14 Ottobre Ott 2015 1622 14 ottobre 2015

Khat: la “droga dei poveri” che arriva in Europa

La rotta più utilizzata è quella da da Addis Abeba (Etiopia) e Malpensa è uno degli hub più sensibili per il passaggio nel nostro continente

Khat
(CARL COURT/AFP/Getty Images)

La chiamano “droga dei poveri”, ma il suo vero nome è khat. È una nuova sostanza stupefacente proveniente dall’Africa, in particolare dall’Etiopia, ma anche da Ruanda, Uganda, Kenya e Yemen, che sta arrivando negli ultimi anni anche sul mercato italiano.

L’ultimo sequestro delle foglie di khat, che è sufficiente masticare perché si inneschi il potere stupefacente, è avvenuto all’aeroporto di Malpensa lo scorso 8 ottobre. Le Fiamme Gialle, in collaborazione con l’agenzia delle Dogane e l’Ufficio sanità aerea (Usmaf), dopo la notizia di un maxi sequestro avvenuto a Zurigo la scorsa primavera hanno costantemente monitorato i controlli sulle spedizioni postali provenienti dallo scalo di Addis Abeba, Etiopia. «È l’aeroporto da cui partono i maggiori quantitativi di khat», spiega a Linkiesta il tenente colonnello della Guardia di Finanza Giuseppe Bua.

L'aeroporto di Malpensa per quanto riguarda l’ingresso degli stupefacenti in Europa, è sicuramente una delle porte più sensibili, oltre a essere sicuramente la più grande»

Giuseppe Bua, Tenente Colonnello della Guardia di Finanza di Varese

Il risultato del monitoraggio è stato il sequestro tra luglio e ottobre di oltre 935 chilogrammi di khat, arrivata attraverso un centinaio di spedizioni postali da Addis Abeba. Il khat ha guadagnato il nome di “droga dei poveri” perché, spiega ancora Bua, «sul mercato è venduta a prezzi di molto inferiori a ogni altra sostanza stupefacente esistente». Alla spedizione le foglie, provenienti da un arbusto, il Catha Edulis, vengono fatte passare per tè, henné o spezie.

Dal 1980 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito tra le sostanze stupefacenti il khat, le cui foglie provocano stati di eccitazione ed euforia che portano alla dipendenza. Al contrario della dipendenza comune da anfetamine, però, la dipendenza da khat non produce assuefazione e la comparsa di sintomi da astinenza è rara.

Le foglie sono solitamente assunte anche in Italia da soggetti di provenienza africana, mentre non sono ancora diffuse tra gli italiani

Dall’inizio dell’anno, fa sapere la Guardia di Finanza, che monitora lo scalo di Malpensa, sono stati arrestati cinque passeggeri: due romeni e gli altri di nazionalità somala, etiope e britannica. Tutti prevenivano da Addis Abeba (Etiopia) e sono stati trovati in possesso di oltre 220 chilogrammi di khat, celati all’interno di valigie. Il totale complessivamente sequestrato ammonta a oltre 1.100 chilogrammi.

In Italia questa droga arriva regolarmente da almeno due anni, tanto che un sequestro da una tonnellata è stato effettuato a Fiumicino nel maggio 2013, e nel 2014 20 chili sono state trovati in possesso di una sola persona di nazionalità portoghese all’aeroporto Karol Wojytila di Bari.

Venditori di khat nello Yemen
Rod Waddington (Flickr/CC)

«Le foglie - spiega Bua - sono solitamente assunte anche in Italia da soggetti di provenienza africana, mentre non sono ancora diffuse tra la “clientela” di nazionalità italiana». C’è un’organizzazione nel traffico di khat? «Per quello che ci risulta al momento - conclude Bua - i quantitativi vengono importati da singoli grossisti fai da te che si mettono in proprio e nell’ambito della propria comunità tramite contatti e conoscenze distribuiscono la sostanza».

Il fenomeno khat è controverso ed esistono pochi dati sul consumo e sulla ricaduta che questo potrebbe avere sull’economia e la società. Per esempio il khat non è illegale in tutti gli Stati europei, tanto che si sono osservati di “turismo del khat”, in particolare verso Londra.

Nelle tradizionali aree di coltura il khat garantisce una fonte di reddito sicura e rappresenta una scelta allettante per i produttori agricoli

Nei Paesi Bassi e nel Regno Unito, dove il khat è legale, il consumo avviene generalmente in caffè noti come «mafrish», che fungono da centri sociali offrendo bevande, televisione, cibo e khat. I caffè mafrish - spiega un report dell’Osservatorio Europeo delle droghe e delle tossicodipendenze - permettono di scambiarsi informazioni, di tenersi aggiornati sulle notizie relative ai Paesi di origine e di svolgere altre attività collettive. Il consumo di khat può inoltre avvenire in sale della comunità o in appartamenti privati.

Il khat può essere acquistato in negozi di ortofrutticoli, minimarket e perfino edicole. In Svezia, invece, la vendita del khat, come quella degli altri stupefacenti, avviene ai margini degli spazi pubblici, ad esempio nei parcheggi. In inverno si affittano abitazioni private per le sedute di consumo, mentre in estate esse si tengono nei parchi. Le attività di contrasto devono tenere conto della natura culturale dell’utilizzo del khat: in alcuni Paesi una rigida applicazione della legge ha creato tensioni tra le comunità di migranti e la polizia.

Un commercio quello del khat difficile da stroncare, anche perché i Paesi produttori grazie all’export delle foglie negli ultimi anni hanno visto un importante boom economico. Nelle tradizionali aree di coltura il khat garantisce una fonte di reddito sicura e rappresenta una scelta allettante per i produttori agricoli.

Il khat non è illegale in tutti gli Stati europei, tanto che si sono osservati di “turismo del khat”, in particolare verso Londra

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