26 Ottobre Ott 2015 0806 26 ottobre 2015

La Deutsche Bank è piena di derivati: l’Europa dorme?

L'istituto teutonico ne ha per 54.700 miliardi di euro, pari a venti volte il Pil tedesco e cinque volte quello dell'eurozona. Come ha fatto a passare così brillantemente gli stress test della Banca Centrale Europea?

Deutsche Bank
Jens Schlueter/Getty Images

La notizia è circolata in questi ultimi mesi ed è grossa: pare che l’ammontare di strumenti derivati in mano alla Deutsche Bank - che non è la banca centrale tedesca, quella si chiama Bundesbank, bensì un istituto privato - abbia raggiunto la stratosferica cifra di 54.700 miliardi di euro, pari a venti volte il Pil tedesco e cinque volte quello dell'eurozona.

Nessuno vuole demonizzare i derivati, intendiamoci. Una simile notizia, tuttavia, non può non interrogare la politica e la stessa Bce sulla giustezza del "metro" utilizzato per la valutazione dei rischi. Ad esempio: come mai, in presenza di un simile iceberg di rischio potenziale, la Deutsche Bank ha potuto così brillantemente superare gli esami della vigilanza europea?

Facciamo un passo indietro: il passaggio all'Unione Bancaria Europea, ha attribuito potere di vigilanza al Ssm (Single Supervisory Mechanism), un organismo composto dalla Bce e dalle Autorità di Vigilanza Nazionali, responsabile della supervisione sui 123 maggiori gruppi bancari europei a cui fanno capo attività per 21.000 miliardi di euro (l'80% degli asset dell'area euro). Un argomento di discussione, questo come molti altri, che è stato limitato agli addetti ai lavori e che è approdato sui media e nell'agenda politica solamente nel tardo autunno dello scorso anno con la pubblicazione dell'esercizio di valutazione denominato CA (Comprehensive Assessment), con le analisi dell'Asset Quality Review (AQR) e degli Stress Test.

Pare che l'ammontare di strumenti derivati in mano alla Deutsche Bank abbia raggiunto la stratosferica cifra di 54.700 miliardi di euro, pari a venti volte il Pil tedesco e cinque volte quello dell'eurozona

Una scelta meritoria, questa: regole uguali e comportamenti omogenei sono sempre auspicabili, ai fini di una comparazione corretta dei bilanci e della massima trasparenza nei confronti del mercato e degli investitori, e diventano essenziali per la credibilità internazionale stessa dell'euro, che sconta - non bisogna mai dimenticarlo - il limite di non avere alle spalle una entità statuale, ma unicamente accordi tra stati nazionali.

Tuttavia, omogeneità e credibilità, in concreto, non si fondano solo sul rispetto delle regole, ma anche sulla loro definizione. In concreto: come vengono definite le regole e come si comporta nel concreto l'arbitro e come si esercita l'attività ispettiva e di controllo da parte dei gruppi di vigilanza congiunti (Joint Supervisory Teams, JSTs) . È un tema di straordinaria rilevanza e interesse pubblico: l'arbitro, infatti, deve essere al di sopra di ogni sospetto e le regole devono essere chiare e uguali per tutti, altrimenti la partita finisce per essere truccata.

Perché nel valutare le banche europee si è guardato al microscopio il portafoglio degli impieghi prefigurando per l'Italia scenari macroeconomici ai limiti della catastrofe, mentre eguale prudenza, ad esempio, non è stata usata nella valutazione dei derivati?

L'obiettivo delle attività del Comprehensive Assessment, per l’appunto, è stato quello di radiografare i bilanci delle 123 maggiori banche europee per rendere confrontabili i bilanci, valutare i rischi e promuovere, se necessario, un rafforzamento patrimoniale. È sulla valutazione dei rischi, più ancora che sulla scelta dei paramenti utilizzati per gli stress test, che si è giocata una partita cruciale per il futuro del sistema bancario. Ed è su questo tema che emergono parecchie perplessità.

Secondo Aqr e Stress Test, le banche italiane, a fronte di un valore degli attivi rischiosi di circa 2.300 miliardi di euro, cumulano perdite nette potenziali nello scenario avverso per quasi 50 miliardi di euro, mentre quelle tedesche a fronte di attivi rischiosi di circa 4.600 miliardi di euro - il doppio di quelle detenute dalle italiane, se consideriamo i derivati - si fermano a perdite nette potenziali per circa 19 miliardi di euro. Molto meno della metà, rispetto a quelle italiane.

Eccoci arrivati al punto: perché quelli del Jst hanno guardato al microscopio il portafoglio degli impieghi prefigurando per l’Italia scenari macroeconomici ai limiti della catastrofe, mentre eguale prudenza, ad esempio, non è stata usata nella valutazione dei derivati? Oggi più che mai appare urgente e necessaria una trasparente discussione pubblica sui criteri di valutazione dei rischi delle attività bancarie: in gioco c'è l’economia e quindi il futuro dell'intera Europa e non soltanto quello, pur importante, del sistema bancario.

*Senatore del Partito Democratico

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