Legge di stabilità
21 Ottobre Ott 2015 0815 21 ottobre 2015

Renzi sta smontando quel che Draghi ha costruito

Il Quantitative Easing è nato grazie alla promessa che i Paesi avrebbero tenuto i conti in ordine. Renzi sta tradendo quella promessa. E scherza col fuoco sulla pelle dell’Italia

Renzi Padoan
ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images

Quando nell’estate del 2012, Mario Draghi pronunciò l’ormai celebre whatever it takes, molti pensarono che la svolta della Bce nella guerra dello spread non sarebbe stata possibile senza le politiche di austerity condivise dai partner europei. L’obiettivo di riportare le finanze pubbliche su un sentiero di sostenibilità, sancito nei Trattati intergovernativi e garantito da severe procedure di controllo da parte di strutture tecnocratiche, servì a convincere i mercati che la Bce avrebbe avuto il sostegno “politico” di tutti i paesi dell’Eurozona, Germania compresa, se fosse stato necessario.

Sono passati poco più di tre anni e sembra di vivere in un altro mondo. Tassi a zero, spread a livelli pre-crisi e budget ancora molto lontani dagli obiettivi tracciati. Anche gli organismi di controllo svolgono un ruolo più “politico” che “tecnico”, nel senso che sono caratterizzati da ampi margini di discrezionalità nell’interpretazione delle regole e del grado di raggiungimento degli obiettivi concordati. Basti pensare alla comprensione mostrata nei confronti della Spagna, perché in presenza di competizione elettorale.

La riduzione della pressione fiscale avrebbe dovuto essere finanziata da una efficace revisione del ruolo e della dimensione della spesa pubblica.

Di questo clima beneficia anche il governo italiano, che ha potuto varare una legge di stabilità che ignora il fiscal compact sia nella forma che nella sostanza. Forse, non saranno in molti a rimpiangere la prematura scomparsa del fiscal compact. Ma il ricordo del periodo 2011-2012 è ancora troppo vivo per sopire il dubbio che si stia commettendo un grosso errore nell’abbandonare così presto non solo gli obiettivi numerici, ma anche l’impostazione metodologica dell’austerity.

La riduzione della pressione fiscale avrebbe dovuto essere finanziata da una efficace revisione del ruolo e della dimensione della spesa pubblica. Mentre la diminuzione della spesa per interessi, favorita dalla politica monetaria della Bce, sarebbe dovuta servire principalmente per ridurre il rapporto debito/Pil. E, invece, della spending review è rimasto poco e quel poco assomiglia terribilmente alla stagione dei tagli lineari. Lo spazio creato dal Quantitative Easing di Mario Draghi viene usato o per ridurre le tasse - quelle meno legate all’attività produttiva, come quelle legate agli immobili - o per finanziarie ogni sorta di bonus. Bonus energia, bonus mobili, bonus 80 euro, bonus neo-assunti, super-ammortamenti … lo Stato più che ridurre la propria presenza e semplificare il codice fiscale, aumenta il grado di interferenza con i meccanismi allocativi dell’economia di mercato.

Il sospetto che si stia commettendo un grosso errore non riguarda l’efficacia macroeconomica della Legge di Stabilità o il populismo di alcune misure. Piuttosto, i rischi che il Paese può correre, sprecando il dividendo di Draghi e rimandando ancora l’abbassamento del debito pubblico.

Avvolgendo il nastro di una decina di anni, sembra di essere tornati ai bei tempi delle finanziarie dell’euro-bonanza. Anche allora c’era un brutto retro-pensiero, quello che si stesse buttando a mare il dividendo dell’euro. In quel periodo, però, l’ottimismo un po’ incosciente era giustificato dalla grande novità dell’euro, di cui non erano ancora note le debolezze strutturali. La globalizzazione ancora rampante consentiva di fornire una giustificazione “reale” a tassi di crescita elevati che con il senno di poi sappiamo essere stati drogati dagli eccessi della finanza. Sfortuna volle che ci capitò tra capo e collo la peggiore crisi finanziaria del secondo dopoguerra. E il conto lo abbiamo pagato, salatissimo.

Tornando ai nostri giorni, il sospetto che si stia commettendo un grosso errore non riguarda l’efficacia macroeconomica della Legge di Stabilità o il populismo di alcune misure. Piuttosto, i rischi che il Paese può correre, sprecando il dividendo di Draghi e rimandando ancora l’abbassamento del debito pubblico. La Bce di Mario Draghi sta riducendo tali rischi, ma non li può azzerare. Anche facendo free-riding sulla credibilità di altri sistemi paese, con un debito pubblico elevato come il nostro la monetizzazione parziale funziona bene se la politica fiscale usa sapientemente il tempo guadagnato per riportare il più rapidamente possibile le finanze pubbliche in equilibrio. Quando, auspicabilmente tra 18-24 mesi, anche in Europa la Bce potrà abbandonare la politica monetaria emergenziale del post-crisi, l’Italia dovrà farsi trovare pronta con un livello di debito pubblico sufficientemente basso da non alimentare gli appetiti speculativi dei mercati finanziari. È vero che questo momento, se misurato nel chronos della Borsa, è lontanissimo. Ma nel kairos della politica fiscale è vicinissimo, distante solo una o due leggi di stabilità.

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