27 Ottobre Ott 2015 1430 27 ottobre 2015

Boeri: «Ora un reddito minimo anche in l’Italia»

Il presidente dell’Inps alla Bocconi: “È l’unica soluzione che tutelerebbe anche gli autonomi”. E chiede di cambiare l’articolo 18 anche per i lavoratori pubblici

Lavoratrice
(PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images)

«L’Italia ha bisogno di un reddito minimo ed è in grande ritardo». Tito Boeri, presidente dell’Inps, sta parlando a un convegno sul welfare dei lavoratori autonomi, organizzato dalla Fondazione Feltrinelli e dall’Università Bocconi, e non ha dubbi: «Se si parla di ammortizzatori sociali, il reddito minimo è lo strumento che potrebbe maggiormente tutelare il lavoro autonomo». E, il governo sta lavorando a un “Jobs Act del lavoro autonomo”, che le associazioni di settore attendono nei prossimi mesi, qualcosa si intravede nella legge di Stabilità in via di approvazione. «Anche se sono stato critico su più punti verso la legge di Stabilità, questa legge per la prima volta in Italia sembrerebbe stare facendo qualcosa di serio - dice Boeri -. Non solo perché ha finanziato il sistema di inclusione e di sostegno a livello nazionale. Ma anche perché rimanda a una legge delega che prevede il riordino degli strumenti di assistenza. Può darci qualcosa che ci permetta di dare strumenti per fare qualcosa di di simile al reddito minimo».

«L’Italia ha bisogno di un reddito minimo ed è in grande ritardo»

Tito Boeri, presidente Inps

Tutti gli altri ammortizzatori sociali avrebbero dei difetti, in un sistema di assistenza e previdenza in cui continuano a esserci enormi zone grigie, tra lavoro autonomo e lavoro dipendente. Non sarebbe corretto, per esempio, estendere i sussidi di disoccupazione a tutti gli autonomi, quindi anche ai piccoli imprenditori, perché - ha continuato Boeri - si creerebbero situazioni di azzardo morale».

Lo aveva spiegato bene, poco prima, il professor Costanzo Ranci, docente di sociologia dei processi economici e del lavoro al Politecnico di Milano. «Il Jobs Act ha fatto ben poco per gli ammortizzatori sociali per gli autonomi e le false partite Iva, andando nella sostanza a confermare l’Aspi prevista dalla riforma Fornero». Il problema, però, è che sotto l’etichetta degli “autonomi” rientrano molte categorie diversissime tra loro. «Per questo, se si discute di figure difficili da mettere insieme ai lavoratori dipendenti, rischiamo di attribuire alla disciplina degli ammortizzatori sociali un problema diverso, che è quello di assicurare un reddito minimo a chi è in difficoltà. Un reddito minimo risolverebbe tutti i problemi».

L’unico caso in Europa in cui si sia intervenuti per distinguere i lavoratori autonomi con un profilo simile a quelli dipendenti è stata la Spagna. «Per loro è stato predisposto un sussidio di disoccupazione, ma finanziato da un’assicurazione su base volontaria», ha spiegato Ranci. Nel frattempo, ha aggiunto, la Legge di Stabilità 2016 dà respiro agli autonomi per quanto riguarda il regime dei minimi (dopo la decisione del governo di alzarli, lo scorso anno, salvo poi fare marcia indietro), ma non affronta in modo serio la crescita professionale dei lavoratori autonomi.

«Se si discute di figure difficili da mettere insieme ai lavoratori dipendenti, rischiamo di attribuire alla disciplina degli ammortizzatori sociali un problema diverso, che è quello di assicurare un reddito minimo a chi è in difficoltà. Un reddito minimo risolverebbe tutti i problemi»

Costanzo Ranci, Politecnico di Milano

Quello sul reddito minimo è stato uno dei punti di un lungo elenco di “cose che andrebbero fatte”, secondo il presidente dell’Inps. Bisogna anche, ha detto, «superare le gestioni separate», cioè i canali della previdenza riservati agli autonomi, che hanno caratteristiche diverse rispetto ai lavoratori dipendenti. Non solo: «Bisogna fare tutto per favorire le carriere discontinue e mobili. I passaggi onerosi da una categoria all’altra sono ingiustificati».

Poco prima Francesca Pesce, rappresentante dell’European Forum of Independent Professional -Acta, aveva attaccato: «Il sistema del welfare in Italia è assurdo e iniquo. Se lo si guarda bene, è la somma di una serie di concessioni che sono state strappate dalle varie categorie dopo battaglie corporative. Dobbiamo renderci conto che se non interveniamo, avremo un Paese di pensionati poveri, e soprattutto di pensionati free lance poveri».

Boeri ha accettato la sfida: «In passato molte categorie di lavoratori hanno avuto un trattamento di vantaggio. Questo vale per alcune categorie di autonomi, ma anche di lavoratori dipendenti. Nella sezione del sito dell’Inps chiamata “Porte Aperte” indichiamo quali siano le gestioni speciali che hanno avuto un trattamento di favore. In passato ci sono state storture. Bisogna capire fino a che punto si voglia pagare il prezzo politico di per correggerle. Io penso che sia necessario intervenire, per riequilibrare l’equità tra le categorie e tra le generazioni».

«Bisogna superare le gestioni separate e fare tutto per favorire le carriere discontinue e mobili. I passaggi onerosi da una categoria all’altra sono ingiustificati».

Tito Boeri, presidente Inps

Una delle storture da correggere, ha aggiunto, è quella di una riforma della flessibilità in uscita (articolo 18) che è valsa solo per i lavoratori del privato. «Bisogna affrontare il tema della flessibilità in uscita anche per il pubblico. Non ha senso toccare la flessibilità in uscita solo nel privato. In più bisogna farlo non solo in alcune categorie».

Prima di tutto questo, però, ha spiegato, bisogna partire dall’informazione. «Nel futuro c’è un chiaro problema di adeguatezza delle pensioni. Si è passati da un sistema generoso a uno molto meno generoso. Ma la consapevolezza di questo passaggio è ancora è bassa». Soprattutto sembra che siano i lavoratori più giovani a non prendere seriamente in considerazione che se scendono i contributi, la buona notizia sarà solo a breve termine. «Uno degli ingredienti del patto è che ci sia informazione sul rapporto tra contributi versati e pensione - ha spiegato Boeri -. Nel maggio 2015 abbiamo lanciato il programma “La mia pensione”. Abbiamo avuto risultati molto buoni per il numero di persone che hanno usato un simulatore. Ma sono stati soprattutto i più anziani ad usarlo. Faremo una campagna in tv e manderemo delle lettere a casa per rivolgerci di più ai giovani».

«Bisogna affrontare il tema della flessibilità in uscita anche per il pubblico. Non ha senso toccare la flessibilità in uscita solo nel privato. In più bisogna farlo non solo in alcune categorie»

Tito Boeri, presidente Inps

L’appuntamento “Nuovi lavoratori, nuovo welfare?” si inserisce nelle attività di “Spazio Lavoro”, il progetto di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e Comune di Milano nato per pensare e studiare il lavoro che cambia. Il tema principale delle attività di ricerca del progetto è rappresentato dalla jobless society: una società nella quale crescita economica e sviluppo tecnologico rischiano di sganciarsi dalla creazione di posti di lavoro. Per affrontare le questioni di ordine sociale, politico ed economico collegate a tale fenomeno, “Spazio Lavoro” si propone di dar vita a una piattaforma multidisciplinare che coinvolga centri di ricerca, parti sociali, istituzioni e rappresentanti del mondo imprenditoriale e produttivo.

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