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Letteratura
18 Ottobre Ott 2015 0648 18 ottobre 2015

La resistenza sul Web delle riviste letterarie

Come le pubblicazioni letterarie si siano riciclate online, attraverso la caccia alla viralità, la specializzazione e il moltiplicarsi delle connessioni globali

Litrev

Mettere in piedi una rivista letteraria è un lavoro da pazzi. Bisogna sviluppare una certa attenzione ai dettagli e sperare col tempo di acuire il proprio istinto per diventare dei buoni scout. Bisogna dedicare notti intere alla scelta dei contenuti, all’editing, alla confezione. Farsi un occhio da grafico, da traduttore e affinare il fiuto per la qualità — che non è niente di oggettivo ma tutto di personale. Farsi degli amici e perderne altri. Partecipare agli eventi, seguire gli esordienti, viaggiare per quanto si può. Essere presenti, perché senza essere riconosciuti è difficile essere presi sul serio. Inventare un buon nome, saper dare i titoli, sapersi fare pubblicità. Stare seduti ore a un banchetto defilato ai saloni e alle feste senza che nessuno si avvicini mai per dare un’occhiata al materiale. Bisogna avere pazienza e determinazione, e quando finalmente si è arrivati ad avere una rivista letteraria indipendente per le mani, incarnata in un numero sufficiente di copie stampate decentemente, bisogna avere l’oggettività di considerare tutto un mezzo fallimento: di aver buttato il proprio tempo e il proprio talento in mezzo a un mare fitto di riviste, pamphlet, fogli, autoproduzioni e fanzine che si fa fatica a contarle. Per fortuna, si direbbe, sul Web c’è spazio per tutti e tutto può ricominciare da capo.

La verità è che quella di Internet per le autoproduzioni è una giungla ancora più intricata del panorama editoriale di secondo piano. C’è spazio per tutti e tutti fanno quello che possono, senza dare troppo peso alle cifre e ancorandosi al romanticismo dell’iniziativa. Ma l’unica cosa che cambia a livello pratico per quanto riguarda le riviste sul Web è che non c’è niente da stampare. La qualità conta ancora e, se possibile, pesa il doppio rispetto al passato. Con il semplificarsi dei mezzi e il moltiplicarsi della concorrenza, il lavoro di affinazione della tecnica si fa di giorno in giorno più determinante per chi voglia lasciare traccia nel campo delle autoproduzioni letterarie. L’etichetta impone ancora di non poter parlare di editoria, ma di fatto molte delle realtà che trovano spazio su Internet compiono un lavoro editoriale prezioso quanto — se non complementare a — quello delle case editrici cosiddette tradizionali.

Qualche mese fa è uscito negli Stati Uniti un volume fondamentale dal titolo The Little Magazine in Contemporary America, per University of Chicago Press e curato da Ian Morris e Joanne Diaz. Si tratta del nipote di un’opera mastodontica pubblicata da Pushcart Presse nel 1979 e intitolata The Little Magazine in America, che raccoglieva interviste e saggi attorno all’esistenza delle riviste indipendenti, tracciando i confini di un panorama tanto vasto quanto complesso, in grado di mettere in moto la macchina editoriale dalle fondamenta. Il libro di Morris e Diaz analizza l’evoluzione del fenomeno e soprattutto studia il passaggio dalla carta al Web. Sono poche le riviste americane che hanno scelto di non mettere piede online e generalmente lo hanno fatto con la certezza di poter contare su una base stabile e su una reputazione eccellente. Lorin Stein, direttore della Paris Review, non si lascia convincere dal canto delle sirene multimediali, ma non limita nemmeno la presenza della Review sui social network dove, anzi, ha trovato un ottimo compromesso tra la ripubblicazione di materiale già uscito in libreria e materiale inedito. Allo stesso modo, un magazine riconosciuto come Harper’s può permettersi di snobbare la Rete, potendo contare sull’appoggio di una nicchia e sulla convinzione che il tipo di giornalismo lungo che lo caratterizza trova la sua collocazione migliore sulla carta stampata. «Siamo tra gli ultimi a poter dire di non conoscere i nostri lettori», dice Christine Smallwood, responsabile delle pagine letterarie. «Ed è la nostra forza. Il Web è fatto per le opinioni immediate e i commenti taglienti: non è quello che facciamo ad Harper’s. Ma se è questo il futuro, probabilmente non fa per noi».

«Il Web è fatto per le opinioni immediate e i commenti taglienti: non è quello che facciamo ad Harper’s. Ma se è questo il futuro, probabilmente non fa per noi»

Christine Smallwood

La chiave sta nella viralità. Il marasma delle riviste che popola il Web non può puntare sulla fidelizzazione dei lettori attraverso i contenuti approfonditi, ma deve adeguarsi alle regole effimere della fama online, per sperare di trascinare qualche curioso più a fondo nella lettura. I contenuti devono essere fruibili immediatamente e soprattutto condivisibili. Accattivanti, ma anche comprensibili. Parlando di letteratura, nella maggior parte dei casi inedita o semi-sconosciuta, non è così facile. Un articolo di stretta attualità, un’intervista o uno studio di settore, sono prodotti che possono contare sempre su un aggancio virale — un video, un grafico, una citazione. La letteratura ha bisogno di tempo e deve mettere in conto di non essere sempre universalmente comprensibile e apprezzata. Come rileva Stephen Burt sul New Yorker, il sistema sembra funzionare sorprendente bene per la poesia e per i contenuti ultra-specifici. Le nicchie, insomma. Le stesse nicchie che per un periodo si sono trovate tagliate fuori dai canali di distribuzione e hanno dovuto inventarsi una tecnica per affiorare, se non spiccare, al di sopra della superficie editoriale in tempesta. La poesia, ammesso che sia buona poesia, funziona perché è sintetizzabile in pochi versi, condivisibili e riproducibili. «Una bella poesia», dice Gaby Bess, fondatrice del sito Illuminati Girl Gang. «È come una bella foto: si impiega un istante ad innamorarsene e si vuole farla conoscere a più persone possibili». Esattamente come una notizia di attualità che ci abbia scossi, indignati o soddisfatti.

La letteratura ha bisogno di tempo e deve mettere in conto di non essere sempre universalmente comprensibile e apprezzata.

Allo stesso modo, le riviste indipendenti che vogliono sopravvivere sul Web non possono permettersi il lusso del generalismo. Alla fondazione di N+1, nel 2004, Keith Gessen affermava di voler essere il +1 che aggiungesse gli elementi mancanti alle autoproduzioni letterarie di New York. Oggi la ragione geografica non sta più in piedi — Internet non ha confini e lo stesso contenuto può essere letto contemporaneamente da una parte all’altra del mondo, giungendo a conclusioni opposte — ma regge ancora la ragione ideologica. Chi fonda una rivista lo fa generalmente per rispondere all’esigenza di riempire una lacuna, colmare una mancanza di cui soffre per primo. «L’arte, se non trova il suo principio, se non altro trova la sua conclusione nel tentativo di intrattenere gli amici», scriveva W.H. Auden. Chi decide di fondare una rivista, lo fa per pubblicare quello che altri non pubblicano e che lui vorrebbe leggere. Più il tema è specifico, più è destinato al successo — sempre modesto, che ancora non ci si diventa ricchi. Gli esempi si sprecano: la già citata Illuminati Girl Gang pubblica solamente poesie femministe, Creative Nonfiction si limita a saggi letterari, Callaloo pubblica autori afro-americani del Sud. Poi c’è l’Asian American Literary Review, che non ha bisogno di spiegazioni, Rain Taxi che raccoglie l’eredità della Paris Review e si limita a recensioni e interviste, At Lenght e la Seattle Review che raccolgono tutte le poesie troppo lunghe per essere ospitate da una pubblicazione tradizionale.

In Italia la situazione è un po’ meno chiara e le nuove iniziative indipendenti sembrano confondersi con le lacune del giornalismo. Aprono siti che si propongono di perseguire la strada delle forme lunghe, ma si perdono tra le pieghe dell’attualità e confondono la fruibilità con la notizia. Le piccole realtà, nel frattempo, fanno fatica a trovare la loro posizione e a farsi riconoscere da un lettorato sempre più distratto dal numero spropositato di stimoli rispetto a un mercato in rimodellamento. Le riviste giovani, a livello di comunicazione, non devono vedersela soltanto con la concorrenza diretta, ma anche con la prepotenza delle versioni online dei giornali, che ancora sembrano non aver trovato un modello efficace di presenza sul Web, e degli editori che attraverso i social network fanno tanto da cassa di risonanza quanto da organo di informazione settoriale. Tutti passando attraverso gli stessi mezzi e con lo stesso linguaggio. Se a questo si aggiunge la scarsa attitudine alla specializzazione, costretta dalla mancanza di materiale, si ottiene un panorama confuso e intricato.

Resistono i figli di un periodo che il romanziere Giorgio Fontana, fondatore a suo tempo di Eleanore Rigby, ha definito “virtuoso”, perché caratterizzato da tante speranze e quasi privo di certezze. Quando le riviste si facevano sulla carta e alimentavano tutte assieme lo stesso angolo di editoria lontana dalle masse. Resiste, rispetto alla situazione americana, una nicchia univoca che da sola si profila sullo sfondo di un futuro imperscrutabile. Per citare alcune native digitali o che hanno saputo compiere il passaggio con discreto successo: inutile, Abbiamo le prove, Cadillac, Colla, La balena bianca, ’Tina. Ognuna di queste rappresenta un piccolo tassello di resistenza, ancora lontano dal contenuto virale e aggrappato alla propria artigianalità, ma sicuramente un pezzo di quella letteratura online che vale la pena di andare a scovare, non tanto perché adeguata ai tempi, quanto perché affezionata a un’idea di eccellenza che per altri versi non esiste più.

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