Reportage
23 Ottobre Ott 2015 1420 23 ottobre 2015

Oltre la Troika: viaggio nella pancia del “Fondo salva Stati”

Si chiama Esm, sta in Lussemburgo e ha una missione: prevenire crisi finanziarie nel Vecchio Continente. Il capo del rischio si chiama Cosimo Pacciani ed è un italiano: «Ora l’Europa è un posto più sicuro»

Esm Cover

LUSSEMBURGO. Questa è la storia di una macchinetta per fare il caffè. Una storia che comincia il 1° giugno del 2010. Sono i mesi della prima crisi greca, ma anche di quella portoghese e irlandese. L'Unione Europea, allora, non aveva strumenti per far evitare che queste crisi si diffondessero per il Continente, né del resto i Trattati le permettevano di farlo. Si decise, quindi, di creare in fretta un’impresa privata, anche se controllata dagli Stati, che emettesse bond sul mercato per prestare soldi ai Paesi in difficoltà. A guidarla fu chiamato l'economista tedesco Klaus Regling.

Regling accettò l'incarico e leggenda narra che quando entrò nel suo ufficio - lui che era stato direttore generale all’Ecofin e prima ancora aveva lavorato al Fondo Monetario Internazionale - trovò solo un tavolo, una sedia e un telefono. Non batté ciglio, la leggenda continua, ma chiese, per l'appunto, una macchinetta per fare il caffè. Il sottotesto era chiaro: di tempo per fare gli schizzinosi - e per dormire - ce n’era davvero poco.

Con 80 miliardi di capitale versato e 700 miliardi di capitale sottoscritto, l’Esm è di fatto la più grande istituzione finanziaria del mondo e non solo in potenza. Tra il 2010 e il 2015 Esfs (prima) e Esm (poi) hanno prestato a Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro e Irlanda tre volte i soldi che il Fondo Monetario Internazionale ha prestato in tutto il mondo

Oggi quella macchinetta c'è ancora, ma molte cose sono cambiate. L'European Financial Stability Facility - così si chiamava quel primo embrione - è stata sostituito nel 2011 da un’istituzione sovranazionale permanente, il Meccanismo Europeo di Stabilità, meglio conosciuto con l'acronimo Esm, o, ancora meglio, col nomignolo giornalistico di “Fondo salva Stati”. Dentro ci lavorano 150 persone - meno che in una finanziaria regionale italiana, tanto per dare un’idea -, ma le dimensioni ingannano. Con 80 miliardi di capitale versato e 700 miliardi di capitale sottoscritto, l'Esm è di fatto la più grande istituzione finanziaria del mondo e non solo in potenza. Tra il 2010 e il 2015 Esfs (prima) e Esm (poi) hanno prestato a Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro e Irlanda tre volte i soldi che il Fondo Monetario Internazionale ha prestato in tutto il mondo. Cifra che dà le dimensioni della crisi europea. Ma anche di ciò che ora c'è, in più, per risolverla.

C’è chi la definisce come una specie di Fondo Monetario Internazionale in salsa europea: «Siamo molto diversi, in realtà» spiega Cosimo Pacciani, chief risk officer, in italiano "capo del rischio", uno dei due italiani che nell’Esm occupano posizioni di vertice. Nel 2009, quando lavorava per Royal Bank of Scotland, Pacciani era stato nominato a capo del rischio dell'Asset Protection Scheme, un meccanismo analogo messo in piedi da Gordon Brown e dal governo inglese per salvare la stessa Rbs, Barclays e Llodyds, le tre più importanti banche britanniche.

Cosimo Pacciani, chief risk officier dell'Esm

«Io non vedo un dilemma tra austerità e crescita nei nostri Programmi. Guarda a Spagna e Irlanda, due Paesi che erano all'interno del Programma -. risponde - Oggi hanno uno dei più alti tassi di crescita in Europa».

«Il Fondo Monetario riceve denaro dai Paesi membri (praticamente tutti i Paesi del mondo, eccetto Corea del Nord, Cuba, Androrra, Monaco, Nauru e Lichtenstein, ndr) e lo presta ai Paesi che ne fanno richiesta - spiega - L'Esm, invece, raccoglie il denaro, che presta ai Paesi che hanno perso accesso ai mercati di capitali, emettendo titoli e bond sul mercato. Inoltre, abbiamo circa 80 miliardi di capitale versato dai Paesi dell'Eurozona. Nessuna istituzione finanziaria ha un capitale così alto». Tuttavia, non è quello il capitale che il fondo salva Stati presta ai Paesi in crisi: «Quello lo conserviamo - continua Pacciani - investendo in titoli molto liquidi. È una specie di garanzia: ci permette di avere un rating molto alto e rassicura gli investitori che comprano i nostri bond che saranno ripagati comunque vada».

Il risultato è chiaro: «Quando prestiamo denaro ai Paesi in crisi, chiediamo loro di pagare un interesse pari a quello che paghiamo noi sui mercati. È molto più economico di quel che quei Paesi pagherebbero, se dovessero andare loro sui mercati. Ad esempio, il tasso d'interesse che la Grecia oggi ci deve pagare per i soldi che le prestiamo è inferiore all'1%». Funziona? Parrebbe di sì: «Spagna, Irlanda e Portogallo hanno portato a termine con successo i loro Programmi - continua -. Cipro e Grecia sono ancora nel Programma, ma Cipro è sulla buona strada per uscirne». Per la cronaca, proprio l’altro italiano “senior” dell'Ems, Nicola Giammarioli, è il rappresentante dell'Ems nel Programma di aiuti che vede coinvolta la Grecia.

Il “trading floor” dell'Esm, dove si crea il capitale che sarà poi prestato agli Stati

Già, il Programma, con la P maiuscola. Per gli anti-europeisti, una specie di patto faustiano col diavolo, che offre soldi in cambio di lacrime, sangue e sovranità. Per chi lavora all'Esm, al contrario, è l'unico strumento possibile per dare stabilità all'Europa: «Noi raccogliamo soldi sui mercati e li prestiamo agli Stati - spiega Pacciani - ed è cruciale che i Paesi che entrano nel Programma ne escano in grado camminare sulle loro gambe, riguadagnando la fiducia negli investitori per tornare sui mercati. Come creditori, peraltro, vogliamo che siano in grado di ripagare anche il debito che hanno con noi».

Rieccolo, il dilemma: come si può crescere se si è costretti a tagliare? «Io non vedo un dilemma tra austerità e crescita nei nostri Programmi - taglia corto Pacciani -. In alcuni casi, all'inizio è necessario un forte consolidamento del bilancio. In Grecia, ad esempio, il deficit di bilancio era di oltre il 15%, nel 2009. Non c'era alternativa a ridurlo. Però poi ci sono le riforme strutturali, che sono un parte centrale dei nostri programmi. E le riforme strutturali portano alla crescita». Qualche esempio? «Guarda a Spagna e Irlanda, due Paesi che erano all'interno del Programma -. risponde - Oggi hanno uno dei più alti tassi di crescita in Europa».

«Ora l'Eurozona è indubbiamente un posto più sicuro. In particolare, i Paesi che sono entrati nel programma hanno fatto riforme importanti a livello nazionale: i bilanci sono più solidi e la competitività è crescita»

Cosimo Pacciani

«In qualche modo, puoi paragonare il nostro ruolo in Europa con quello dei pompieri in una città», dice Pacciani, ed è una metafora che si usa spesso, all'Ems. Non solo perché spengono gli incendi, ma anche perché l'obiettivo è evitare che si propaghino: «Il nostro mandato è quello di vigilare sulla stabilità finanziaria nella zona euro. Questo significa che dobbiamo evitare il rischio di contagio da un Paese all'altro - spiega - Pensiamo alla Grecia: nel 2010 un suo default avrebbe avuto un impatto devastante sull'Europa, e non solo. Oggi l'area euro è molto più resiliente». Oggi il “Fondo salva Stati” detiene buona parte del debito che la Grecia ha con le cosiddette Istituzioni: «Il rischio greco oggi è ancora vivo - continua - in particolare dal suo settore bancario, che ancora può essere una minaccia per l stabilità finanziaria. Ecco perché i Paesi dell'Eurozona hanno deciso di offrire alla Grecia un nuovo Programma dell'Esm per altri tre anni».

La questione cruciale è capire se questo processo possa riportare l’Europa su un binario di sviluppo, dopo anni di caduta. Se, in altre parole, l'Esm avrà in futuro molti più Stati da salvare e molti più incendi da spegnere. O se, invece, basterà la sua presenza a prevenirli. Per Pacciani la risposta giusta è la seconda: «Ora l'Eurozona è indubbiamente un posto più sicuro - argomenta - In particolare, i Paesi che sono entrati nel programma hanno fatto riforme importanti a livello nazionale: i bilanci sono più solidi e la competitività è crescita». Non solo: «Una migliore e più stretta coordinazione delle politiche economiche a livello europeo e una politica monetaria appropriata da parte della Banca Centrale Europea hanno giocato un ruolo molto importante - continua - e l'unione bancaria ha reso il settore finanziario europeo più resiliente». Non bastasse, c’è chi spegne tutti gli incendi: «E alla fine ci siamo noi che offriamo una barriera in caso di crisi di un Paese dell'area Euro».

Da qui a dire che siamo immuni dal rischio ce ne passa, ovviamente. Ma nonostante questo, Pacciani è ottimista: «Forse non ce ne siamo resi conto del tutto e non abbiamo mai visto il quadro nella sua dimensione più ampia, ma tutti questi passi hanno concorso a creare un'Europa più coesa da un punto di vista finanziario e fiscale. Al meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale di Lima, lo scorso 9 ottobre - prosegue - non eravamo noi gli osservati speciali, il grande malato globale. Certo, abbiamo economie mature e sfide da affrontare come una cattiva demografia in molti Paesi. Ma siamo ancora tra le regioni con i più alti livelli di reddito al mondo, non dimentichiamolo».

Piercarlo Padoan arriva alla sede dell'Esm per il meeting annuale coi ministri delle finanze dell'Eurozona

Anche la politica, a suo modo, è un rischio. Nei prossimi tre anni si voterà in Spagna, in Francia, in Germania e in Italia e si terrà anche il referendum sulla permanenza o meno della Gran Bretagna nell'Unione Europea. C’è chi teme - o spera - che i populismi, di destra e di sinistra, possano far saltare il banco: «Il rischio politico, o meglio, cose come i cicli politici e le riforme sono fisiologiche determinanti del rischio sovrano - spiega Pacciani - . Dal punto di vista del risk manager, dobbiamo essere pragmatici e procedere passo dopo passo, ma con lo sguardo lungo. I rischi e i cicli politici hanno durate diverse e il nostro lavoro è proprio questo: monitorare gli eventi e modificare di conseguenza le risposte istituzionali».

C'è chi pensa che questo sia tirare a campare, trascinare a fatica i Paesi europei lungo un binario morto che i popoli e gli elettori faticano a comprendere. Pacciani rifiuta questa interpretazione: «Il processo di costruzione dell’Europa è traumatico per definizione, anche se abbiamo imparato tantissime lezioni negli ultimi anni». Rischioso, anche. Ma a volte, oltre che prevenirli, qualche rischio bisogna prenderselo: «Nel ruolo di chief risk officer il primo mandato è sempre quello di capire i rischi che si prendono, per poi gestirli, ridurli, mitigarli. Ma nel mio ruolo so anche che nonostante tutti gli sforzi, qualche rischio ci sarà sempre». Ed è a quel punto, che il caffé diventa fondamentale.

La macchina del caffè che salverà l'Europa?
Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook