Tratta e sfruttamento
20 Ottobre Ott 2015 1029 20 ottobre 2015

Legalizzazione della prostituzione: le ragioni di chi dice no

Amnesty International ha proposto la depenalizzazione, in Parlamento in due anni si sono accumulate 16 proposte di legge. Ma i Paesi europei che hanno regolarizzato il lavoro sessuale, dicono molte associazioni, non hanno abolito la tratta

Prostituzione
(Afp/VALERY HACHE)

Si fa presto a dire legalizzazione della prostituzione. Gli storici movimenti che in Italia si occupano di diritti sono divisi. Da una parte c’è la proposta di depenalizzazione di Amnesty International, dall’altra il “no” di comitati e associazioni femminili e femministe che in occasione della Giornata europea contro la tratta di esseri umani, si sono raccolte nel convegno organizzato a Milano da “Donne in Quota”. C’è chi la prostituzione vorrebbe legalizzarla, e chi mira ad abolirla del tutto. «Lo slogan femminista “il corpo e mio e lo gestisco io” implicava che la libertà sessuale era una condizione di soggetto attivo», dice Donatella Martini, presidente di “Donne in Quota”. «Il mestiere più vecchio del mondo in realtà è la discriminazione più antica del mondo. Nella società moderna, che ha come obiettivo la parità di genere, la prostituzione non può più essere considerata un istituto necessario al buon funzionamento della società».

Prostituzione legale o criminale

In Italia, solo tra il 2013 e il 2015, sono stati depositati in Parlamento 16 progetti di legge che mirano a regolarizzare la prostituzione. Ad aprile 2015, 70 parlamentari di diversi colori politici hanno presentato un manifesto per rivedere la legge Merlin, che negli anni Cinquanta portò alla chiusura dei bordelli. E la Lega Nord sta raccogliendo le firme per abrogare la stessa legge. Qualcosa si è mossa anche a livello locale: a Milano in consiglio comunale è stata depositata dai Radicali una mozione sulla “zonizzazione” (zoning) della prostituzione, cioè la destinazione di luoghi ad hoc della città in cui esercitarla, e il consiglio di zona 2 l’ha già approvata. Una proposta simile è arrivata dal nono municipio di Roma, mentre a Venezia questa formula si sta già attuando dal 1999.

“Il mestiere più vecchio del mondo in realtà è la discriminazione più antica del mondo. Nella società moderna, che ha come obiettivo la parità di genere, la prostituzione non può più essere considerata un istituto necessario al buon funzionamento della società”

Nel frattempo in Europa si stanno sperimentando modelli contrapposti. Germania e Olanda hanno scelto la via della legalizzazione. Svezia, Norvegia, Islanda e di recente la Francia hanno deciso invece di punire i clienti, considerando la prostituzione una forma di violenza sulle donne. «Germania e Olanda non hanno risolto il problema della tratta né intaccato il business degli sfruttatori, in quanto sono le organizzazioni criminali che forniscono la manodopera anche per la prostituzione legalizzata», spiega Donatella Martini. «La legge svedese ha avuto invece effetti positivi, e la prostituzione di strada è diminuita». Nella direzione del “modello nordico” va la cosiddetta Risoluzione Honeyball della eurodeputata inglese Mary Honeyball, presente al convegno: “Se vogliamo vivere in un’Europa dove le donne hanno eguali diritti, dobbiamo lavorare per eliminare la prostituzione e creare una cultura in cui non sia permesso o accettabile acquistare il corpo di qualcun altro”.

D’altro canto, però, anche il modello “nordico”, che criminalizza i clienti, viene criticato. «Le sanzioni», ha spiegato Yuri Guaiana, consigliere di zona a Milano e primo firmatario della mozione sulla zonizzazione, «hanno spinto le prostitute ad andare in aree più nascoste e meno sicure della città, in cui le donne sono meno protette e hanno meno potere di contrattazione».

Nell’estate del 2015, Amnesty International ha approvato una risoluzione in cui si schiera a favore della depenalizzazione della prostituzione. La decisione, articolata in 13 punti, ha dato mandato al board internazionale di Amnesty di sviluppare politiche a sostegno della piena decriminalizzazione di ogni aspetto relativo al sex work di natura consensuale. «Le ricerche e le consultazioni svolte negli ultimi due anni hanno determinato che questo è il miglior modo per difendere i diritti umani dei/delle sex workers e mitigare i rischi di abusi e violazioni nei loro confronti», è scritto nel comunicato. Anche se, come si legge nel punto 13 della risoluzione, l’organizzazione specifica di non prendere posizione sul fatto che il lavoratore sessuale debba essere riconosciuto come lavoro. In sostanza, Amnesty International chiede che vengano rispettati i diritti umani dei sex worker in quanto esseri umani, proprio perché spesso ne sono privati in quanto sex worker illegali. Le violazioni accertate vanno dal diritto all’abitazione (molte prostitute vengono sgomberate con facilità perché la loro casa viene qualificata come bordello) alla tutela giudiziaria in caso di abusi sessuali fino alle cure medico sanitarie. Accade che molti sex worker si rechino all’ospedale per la rottura del condom e si vedano negare le cure appropriate, denunciano gli attivisti di Amnesty.

Ma contro il testo dell’organizzazione si sono schierate attrici come Meryl Streep e Kate Winslet, e in tanti hanno sottoscritto la contropetizione lanciata dalla Coalition Against Trafficking in Women International per il ritiro della proposta.

“La criminalizzazione dei clienti però ha spinto le prostitute ad andare in aree più nascoste e meno sicure della città, in cui le donne sono meno protette e hanno meno potere di contrattazione”

Schiave contro “lavoratrici del sesso”

Alcune delle associazioni favorevoli alla depenalizzazione, come il Comitato per i diritti civili delle prostitute, guidato da Pia Covre, fanno invece una distinzione tra sex worker, lavoratore del sesso, e vittima della tratta e dello sfruttamento sessuale. Chiedendo quindi di legalizzare la prostituzione per combattere lo sfruttamento, garantendo i diritti di chi invece si prostituisce volontariamente. Che però, a guardare i numeri, rappresenta solo una piccola fetta delle prostitute.

In base ai dati disponibili, oltre il 90% delle prostitute dipende da un protettore. Solo in Italia, le donne vittima di tratta e sfruttamento sessuale sono circa 30mila (dati Caritas). I bambini sfruttati sessualmente superano i 5mila, di cui otto su dieci sono bambine. Molto spesso sfruttamento sessuale e immigrazione vanno a braccetto: l’80-85% delle vittime è composto da donne che provengono da Romania, Nigeria, Ucraina e Moldavia. A febbraio 2015, nel quartiere di Muggiano, a Milano, sono state liberate dalla polizia 30 prostitute romene tenute in gabbia dai loro magnaccia.

«Non solo le donne prostitute hanno un rischio del 13,5% in più di contrarre malattie sessualmente trasmissibili», dice Elvira Reale, psicologa dell’associazione “Salute Donna”. «Ma si registrano anche elevati tassi di disturbo post traumatico da stress e un rischio di depressione maggiore dell’80%. Anche nel caso di prostitute che lavorano indoor, non solo per strada. La prostituzione implica una relazione non paritaria in cui si impone la volontà maschile. San Tommaso parlava non a caso di “funzione cloacale”. Ci siamo battute per anni per la parità e l’uguaglianza, e adesso che facciamo? Legalizziamo tutto questo?».

Oltre il 90% delle prostitute dipende da un protettore. In Italia, in base ai dati forniti da Caritas, le donne vittima di tratta e sfruttamento sessuale sono circa 30mila. I bambini sfruttati sessualmente sono oltre 5mila, di cui otto su dieci sono bambine.

La petizione

In occasione del convegno organizzato da “Donne in Quota” è stata anche presentata una petizione in cui si chiede ai parlamentari di ritirare la proposta di legalizzazione della prostituzione, e di costituire una commissione per adeguare la legislazione italiana al modello nordico di criminalizzazione della prostituzione. Non solo, diverse associazioni, da Salute Donna all’Unione delle donne, hanno presentato alla procura di Milano una denuncia contro la proposta di zonizzazione dei Radicali, ipotizzando il reato di istigazione al favoreggiamento della prostituzione. «È vietato in base alla legge Merlin», dicono.

Fondi scarsi per le vittime della tratta

Resta però un fatto, condiviso sia da chi appoggia sia da chi non appoggia la legalizzazione: i fondi di assistenza, protezione e integrazione per le vittime di tratta che vogliano dire addio alla prostituzione e liberarsi dagli sfruttatori sono sempre pochi. L’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione, che prevede la protezione degli immigrati vittime di sfruttamento, non sempre è finanziato adeguatamente. I progetti ammessi al finanziamento nel 2012 sono stati prorogati fino a giugno 2015. Dopodiché, non si sa più nulla. «Ma nei 600 milioni di euro destinati alla povertà inseriti nella legge di stabilità, una parte potrebbe essere destinata alle vittime di tratta e sfruttamento della prostituzione», propone Rosaria Iardino, consigliera di Milano e consigliera delegata alle pari opportunità della Città metropolitana.

(Il testo è stato modificato a seguito della pubblicazione con le precisazioni sulla posizione di Amnesty International)

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