sanno dov’è l’Italia, figurarsi il Molise. 

Corriamo il rischio di passare per benaltristi, ma forse, se si voleva rendere più efficiente e meno costosa la macchina pubblica, sarebbe stato più utile fare una riflessione sugli effetti della modifica del titolo V della Costituzione - come ha fatto ad esempio il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, lo scorso 15 settembre a Expo - invece che muovere tutti i carrarmatini del Risiko contro Palazzo Madama. Nel paese dei paradossi funziona così: per liberarsi degli effetti distorsivi del bicameralismo perfetto - cosa sulla quale concordiamo, peraltro - si premiano, legittimandone il ruolo, enti territoriali la cui autonomia ha sovente generato disastri, da nord a sud. 

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