27 Settembre Set 2015 1645 27 settembre 2015

Tentativi patetici di spiegare la Bibbia con la scienza

L’attraversamento del mar Rosso? Merito di un ventaccio fortissimo. La creazione in sei giorni? Tutta una questione di relatività

Mar Rosso
Hulton Archive / Getty Images

​In principio Dio creò il cielo e la terra. Secondo la Bibbia, ci ha messo sei giorni. Secondo gli astrofisici si sarebbe trattato di un periodo un po’ più lungo: 13,8 miliardi di anni, mese più, mese meno (e della presenza di Dio nessuna traccia sicura).

Chi ha ragione? Secondo alcuni scienziati la risposta è: entrambi. Lo sostiene ad esempio Gerald Schroeder, studioso dei testi sacri e, al tempo stesso, fisico all’Università di Studi Ebraici a Gerusalemme. La questione è tutta nella parola “giorni”. Chi può quantificare i giorni nella prospettiva di Dio? Quanto è veloce il tempo dal suo punto di vista? E poi, servendosi di un complicato calcolo, dimostra che i giorni considerati erano sì di 24 ore terrestri, ma consideravano tutto l’universo, che si stava espandendo a una velocità immensa. Questo implica, secondo un utilizzo piuttosto libero della teoria della relatività, che il tempo fosse più lento. Fatto il calcolo, si arriva – guarda un po’ – a 13 miliardi di anni. Ecco salvi la capra e il cavolo, o la religione e la scienza.

Schroeder però non è l’unico che cerca di dare spiegazioni razionali ai fenomeni miracolosi della Bibbia. Come viene raccontato bene su AtlasObscura, c’è stato anche chi è riuscito a spiegare – e giustificare – da un punto di vista scientifico l’apertura delle acque del Mar Rosso da parte di Mosè. L’eroe in questione è Carl Drew, ricercatore al National Centre for Atmospheric Research. Nel 2010 ha riprodotto il miracolo in un modello al computer, seguendo le indicazioni bibliche. Il “grande vento da oriente” indicato nei testi doveva soffiare, secondo i suoi calcoli, a 100 km all’ora (un ventaccio, ma meno forte della bora di Trieste) e, soprattutto, doveva passare in un punto particolare del Delta del Nilo, dove avrebbe potuto davvero sollevare le acque, dividendole. Il tutto per un periodo di tempo di circa quattro ore.

E che dire del cespuglio in fiamme che non si consuma? Da sempre un rovello per i biblisti. A un livello elementare, viene considerato un simbolo oscuro per indicare la presenza di Dio. Un simbolo, quindi, non una cosa reale. E invece esistono scienziati che sostengono la sua materialità. Secondo Colin Humphries, fisico a Cambridge (!) non c’è nessun miracolo. Quello che Mosè ha visto, scambiandolo per un segno divino, era solo una pianta di acacia sopra a uno sfiatatoio vulcanico. “È probabile”, sostiene, “che la pianta fosse proprio accanto al camino naturale, e che questo abbia cominciato a emettere gas proprio nel momento in cui Mosè è passato. L’effetto sarebbe stato proprio quello descritto nella Bibbia: una pianta illuminata, sfolgorante e che non prende fuoco”. O meglio, non prende fuoco subito. Secondo Humphries avrebbe cominciato a bruciare quando Mosè si era già allontanato. E il miracolo? Se c’è, è solo “nella coincidenza temporale”, cioè l’incontro tra un fenomeno insolito e il passaggio di un patriarca. Per il resto, niente sulla Terra può essere accaduto che non può accadere secondo la fisica.

Forse la spiegazione più semplice è un’altra. Cioè che i racconti della Bibbia siano più mitologia che descrizione realistica di fatti, e che alcune forme simboliche siano entrate, per vari motivi, a far parte del sapere comune assumendo forme concrete. L’esercizio di trovare spiegazioni scientifiche e razionali al mondo del mito può essere divertente. Ma se ruba più di cinque minuti di una giornata di lavoro allora può essere la spia di un problema.

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