Privatizzazioni
12 Ottobre Ott 2015 1235 12 ottobre 2015

Non si stanno vendendo le poste, ma un enorme gruppo bancario e assicurativo

Solo il 15% dei ricavi di Poste italiane riguarda servizi postali. Come per le stazioni ferroviarie, il gioco è acquistare una cosa per trasformarla in un’altra. Sfruttando la rete immobiliare

08 Portalettere
Fonte: Poste Italiane

Inizia oggi l’ampiamente pubblicizzato collocamento in Borsa delle azioni di Poste Italiane: le attese degli operatori sono per un’offerta che sarà largamente sottoscritta da correntisti postali e bancari.

Ma qualcuno ha veramente guardato di cosa si occupa Poste Italiane, oggi?

Erano i primi anni del nuovo millennio, l’era dorata degli hedge funds: fondi – tipicamente di matrice anglosassone - che utilizzando strategie di investimento sofisticate garantiscono ai propri investitori performance superiori alla media, proteggendoli nelle fasi di ribasso dei mercati.

Tra le varie strategie che li hanno contraddistinti, la più spregiudicata era l’activist investing: banalmente, la strategia consiste nel raccogliere sul mercato un numero di azioni sufficienti per avere la maggioranza dei diritti di voto di una società; in seguito proporre e far sedere i propri esponenti nel consiglio di amministrazione della società stessa e di fatto imprimere una nuova linea strategica al business, linea che ovviamente abbia un occhio di riguardo proprio per gli azionisti. Ecco cosa significa investire attivamente: investire così tanti capitali in un’azienda da influenzarne l’indirizzo strategico.

Gli oppositori più feroci definivano i fondi impegnati in questa strategia “fondi locusta”: la massimizzazione del valore per gli azionisti poteva infatti passare talvolta da ciniche decisioni strategiche di breve termine volte a spolpare l’osso nel minor tempo possibile, evitando quindi qualsiasi tipo di dialogo con le parti coinvolte (sindacati in primis) e segnando la redditività futura della società stessa.

Ma questa è sempre stata la Finanza: non è certo Filantropia.

Chi sottoscrive oggi le azioni delle Poste Italiane fa come i fondi che acquisivano le società ferroviarie: comprare una cosa per averne un’altra

Uno dei temi più interessanti per tale strategia, in quel periodo, furono le società ferroviarie americane.

Non era interessante la redditività di tali compagnie, specie in Paesi dove un’efficiente sistema di trasporto aereo già garantiva la copertura di tutte le tratte. E non era neppure interessante il valore dei treni stessi, spesso usurati e ancora alimentati a gasolio, né era in previsione un aumento del numero dei passeggeri per gli anni futuri.

Ma le società avevano qualcosa di unico: le stazioni e i binari. Le stazioni, per definizione, sono nelle zone centrali della grandi città. Così come i terreni sui cui poggiano i binari per raggiungerle! Quanto può valere la Grand Central Station nel cuore di Manhattan? E come mai nel bilancio delle società le proprietà degli immobili e dei terreni era ancora iscritta al valore storico di poche migliaia di dollari?

Fonte: Poste Italiane

La strategia era molto semplice: pagare le società come società ferroviarie, ma “estrarre” il valore dal patrimonio immobiliare; magari vendendo direttamente gli immobili, magari separando gli immobili in una nuova società.

L’esempio venne presto imitato: anche oggi in Italia, le società Grandi Stazioni e Centostazioni – parte del gruppo Ferrovie dello Stato – hanno come obiettivo la “valorizzazione commerciale e pubblicitaria degli asset delle stazioni appartenenti al proprio network”. Ovvero la valorizzazione delle stazioni più interessanti appartenute alle mitiche “Fs”.

In pratica, tornando alla strategia, io compro una cosa per averne un’altra. Questo è ciò che sta facendo chi sottoscrive oggi le azioni delle Poste Italiane. Ma inconsapevolmente.

Sgombriamo subito il campo: Poste Italiane non è una società postale.

Basta andare sul sito delle Poste, alla voce “Azienda”:

“Poste Italiane è la più grande infrastruttura di servizi in Italia. Grazie alla presenza capillare su tutto il territorio nazionale, ai forti investimenti in ambito tecnologico e al patrimonio di conoscenze rappresentato dai suoi 142mila dipendenti, Poste Italiane ha assunto un ruolo centrale nel processo di crescita e modernizzazione del Paese.

Oggi fornisce servizi logistico-postali, di risparmio e pagamento, assicurativi e di comunicazione digitale a oltre 32 milioni di clienti”.

Pochi, semplici concetti: infrastruttura di servizi, presenza capillare.

La genialità di Massimo Sarmi è stata trasformare il pachiderma risanato da Corrado Passera in una società macina utili attraverso l’ingresso nel settore bancario-assicurativo, sfruttando la diffusione e la centralità degli uffici postali

Questa è stata la genialità di Massimo Sarmi: trasformare il pachiderma risanato da Corrado Passera in una società macina utili attraverso l’ingresso nel settore bancario-assicurativo, sfruttando la diffusione e la centralità degli uffici postali insieme alla presenza di una clientela “naturale” (pensionati e buoni postali people).

Nel 2014 il gruppo Poste Italiane ha realizzato ricavi per circa 28,5 miliardi di euro.

Spedendo lettere?

No.

Consegnando pacchi?

No.

Beh, allora saranno le raccomandate.

No.

Corriere espresso?

No.

Filatelia/Logistica/telegrammi…

No!

I servizi postali e commerciali sono ad oggi solo il 15% dei ricavi del Gruppo.

Due terzi dei ricavi del gruppo derivano dai servizi assicurativi (Poste Vita), e il 20% dai servizi finanziari (conti correnti, PostePay, Buoni Postali…).

Perciò l’85% del business di Poste Italiane è a contenuto finanziario, mentre solo il 15% è relativo al business che ne ha determinato la nascita e dato il nome. Quindi, come dicevamo, le Poste non sono Poste.

L’85% del business di Poste Italiane è a contenuto finanziario, mentre solo il 15% è relativo al business che ne ha determinato la nascita e dato il nome

In altre parole, se i più grandi gruppi bancari offrissero il servizio di spedizione lettere e pacchi, sarebbe impossibile distinguerli.

In definitiva, chi parteciperà a questa operazione non sta scommettendo sulla redditività dei servizi di consegna lettere e pacchi, ma sulla sostenibilità di un modello di business basato sul collocamento di prodotti finanziari negli uffici postali.

Come investitore, rimangono allora due domande da farsi:

  1. sono consapevole che sto sottoscrivendo azioni di una bancassicurazione (che spedisce anche lettere e pacchi a tempo perso)?
  2. Le Poste sono passate da spedire pacchi a proporre investimenti: il salto mortale carpiato con avvitamento avrà coinvolto anche le professionalità dei propri dipendenti?
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