24 Settembre Set 2015 1815 24 settembre 2015

Winegraft, la viticoltura ricomincia dalle radici

Winegraft, la viticoltura ricomincia dalle radici

Intorno alla metà dell'Ottocento, in un piccolo paesino del sud della Francia fece la sua prima apparizione la Daktulosphaira vitifoliae, un piccolo insetto originario dell'America del Nord meglio conosciuto come Fillossera della vite. Nel giro di pochi anni è in tutta Europa, ed è una tragedia, perché è sufficiente un suo morso alle radici dei vitigni per uccidere l'intera pianta. L'unica salvezza, per i vitigni di tutta Europa, fu il ricorso, a fine Ottocento, di portainnesti di vitigni americani, gli unici ad aver sviluppato una resistenza genetica, anatomica e fisiologica che li rende immuni.

È passato più di un secolo da quegli anni e, dopo aver superato l'emergenza Fillossera, la ricerca della viticoltura sui portainnesti si è fermata. Ma negli ultimi trent'anni una nuova minaccia sta mettendo in pericolo la coltivazione dei vitigni, in Europa e non solo. Questa volta non si tratta di un insetto, ma di qualcosa di molto più subdolo: il cambiamento climatico, che, impoverendo i terreni, sta ponendo le basi per una nuova emergenza nei prossimi anni.

Per questo il professor Attilio Scienza, dell'Università di Milano, ha iniziato, nei primi anni Ottanta, un progetto di ricerca per identificare e produrre nuovi portainnesti della vite in grado di sopperire all'impoverimento genetico dei portainnesti classici. Il lavoro del professor Scienza ha dato i suoi frutti, registrando quattro nuovi portainnesti, i portainnesti M, dove la M sta per Milano. Ma i problemi non finiscono, perché dove non può la natura ci si mette la burocrazia. E l'equipe del professor Scienza si ritrova senza finanziamenti per diretti per proseguire le sue ricerche, che nel frattempo hanno portato alla scoperta di altri 10 portainnesti validi.

È qui che entra in gioco Winegraft, una startup che mette insieme 11 soggetti, 9 produttori di vino tra i più importanti del paese, una fondazione bancaria e 1 azienda che produce tecnologie per il vigneto.

«Quando il professor Scienza ci ha contattato», racconta a Linkiesta il presidente di Winegraft, Marcello Lunelli, «abbiamo riflettuto su come si potesse costruire un meccanismo virtuoso e abbiamo trovato la soluzione mettendo in piedi un triangolo che funziona in questo modo: la facoltà di Milano cede i diritti di commercializzazione e di sfruttamento di questi portainnesti M alla nostra società, che si chiama Winegraft. Winegraft affida tutta la parte sanitaria e di controllo, che la legge prevede, a uno spin off dell'Università di Milano che si chiama IpadLab, che è all'interno di Alimenta, a Lodi, e infine, per la parte di produzione, concede in esclusiva mondiale la produzione ai Vivai Cooperativi Rauscedo, i quali dal 2016 partiranno con la commercializzazione del prodotto, mettendo sul mercato le prime 30 mila barbatelle dei principali vitigni italiani con portainnesti M».

Perché questi portainnesti sono importanti?
Grazie ai portainnesti M si possono avere delle barbatelle che si possono coltivare in territori che, a causa del cambiamento climatico, stanno diventando impossibili.

Cos'è una barbatella?
La barbatella è un soggetto formato da due parti, quella aerea, che è un vitigno classico — che so, uno Chardonney, un Cabernet, un Pinot — e quella delle radici, che è un vitigno che resiste alla Fillossera e che resiste a determinate condizioni climatiche, in parte nuove, che il cambiamento climatico e altre varianti stanno imponendo ai coltivatori, dalla carenza d'acqua fino all'aumento dell'acidità dei terreni.

Il vostro è una specie di circolo virtuoso? Come si alimenta economicamente?
Sulla vendita di ogni singola barbatella, Rauscedo dà una royalty a Winegraft, che restituisce questi soldi sotto forma di finanziamenti all'equipe del professor Scienza. È il primo esempio in Italia e sì, è un circolo virtuoso, perché così facendo la ricerca si riesce ad autofinanziare grazie alla collaborazione con il mercato. E questo grazie a Winegraft, che mette insieme produttori di tutta Italia — dal Trentino alla Sicilia — e che garantisce copertura nazionale e qualità. È un sistema permette di aggirare un problema che affligge tutto il mondo della ricerca universitaria in Italia, ovvero l'impossibilità di sfruttare direttamente la commercializzazione del proprio lavoro per poter continuare le ricerche. Perché oltre alle quattro varietà già scoperte, ce ne sono altre dieci in arrivo.

Questo sistema nasce per sopperire a delle carenze nel sistema di finanziamento universitario?
Certo, nel sistema universitario italiano c'è una mancanza grave che non permette la creazione di percorsi di finanziamento virtuosi che permettano ai gruppi di ricerca di autofinanziare il procedere delle proprie ricerche con i frutti delle ricerche stesse. Da questo punto di vista il triangolo che abbiamo messo in piedi funziona. Anche se per ora è unico in Italia.

Come si può intervenire per cambiare il sistema?
È difficilissimo cambiare il funzionamento del sistema universitario italiano. Il professor Scienza ci sta provando da anni e con la diminuzione radicale dei fondi che in questi ultimi anni ha colpito tutto il sistema accademico, alla fine la soluzione è arrivata “dal basso”.

È una modalità esportabile anche in altri contesti e in altri campi?
Sì, è possibile, a patto che si trovi un gruppo di privati che abbiano la lungimiranza di pensare un po' oltre al proprio business. Perché gli undici soci che hanno formato Winegraft hanno investito circa mezzo milione di euro sul progetto. Un investimento che è stato reso possibile dalla fiducia di Winegraft nella possibilità di recuperare l'investimento iniziale nel corso dei prossimi dieci anni. In ogni caso il segnale importante è che il nostro investimento ha permesso di coprire le spese di ricerca del professor Scienza per i prossimi tre anni.

Che prospettive avete per i prossimi anni?
La speranza è che questo circolo a un certo punto riesca ad autoalimentarsi. Perché una volta che i soci di Winegraft recupereranno il proprio investimento iniziale, il 50 per cento dei soldi che continueranno a entrare nelle casse grazie alle royalties di vendita finirà sempre all'equipe del professor Scienza. Se dovesse andare come speriamo, nel giro dei prossimi anni arriveremo a una situazione veramente virtuosa, in cui a guadagnarci saranno tutti gli attori in gioco.

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