Fisco
1 Ottobre Ott 2015 1106 01 ottobre 2015

Stavolta ascoltiamo l’Europa: eliminare la Tasi è sbagliato

Gli elettori non amano le tasse sulla casa e saranno accontentati. Ma il sistema fiscale perderà efficienza e Bruxelles ha fatto bene a ricordarcelo

Case Tasi

Il governo Renzi sembra essere più che mai deciso a proseguire sulla strada dell’abbattimento delle tasse sulla prima casa. I dettagli non sono ancora noti e, ben si sa, il dettaglio è spesso amico del diavolo, quindi per una valutazione esaustiva dei programmi del governo bisognerà di certo aspettare un piano più dettagliato sulla composizione del taglio fra Imu e Tasi.

Preme, però, rilevare che la teoria economica e le evidenze empiriche tendono a sconsigliare, da un punto di vista normativo - ovvero di come dovrebbero essere impostate le politiche economiche - sia decisioni erratiche sulle basi imponibili e sulle aliquote, sia un annullamento di gettito sulle prime case. Per quanto riguarda la prima questione, il grafico 1 mostra la percentuale di Pil pagata dagli italiani in tasse ricorrenti sugli immobili. L’erraticità della curva descrive il processo politico che dal Governo Berlusconi, il primo a promettere e di eliminare l’Ici, promessa poi mantenuta, a quello Monti, chiamato in estrema emergenza finanziaria a rispristinarla, per poi passare a Letta e Renzi, ha portato negli ultimi a costanti cambi d’idea sulla tassazione delle casa. Poiché molti studi recenti mostrano che l’incertezza sulle politiche economiche può causare disorientamento degli investitori e degli agenti economici, non si capisce come il Governo Renzi non colga appieno che un nuovo cambio di rotta sulle tasse della casa non si possa iscrivere fra le best practices in tema di tassazione.

La teoria economica e le evidenze empiriche tendono a sconsigliare sia decisioni erratiche sulle basi imponibili e sulle aliquote, sia un annullamento di gettito sulle prime case

Il grafico mostra come vi sia, in effetti, stato un aumento del gettito dalla tassazione sugli immobili dal 2012, soprattutto in percentuale del Pil, mentre la quota sul totale delle revenues è più stabile, fatto che suggerisce come l’introduzione dell’Imu sia stata accompagnata da un aumento generalizzato delle tasse, grande pecca del governo Monti, ritrovatosi - a onor del vero - a operare in un periodo di emergenza.

Grafico 1. Tasse ricorrenti sugli immobili, 1990-2013

Paragonare la situazione italiana con ciò che accade nei paesi Ocse non è compito facile, ma l’organizzazione parigina mette a disposizione statistiche comparabili su basi imponibili simili, utilizzando questionari standard. I dati sono mostrati nel grafico 2, e si riferiscono al gettito proveniente dalle tasse ricorrenti sugli immobili. L’Italia non pare distanziarsi molto dai grandi Paesi europei, e anzi, paragonandola alle economie anglosassoni, si può facilmente notare come il peso relativo della tassazione sugli immobili sia lontano da essere “soffocante”. Il gettito si aggira attorno all’1% del Pil, meno della metà di Francia, Regno Unito e Stati Uniti. In questi ultimi le tasse sugli immobili rappresentato il 10% del totale delle entrate pubbliche, contro il 3% italiano!

Grafico 2. Tasse ricorrenti sugli immobili, Paesi OCSE-2013

Negli Stati Uniti le tasse sugli immobili rappresentato il 10% del totale delle entrate pubbliche, contro il 3% italiano

Certamente qualcuno potrebbe obiettare che l’Italia è un caso particolare, come abbiamo letto dal ministro Padoan, senza che qualcuno spieghi mai a fondo questo tipo di specificità, probabilmente davvero esistente, ma quanto mai sfuggente. Una delle considerazioni, spesso apportate, a favore di un abbattimento delle tasse sulla prima casa è prettamente di “political economy”. Gli italiani non vorrebbero essere tassati sul bene che tanto preferiscono - la casa - e dunque i politici che perseguono l’obiettivo della rielezione non possono che assoggettarsi a tale scelta. Ora, chi è avvezzo alle cose economiche, sa bene che la relazione insita in tale preposizione è soggetta a una certa “circolarità”. L’italiano, cioè, potrebbe preferire la casa proprio perché quest’ultima ha, di fatto, una tassazione di favore rispetto ad altre attività finanziarie, che ricordiamolo, sono sostitute del mattone nei piani d’investimento delle famiglie.

L’italiano potrebbe preferire la casa proprio perché quest’ultima ha, di fatto, una tassazione di favore rispetto ad altre attività finanziarie

Il grafico 3 mostra esattamente questa questione. Il grafico riporta i dati sul gettito propriamente riferibile alle proprietà di asset patrimoniali. Si può facilmente notare come la vera specificità italiana, sia l’abnorme peso relativo del gettito proveniente dalle transazioni finanziarie e di capitale, pari all’1% del Pil, il più alto fra paesi Ocse dopo Turchia e Corea del Sud. L’effetto composto di tale politica fiscale vantaggiosa per le case è un implicito incentivo agli investimenti immobiliari, nel Paese dove tutti sono proprietari e dove solo spostarsi di regione per ragioni di lavoro comporta la sgradita sorpresa di fronteggiare una scarsità di case affittabili. Il punto è sempre lo stesso: la repressione finanziaria indiretta su altri investimenti produttivi, quali sono azioni e obbligazioni nel mercato privato, a vantaggio delle comode mura di casa.

Grafico 3. Tasse ricorrenti sulle proprietà reali o finanziarie, Paesi OCSE-2013

La teoria economica fornisce indicazioni normative che la Commissione Europea ha ricordato in questi giorni al nostro Governo. Bollare le critiche come provenienti da burocrati significa stracciare ciò che si conosce dalla teoria e dalle evidenze empiriche disponibili, in favore del comodo ritorno di voti garantito dall’abolizione della tassa più odiata dagli Italiani. È legittimo, anzi assolutamente normale, che le tasse siano assoggettate alla rappresentanza politica. Ma di fronte a scelte poco oculate, chi si occupa della materia in modo tecnicamente burocratico, non può non ricordare che la base imponibile dell’Imu e della Tasi non scappa, è normalmente piuttosto ben distribuita fra comuni, e rappresenta perciò una stabile fonte di entrate per le spese degli enti locali.

Bollare le critiche della Commissione europea come provenienti da burocrati significa stracciare ciò che si conosce dalla teoria

Se a questo si aggiungesse l’osservazione che molti dei servizi pubblici erogati dai comuni vengono prezzati indirettamente nel valore delle case (si pensi al valore maggiore della case vicino a una stazione di metro), rappresentando perciò una chiara esternalità positiva per i proprietari delle stesse, non si capisce cosa aspetti il governo a riformare le regole di valutazione del catasto, vera fonte di inuguaglianza, e a dare stabilità di lungo periodo, come accade nei paesi seri, alla tassazione su un bene importante come le case. La strada sin qui percorsa, ahinoi, dimostra ancora una volta che le considerazioni politiche sono spesso presentate sotto forma di slogan, e che l’elettore, in generale poco propenso al pagamento di tasse, anche questa volta, sarà accontentato senza rendersi conto che esistono costi individuabili nella perdita di efficienza del sistema fiscale italiano.

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