Dossier
L’era virale
4 Ottobre Ott 2015 1520 04 ottobre 2015

Internet e i meme stanno distruggendo la creatività

La fucina della controcultura di Internet è in luoghi decisamente poco puliti. Ora mostra segni di stanchezza e incapacità di innovare

Meme Creativita

C'è un oggetto, che molti credono sia nato in Internet, e che rappresenta insieme sia la potenza che il mistero di quella che viene chiamata "viralità". Questo fenomeno sono i "meme".

Per spiegare in modo semplice cosa siano, sono quelle immagini che spesso vediamo condivise, o che magari abbiamo più volte condiviso, riportanti un testo a corredo, a volte ironico, generalmente adattato alla situazione sulla quale si vuole ironizzare. Spesso personaggi famosi o famigerati diventano la "faccia" di questi meme, diventando il paradigma di un certo tipo di ironia.

Per fare un esempio, il Willy Wonka sarcastico (fig. 1) può diventare ironico o condiscendente, a seconda della frase che attacchiamo su questa immagine. Queste immagini sono tra i fenomeni virali più sorprendenti e spesso consacrano la viralità di un certo fenomeno d'attualità, e di fatto sono diventati il linguaggio delle discussioni online, la fucina dalla quale stanno attingendo anche tanti sedicenti esperti di questo fenomeno chiamato instant marketing e che sta invadendo la nostra quotidianità.

Definire i "meme" così aiuta a capire di cosa parliamo, ma è profondamente incompleto, e soprattutto non aiuta a rispondere alla domanda: cosa è virale? Facciamo un passo indietro, quindi, sia nella storia che nel pensiero e analizziamo un aspetto fondamentale, che è uno dei comuni denominatori di quello che diventa virale e soprattutto di quei fenomeni che investono a ondate i mezzi ai quali siamo costantemente collegati: ciò che è virale è spesso situazionista. Un utilizzo inaspettato di uno spazio ­ sia esso reale o virtuale ­ che apre improvvisamente a una visione nuova.

Ma questo è solo il motore, quello che ci interessa è il carburante che lo fa funzionare, e per questo andiamo ad analizzare due concetti, uno filosofico e l'altro antropologico. Quello filosofico ce lo regala Burroughs: «My basis theory is that the written word was literally a virus that made the spoken word possible» («la mia teoria di base è che la parola scritta fu letteralmente un virus che ha reso possibile la parola parlata»). Che il linguaggio sia un virus ce lo dice nel saggio "The Electronic Revolution", e se ci pensiamo ne ha tutte le caratteristiche, tra le quali la più importante è la capacità di mutare e di adattarsi. Quindi di sopravvivere.

Qualche anno dopo l'antropologo Dawkins rielabora il concetto e definisce il "meme" vero e proprio: la singola unità di conoscenza capace di autoreplicarsi, di avere una spinta evolutiva autonoma che ne favorisce la diffusione in replica. Aiuta la comprensione pensare a "meme" in francese. Les mêmes, gli uguali.

Certo, stiamo dando natali piuttosto alti a qualcosa che spesso nasce con intenti decisamente bassi, ma non dobbiamo fare a meno di dimenticare che come per la vita vera, quella fatta di cellule e molecole, la fucina di ciò che vediamo vivere una propria vita di condivisioni è nella merda. Nel fango, nel magma, nelle profondità oceaniche, nei luoghi meno ospitali che si possano immaginare.

La fucina della controcultura internètica non è nei ragionamenti o nel mondo delle idee, ma in luoghi decisamente poco puliti

Quindi la fucina della controcultura internètica non è nei ragionamenti o nel mondo delle idee, ma in luoghi decisamente poco puliti, come le piattaforme anonime 2chan, 4chan e via dicendo. Siti nei quali è meglio non navigare dal lavoro, per il rischio di visualizzare pornografia decisamente poco apparecchiata o qualsiasi altro tipo di contenuto sconveniente o politicamente scorretto: è solo dove non c'è alcun tipo di censura (anche quando sarebbe sano averla) che gli elementi possono mischiarsi liberamente e far nascere quello che vediamo girare come "utilizzatori finali" dell'Internet (perché questo, siamo, quando navighiamo sui social. Non stiamo creando niente, stiamo solo propagando copie di copie di copie di altre copie).

È quindi l'assenza di regole, la prima regola? Sì. Mi spiace, qualcuno doveva pur dirvelo.

La ricerca della viralità a tutti i costi ha prodotto la stessa carenza di spinta creativa dei tempi degli spaghetti western

L'ulteriore brutta notizia è che viviamo in un momento di apparente stagnazione, dopo questi ultimi vent’anni nei quali Internet ha dato l'impressione di ravvivare il virus della comunicazione: la ricerca della viralità a tutti i costi ha prodotto la stessa carenza di spinta creativa che poteva esserci ai tempi degli spaghetti western, quando tutti si credevano Sergio Leone (il quale, a sua volta, copiava guardando a oriente).

Quindi quale è il punto? Che bisogna essere consapevoli di quale sia il momento storico del "virus" nel quale vogliamo inserire il nostro filamento di DNA. Ogni virus ha una spinta propulsiva e quella dei "meme" è su una curva decisamente calante. Questo è il momento non di capire "come" qualcosa diventi virale, è il momento, se se ne ha la capacità, di creare qualcosa di nuovo: in giro è pieno di copie di copie di copie di copie che si trascinano stancamente: dall'instant marketing al guerrilla marketing, dai format delle news online fino ai contenuti seriali di cosiddetta satira dei contenitori di battute à ­la ­Spinoza, la cultura stessa della condivisione ha generato una generazione di pantofolai delle idee.

Si cerca il modello che funziona e lo si imita senza voglia di sperimentare, e la cosa tragica è che questa tendenza affligge non solo quei modelli che si vuole far "fruttare" economicamente, per i quali sarebbe anche comprensibile il fatto di ricercare stabilità nel paradigma sicuro, ma anche chi considera la condivisione o il like una sorta di moneta: blogger capaci, una volta che imbroccano il pezzo da cinquantamila condivisioni in su, poi si poggiano su quello stampino, cercano di diventare "meme".

Se la comunicazione virale, in Internet, è spesso riferibile alla cultura situazionista, c'è un'importante lezione di quella cultura che ci si rifiuta di assimilare: la distruzione di quello che si è fatto, o per lo meno la consapevolezza che un'azione di successo non è una base di partenza, ma un punto di arrivo, un traguardo, e come tale va abbandonato e lasciato alle spalle.

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