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Verso Milano 2016
Milano 2016
2 Ottobre Ott 2015 1630 02 ottobre 2015

Cristina Tajani: «Abbiamo fatto rinascere Milano, ora non roviniamo tutto»

L’assessore al lavoro del Comune di Milano: «La nostra eredità è nel metodo, che ha ridato vita alla città. Le primarie? A Milano, sì. E alla sinistra dico: attenzione, di autosufficienza si muore»

Tajani
Cristina Tajani, assessore al lavoro del Comune di Milano (Vincenzo Lombardo/Getty Images)

Le eredità sono sempre difficili da gestire. Soprattutto quando ce le si trova in mano prima del previsto, quando meno ci si aspetta di riceverle. A Cristina Tajani, così come agli altri assessori della giunta Pisapia è toccata in dote quella della “Milano arancione” che trionfò contro ogni pronostico alle elezioni amministrative del 2011, riconquistando Milano dopo un quindicennio verde-azzurro. Ora qualcuno dice che è stata una rivoluzione a metà, dove molto si è inaugurato e poco si è costruito, ma la Tajani, deleghe alle politiche per il lavoro, allo sviluppo economico, all'università e alla ricerca, rifiuta questa lettura: «Abbiamo cambiato il modo in cui si amministrava la città, dato voce e spazio a nuovi protagonisti e il nostro lascito alla città, materiale e immateriale, è significativo». Però, avverte, «non dobbiamo sprecarlo dividendoci, credendo di essere autosufficienti, replicando le alleanze romane a Milano». Perché quel modello «non è solo discontinuo, è perdente».

Corrado Passera, candidato sindaco a Milano per Italia Unica, l'ha detto senza troppi giri di parole. Pisapia ha inaugurato molte opere progettate da altri, «ma il suo magazzino progetti è vuoto». Cosa risponde?
Innanzitutto che le grandi cose che abbiamo realizzato, e non solo inaugurato, dall'Expo alla darsena sino a buona parte delle nuove linee di metropolitana, non è scontato andassero bene. Esempi di idee abbandonate per incapacità di portarle a termine non mancano, sia nel passato che nel presente. Dirò di più: noi abbiamo portato a termine tutte quelle opere con successo piegando i progetti a esigenze nuove, dando loro funzioni. La Darsena, ad esempio, la rivendichiamo come un nostro successo, perché siamo stati noi a interpretare correttamente quel progetto.

«Il merito di quest'amministrazione è quello di aver «tolto il tappo» alla società milanese, che era stata inibita e repressa per parecchi anni»

In che senso?
Non è l'opera in sé che fa la differenza. Il lascito di ogni opera è immateriale. Per citare Piero Bassetti, il merito di quest'amministrazione è quello di aver «tolto il tappo» alla società milanese, che era stata inibita e repressa per parecchi anni. La città oggi ha nuovi protagonisti economici, nuove configurazioni produttive. Lo sviluppo economico non è più nelle mani dei soliti protagonisti di un tempo.

A chi si riferisce quando parla di soggetti nuovi?
Ad esempio, parlo dei protagonisti dell'economia della sharing economy, l'economia della condivisione, che che al netto di luce e ombre, è stata protagonista di iniziative che hanno cambiato Milano. Parlo dei diversi, nuovi incubatori che sono nati negli ultimi anni, dei nuovi poli culturali, delle imprese ad alto impatto sociale.

D’accordo, ma il magazzino progetti di cui parla Passera?
Ha presente Porta Nuova? La prossima area che esploderà di vita è quella intorno allo scalo ferroviario di Porta Romana, vertice di un triangolo che va sino a via Ripamonti e all'abbazia di Chiaravalle che sarà un fulcro entro cui nasceranno nuovi immobili, nuove forme d'uso dell'energia, della mobilità, della gestione urbana. È un contesto in cui ci sono Fondazione Prada, dove sta nascendo Smart City Lab, IFOM, Ieo. Nel magazzino progetti c'è la rigenerazione di quest'area, ad esempio. Ma ci sono anche gli altri scali ferroviari: l'accordo con le Ferrovie dello Stato è un altro lascito importante di questa amministrazione.

Ecco: che ne farete, se vincerete le prossime elezioni?
A vincere dev'essere l'idea che attorno a questi poli di riqualificazione urbana nascano masse critiche economiche e sociali. Come le imprese sociali che abbiamo fatto nascere a Quarto Oggiaro, le imprese creative all'ex Ansaldo, le imprese digitali in Bovisa, i makers in Corso Como. Vogliamo una milano policentrica? Eccola: l'edilizia da sola non basta per costruire nuovi poli urbani. Servono soggetti economici e sociali. E serve la politica che orienti gli insediamenti e favorisca le connessioni.

Giuliano Pisapia, il giorno della sua elezione a Sindaco di Milano
OLIVIER MORIN/AFP/Getty Images

Una cosa perlomeno è certa: che non sarà Pisapia il primo sindaco della città metropolitana. Se l'aspettava che non si sarebbe ricandidato?
Sinceramente, speravo si ricandidasse. Sarebbe stato tutto più semplice.

Ma non è successo. E ora che si fa?
Di sicuro, bisogna fare le primarie.

È davvero necessario?
È imprescindibile. Magari non sempre, non ovunque. Ma a Milano, dopo il 2011 saremmo dei pazzi a non farle.

Come mai?
Perché sarebbe una scelta in netta discontinuità con l'esperienza della Milano arancione e della vittoria di Pisapia.

Ok: però allora c'era il centro-sinistra e il centro-destra. Oggi c'è Renzi a Palazzo Chigi e Sel all'opposizione. E il Nuovo Centro Destra di Formigoni e Lupi, che qui è all'opposizione, a Roma è parte della maggioranza di governo
Io credo che la continuità vada ricercata qui a Milano, non a Roma. La riproposizione degli schemi romani non è solo discontinua, è perdente. Beninteso, lo dico sia al Partito Democratico, che alla sinistra: l'autosufficienza è una pessima idea. L'esperienza di Pisapia nasce proprio dall'idea che i partiti non fossero autosufficienti, che fosse necessario aprirsi alla città, fare sintesi di bisogni e istanze diverse.

Molti, però, pensano che alla fine il candidato sindaco del Partito Democratico sarà il commissario di Expo Giuseppe Sala. E che a sostenerlo sarà una maggioranza simile a quella al governo a Roma. Lei lo sosterrebbe, Sala?
Nessuno, in questi anni, ha sostenuto Sala più della giunta di cui faccio parte. Lui è il nostro rappresentante nel consiglio di amministrazione di Expo. Detto ciò non vedo nè auspico cambi di maggioranza all'orizzonte e credo che persino una figura come quella di Sala non potrebbe sottrarsi al giudizio delle primarie.

A lei è piaciuto Expo?
Molto.

«La riproposizione degli schemi romani non è solo discontinua, è perdente. Lo dico sia al Partito Democratico, sia alla sinistra: l'autosufficienza è una pessima idea»

Facciamo i benaltristi: va bene il grande evento, ma Milano ha anche alcune emergenze sociali importanti. È una città con parecchi anziani, ad esempio. E con parecchi stranieri. E con parecchia gente senza una casa.
Le questioni si intrecciano, a loro modo. Perché c'è un solo modo per rendere sostenibile la presenza di tanti anziani in una città, così come in un Paese: avere altrettanti, o più, giovani. E in un Paese a crescita demografica zero, l'unico modo è accogliere i giovani stranieri, o figli di stranieri, e integrarli nel nostro tessuto sociale. L’ha capito persino uno come il finanziere George Soros che la questione dei flussi migratori è un vettore di sviluppo economico, non una criticità.

E la casa?
La casa è il principale vettore di integrazione che esiste. E per i giovani e le giovani famiglie rappresenta le fondamenta di un progetto di vita. Noi abbiamo deciso di trasferire 20mila alloggi comunali da Aler a una società in house come Mm, per poter gestire al meglio questa partita. Aggiungo anche che abbiamo siglato un accordo locale per il canone concordato che non era rinnovato da più di vent'anni. Anche questa mi sembra un’eredità non da poco.

Welfare chiama denari: che mi dice del bilancio comunale?
Abbiamo coperto un buco enorme e mantenuto gli stessi servizi nonostante il governo ci abbia tagliato 750 milioni in tre anni: mai Milano aveva subito un taglio così elevato. Ce l'abbiamo fatta vendendo parte delle nostre quote di Sea, usando con moderazione le addizionali Irpef e riducendo le spese improduttive anche se ancora c'è da lavorare sulla macchina comunale. Altro che zone d'ombra.

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