Ambiente
29 Ottobre Ott 2015 0815 29 ottobre 2015

Rifiuti tossici e scorie, un incubo che dura da 20 anni

Smaltimento dei rifiuti tossici: ritardi, menzogne e costi che salgono, ora l'Italia rischia anche una multa europea. Mentre governo e Sogin si rimpallano le responsabilità

Rifiuti Tossici
Sean Gallup/Getty Images News/Getty Images

Il caso più eclatante è quello di “Cemerad”, nel comune di Statte, nelle immediate vicinanze di Taranto. Qui c’è un deposito di rifiuti radioattivi, soprattutto di origine ospedaliera e industriale, la cui attività è iniziata nel 1984 e si è conclusa nel 2000. Da allora il deposito è chiuso e tuttora posto in custodia giudiziaria, affidata al comune.

Una situazione molto critica, anche perché, secondo quanto comunicato dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale), il deposito si trova «in uno stato di sostanziale abbandono ed esposto a ogni possibile evento», senza dimenticare che sia il capannone, sia i fusti presentano «segni di notevole degrado». I numeri sono impressionanti: risultano presenti complessivamente 1.140 metri cubi di rifiuti radioattivi, sistemati in oltre quattromila fusti, anche se in realtà il numero potrebbe essere ancora più elevato dato che queste ultime informazioni «risultano dedotte dalla documentazione presente nel deposito, la cui attendibilità potrebbe non essere totale».

Quello di Cemerad, però, non è che un esempio dei tanti che si potrebbero fare, perché la realtà è comune a tuti i depositi sparsi in Italia e per i quali era stato previsto un piano per la bonifica e lo smaltimento dei rifiuti con annessa creazione di un unico deposito nazionale. Peccato che, da quello che emerge dal dossier realizzato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, tra enormi criticità e mala gestione degli enti preposti a tale compito, siamo ancora pesantemente in alto mare. E ora il rischio è che giunga molto presto anche una nuova sanzione europea.

Il caso più eclatante è quello di Cemerad, vicino Taranto: 1.140 metri cubi di rifiuti radioattivi dentro 4.000 fusti che aspettano di essere smaltiti dal 2000

In alto mare. Per capire l’entità del ritardo, basti questo: il primo programma di riconversione viene stipulato nel 2006 e affidato alla Sogin, la società di Stato creata appositamente per il cosiddetto processo di «decomissioning». L’obiettivo era giungere al rilascio finale dei siti, liberi da ogni residua radioattività entro, in media, venti anni. Due anni dopo, però, ci si accorge che le cose non stavano andando come sperato e previsto. E allora la Sogin rivede completamente i suoi piani: l’obiettivo non è più il «green field» (il rilascio dei siti in condizioni, appunto, di «prato verde»), ma il «brown field», ovvero lo smantellamento dell’impianto ed il mantenimento dei rifiuti sul sito stesso, entro strutture di deposito già esistenti o da realizzare. Un obiettivo più a portata di mano, dunque, che tuttavia ancora non è stato raggiunto. Qualche esempio? Per il deposito di Caorso si prevedeva, da programma 2006, il rilascio del sito nel 2015; nel 2008 si è pensato di mantenere quella data ma solo per il «brown field». Oggi, invece, si prevede che ciò avverrà nel 2024, mentre il rilascio totale solo due anni dopo. Clamoroso il caso di Latina, per cui il rilascio si prevede non possa arrivare prima del 2035 (la prima data prevista era il 2023).

Ovviamente, manco a dirlo, i ritardi hanno dei costi. E allora, se per il programma iniziale erano stati stanziati 4,35 miliardi di euro, oggi non sono più sufficiente dato che, tra criticità e allungamento dei tempi, si conta di spendere quasi 7 miliardi.

Menzogne e ritardi. La domanda, a questo punto, è d’obbligo: come mai questi clamorosi ritardi? Tante le ragioni, a cominciare dalla «perdurante mancanza di un deposito nazionale ove collocare i rifiuti», un problema non da poco, considerando che il deposito nazionale è, per così dire, la condicio sine qua non per chiudere definitivamente quelli sparsi lungo tutto la penisola. Ma, com’è facile immaginare, dietro tali ritardi ci sono concrete responsabilità imputabili agli enti che stanno seguendo e monitorando il programma. La Commissione, non a caso, parla di «lentezza» con la quale, ad esempio, sono state condotte le attività di decommissioning.

Lo scontro è soprattutto con la Sogin: tra governo e società pubblica, infatti, si continua a fare – è il caso di dirlo – lo scaricabarile. Basti pensare a quello che accade il 17 novembre 2014, quando in Parlamento viene ascoltato l’amministratore delegato della Sogin, Riccardo Casale. L’immagine che emerge dalle sue parole è di una società in netta ripresa, che pur se tra mille difficoltà va a passo spedito verso l’obiettivo finale. Trasmette, in altre parole, l’immagine di «un’azienda coesa, che ha corretto le cause di inefficienze derivanti da precedenti gestioni, che per il futuro ha tracciato programmi seri e sostenibili e che attende alla loro attuazione con razionale, giustificato ottimismo». Peccato, però, che nulla di tutto questo, stando alla relazione, sia vero. È la stessa Commissione, infatti, a parlare di «comprensibile disappunto» quando è stato scoperto che «la realtà già in atto nella Sogin era assai più complessa di quella che le era stata presentata».

A sbugiardare Casale ci ha pensato lo stesso presidente della Sogin, Giuseppe Zollino, il quale ha indicato appunto in criticità di gestione «la principale causa dei ritardi verificatisi». Non solo. Lo stesso a.d. della Sogin, infatti, solo una settimana prima, l’11 novembre, in un’altra audizione (questa davanti alla Commissione industria del Senato), aveva parlato di una riduzione delle attività di decommissioning programmate per il quadriennio 2014-2017, riduzione complessivamente pari a 250 milioni di euro. E che, secondo stime ufficiali, porterà un ulteriore ritardo sulla tabella di marcia di 14 mesi per ciascun sito. Con un conseguente aumento di spesa di 150 milioni di euro.

Eppure i soldi, a parte le riduzioni, ci sarebbero eccome. È ancora Zollino a illustrare l’inimmaginabile in una nota del 7 agosto 2015: degli 80 milioni di euro previsti per l’anno in corso per le attività di decommissioning, (che peraltro prima ammontavano a 150 milioni, prima di scendere a 137, prima di essere tagliati ancora del 42% nell’ottobre 2014), sono stati spesi, nel primo trimestre, circa 7, cioè meno di un decimo, mentre il preventivo per l’intero primo semestre, presentato da Casale al consiglio di amministrazione nella seduta del 13 maggio, è pari a 21 milioni. Qualcosa, dunque, non torna.

Lo scontro è fra governo e Sogin, la società pubblica creta apposta per le attività di "decommissioning". I ritardi sono legati alla mancanza di un deposito nazionale dove collocare i rifiuti ma anche alla mala gestione e alle inefficienze. Clamoroso il caos di Latina: la data prevista era il 2023 ma non se ne frà nulla almeno fino al 2035

Chi fa i controlli? Ma non c’è solo la Sogin. Se questa infatti ricopre il ruolo di soggetto attuatore, tutti i controlli e le autorizzazioni ambientali necessarie sono in mano all’Ispra. Ma anche qui il caos è incredibile. Nel 2009, infatti, si decide di trasferire competenze e personale a un nuovo soggetto, l’Isin (Ispettorato per la sicurezza nucleare e la radioprotezione). Sarà mai avvenuto questo passaggio? Ovviamente no, dato che tale organo risulta ad oggi «inesistente per la mancata nomina dei suoi organi». Nell’attesa che questo passaggio avvenga, però, si è pensato bene di tagliare il finanziamento pubblico di cui gode l’Ispra che, non a caso, negli ultimi anni ha visto più che dimezzarsi il personale tecnico di cui disponeva, ridotto oggi a 35 unità. Troppo pochi rispetto, ad esempio, ai 60 previsti per l’Isin.

Deposito fantasma. Ma arriviamo, a questo punto, al problema numero uno: da anni avremmo dovuto avere un deposito nazionale funzionante, essenziale per bonificare tutti gli altri centri. Peccato, però, che, manco a dirlo, l’obiettivo è più che mai distante. Anche in questo caso i ritardi sono clamorosi. Nel giugno 2014 l’Ispra definisce i criteri per la localizzazione. Sette mesi dopo, a gennaio 2015, la Sogin elabora la Carta Nazionale per le Aree Potenzialmente Idonee (Cnapi). A questo punto, la palla torna all’Ispra che, per legge, avrebbe avuto solo 60 giorni per stabilire se la Cnapi sia rispondente ai criteri per la localizzazione. Peccato che non lo sia. E allora, tra revisioni e modifiche, i 60 giorni passano e solo a luglio si arriva alla consegna di una relazione ai ministeri interessati (Ambiente e Sviluppo Economico) che, in 30 giorni massimo, avrebbero dovuto concedere il nulla osta per la pubblicazione della Cnapi. Ma il condizionale è d’obbligo: l’autorizzazione ancora non si vede all’orizzonte.

E anche in questo caso il rischio è che i costi per la realizzazione del deposito aumentino. Il che sarebbe certamente un problema, dato che già è stato previsto un finanziamento da 1,5 miliardi di euro. Piccola precisazione: esattamente come per le attività di decommissioning, a pagare per la realizzazione del deposito, saranno i cittadini tramite bolletta elettrica.

Zona simica? Nessun problema. Ma non è finita qui. Perché in questa marea di ritardi, revisioni e costi che salgono, a dire la sua sul deposito nazionale è stata anche la Commissione. Per i parlamentari, infatti, i criteri dell’Ispra sarebbero addirittura troppo rigidi. Nelle linee guida si stabilisce, ad esempio, l’esclusione di tutte le aree ad elevata sismicità. Ma, scrivono i parlamentari, «questo criterio porta, da solo, all’esclusione di una larga parte del territorio nazionale». Ad esempio, sottolinea ancora la Commissione, dell’Italia peninsulare restano in pratica solo la parte meridionale della Puglia, piccole zone della Basilicata ionica e del Molise e alcune zone costiere della Campania, del Lazio e della Toscana, «zone che peraltro sono poi ulteriormente ridotte da un altro criterio che fissa una distanza minima di 5 Km dalla costa». Risultano del tutto escluse, poi, le Marche, l’Umbria e la quasi totalità dell’Emilia-Romagna. In altre parole, si legge ancora nel dossier, «un’esclusione così drastica potrebbe non essere necessaria», anche perché – ecco su cosa si basano le ragioni della Commissione - «non sembrerebbe necessariamente condivisibile che, in tema di sicurezza, la maggiore severità sia sempre e comunque la scelta migliore». Non fa una piega.

Ora l'Italia rischia l'ennesima multa europea: ogni Stato membro doveva trasmeterre alla Commissione un piano per la gestione del combustibile nucleare e dei rifiuti radioattivi entro il 23 agosto 2015. L'Italia non lo ha fatto

Lo spauracchio delle sanzioni europee. La situazione, dunque, resta profondamente critica. Tra ritardi e continui passi indietro, è difficile vedere la luce in fondo al tunnel. Ed ecco allora che il rischio dell’ennesima sanzione europea per infrazione è più che concreto. C’è, infatti, una direttiva europea (la n. 70 del 2011) che prevede che ogni Stato membro predisponga e trasmetta alla Commissione europea, entro il 23 agosto 2015, un programma nazionale per la gestione del combustibile nucleare irraggiato e dei rifiuti radioattivi.

Il nostro Paese ha provato a muoversi in tempo con il decreto legislativo del 4 marzo 2014 (il n. 45) che stabiliva che il programma venisse definito dal Governo entro il 31 dicembre dello stesso anno. Risultato? Sia il termine del 31 dicembre che quello europeo del 23 agosto sono largamente trascorsi. Nulla è stato fatto, né c’è un testo scritto del programma. È la stessa Commissione parlamentare, non a caso, a temere che ora possano esserci multe pesanti: «Si auspica – si legge infatti nella relazione – che i tempi siano ora tali da evitare, se possibile, l’apertura di un procedimento formale d’infrazione». Se possibile, per carità. I rifiuti possono attendere. Ancora.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook