cosa resta della rivoluzione
10 Ottobre Ott 2015 1727 10 ottobre 2015

«Con Chavez ci siamo illusi, ma il Venezuela è in rovina»

Un incontro a Roma con Laureano Márquez, intellettuale di opposizione, aspettando le elezioni politiche di dicembre

Photo by John Moore/Getty Images
John Moore/Getty Images

Roma, a prima vista, sembra Caracas: stesso caos, stessa interpretazione disinvolta delle regole. Eppure a Roma c'è un bene di lusso che in Venezuela scarseggia, la carta igienica, e l'acqua scorre senza sosta dai nasoni (ed è pure gratis). La si potrebbe imbottigliare e vendere per strada a Caracas, scherza (ma non troppo) Laureano Márquez, occhiali da politologo e battuta da umorista, cercando di esorcizzare il disastro economico e politico del suo Paese.

Laureano è, in un certo senso, uno degli intellettuali più importanti del Venezuela e scrive editoriali per un quotidiano d'opposizione, Tal Cual. La sua arma, però, non è il ragionamento pedante del pensatore da salotto, né lo slogan dell'ammaestratore di folle. Márquez è un comico, usa l'ironia. Così, quando sale sul palco del Teatro Italia, a Roma, per incontrare, e rinfrancare, la comunità venezuelana, munito di due bottiglie d'acqua (sempre meglio fare la scorta), entra immediatamente in sintonia con il pubblico. Nel suo monologo spiega perché il Venezuela è caduto in disgrazia, mentre la sinistra europea si baloccava con il mito della rivoluzione chavista. Racconta che cos'è l'anima venezuelana, ripete che «siamo un prodotto storico e dobbiamo vedere tutto in prospettiva storica», e si dice fiducioso che questa stessa anima salverà il suo Paese («ne usciremo, come siamo usciti dalla guerra d'indipendenza, da quella federale, dalla dittatura»).

Cita Leonida e la battaglia delle Termopili, insiste sull'eredità filosofica greca e su quella istituzionale romana, che gli spagnoli portarono in Sudamerica, scherza sulla genesi dell'Impero ispanico («non c'è nulla di peggio di un italiano con un progetto», riferendosi a Colombo), e sottolinea la differenza tra i coloni inglesi negli Stati Uniti, che cercavano la libertà, e quelli dell'America Latina, che volevano solo denaro facile. Dalla sostanziale sfiducia dei venezuelani nei confronti delle leggi (Kelsen non abita a Caracas), spiega Laureano, si passa, talvolta, alla ricerca di un caudillo. Il problema è che, «quando ci accorgiamo che il nostro presunto eroe è un criminale, lo abbiamo già eletto alla presidenza della Repubblica».

Laureano Márquez è uno degli intellettuali più importanti del Venezuela e scrive editoriali per un quotidiano d'opposizione, Tal Cual. La sua arma, però, non è il ragionamento pedante del pensatore da salotto. Márquez è un comico, usa l'ironia

Márquez racconta a Linkiesta che l'era chavista è stato un buon affare per tutti: i poveri hanno avuto il denaro per comprare i beni di prima necessità, la classe media si è arricchita e l'oligarchia vicina al governo ha accumulato conti multi milionari (in dollari), ora al sicuro nelle banche svizzere e in quelle di Andorra. Tutto questo grazie a una sorta di grazia divina, la bonanza petrolifera. Il Venezuela si è illuso di essere un Paese ricco grazie al petrolio, ma non è «regalando il denaro che si costruisce un futuro. Un Paese diventa ricco grazie alle sue conoscenze, con la democrazia educativa, non con la demagogia. Durante l'era di Chavez, e adesso sotto Maduro, non sono state create le premesse dello sviluppo, non è nata una società più produttiva, democratica, tollerante».

Maledizione delle risorse, ma non solo: «Il problema storico del Venezuela è che ha sempre avuto al potere troppi militari e pochi civili. Un Paese non si costruisce con le milizie. La società civile è ancora troppo debole. La dittatura formalmente è finita nel 1958, ma adesso stiamo assistendo a un processo per cui la democrazia viene progressivamente smontata».

«Un Paese diventa ricco grazie alle sue conoscenze, con la democrazia educativa, non con la demagogia. Durante l'era di Chavez, e adesso sotto Maduro, non sono state create le premesse dello sviluppo, non è nata una società più produttiva, democratica, tollerante»

Tra il pubblico si riconosce, su una sedia a rotelle, Luiz Miguel Núñez. Due anni fa, a Maracaibo, durante una manifestazione anti-governativa, la polizia gli sparò alla colonna vertebrale. Morto Chavez, però, il Venezuela è uscito dai riflettori dei media occidentali, anche se la situazione sta precipitando. Molti oppositori politici, come Antonio Ledezma e Leopoldo Lopez - appena condannato a più di 13 anni dopo un processo farsa - sono in carcere, ad altri è proibito ricoprire cariche pubbliche. Ma il 6 dicembre c'è un appuntamento da segnare sul calendario, le elezioni politiche: «Le cose possono cambiare e cambieranno, senza dubbio. Le elezioni sono importanti, ma soprattutto sta emergendo una nuova classe dirigente, più giovane. Ci sono tanti potenziali leader d'opposizione, da Capriles a Lopez, da Ledezma a Maria Corina Machado. Molti, però, sperano in un cambiamento repentino. Non sarà così. Il Venezuela è un malato grave e ha bisogno di un recupero lento». Dalla metafora della carta igienica - la cui scarsità, in URSS, fu uno dei segnali del collasso economico - a quella dell'aereo: «Il mio Paese è come un aereo in caduta, fino a quando non si è schiantato del tutto al suolo non si può sapere quanti feriti ci sono, né iniziare la ricostruzione». Sul disgelo Usa/Cuba Márquez dice che è un processo che non ha coinvolto il Venezuela («i cubani hanno negoziato alle spalle dei venezuelani») e che non avrà ripercussioni sul suo Paese («Castro sta cambiando per sopravvivere, per restare al potere», le strade cominciano a divergere perché «mentre a L'Avana c'è un'apertura lenta, a Caracas c'è una chiusura sempre più stretta»).

Ma il 6 dicembre c'è un appuntamento da segnare sul calendario, le elezioni politiche: «Le cose possono cambiare e cambieranno, senza dubbio. Le elezioni sono importanti, ma soprattutto sta emergendo una nuova classe dirigente, più giovane. Ci sono tanti potenziali leader d'opposizione»

Laureano è convinto che la situazione possa ancora peggiorare, ma che i venezuelani, sia all'estero che in patria, non devono smettere di gridare la loro voce, «come quel colibrì che, scoppiato l'incendio nel bosco, mentre tutti gli uccelli fuggono, va a prendere una piccola (e insufficiente) dose di acqua, perché quella è la cosa giusta da fare». Devono protestare, aspettare, resistere, sapendo che la via d'uscita è in loro stessi («in Venezuela c'è sufficiente materia grigia per trovare la strada giusta»). E fare appello, magari, all'ironia e al buon umore. Quello che spinge gli automobilisti di Caracas, intrappolati nel traffico, a comprare della birra dai venditori ambulanti, per passare il tempo. Quello che porta Márquez ad osservare il Colosseo e a domandarsi: «Il Venezuela è in rovina, ma non ci sono turisti. Perché, qui, davanti alle rovine, tutti fanno la coda?».

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