Milano

Calì, storia dell'imprenditore minacciato dalla mafia nella “capitale morale”

Palermo-Milano andata e ritorno: l'imprenditore non si è piegato al pizzo dei clan e ora è sotto tiro - VIDEOINTERVISTA

Milano Duomo

(GABRIEL BOUYS/Afp/Getty Images)

10 Novembre Nov 2015 1420 10 novembre 2015 10 Novembre 2015 - 14:20

«Sono stato uno dei primi, tra i pochissimi, ad aver acquistato una delle auto blindate messe all’asta dal governo. E quando ci entro è come bere dieci camomille contemporaneamente». Parla Gianluca Maria Calì, imprenditore palermitano, classe 1973, da oltre dieci anni sbarcato a Milano. Con il trasferimento al Nord, pensava di aver messo al sicuro la sua famiglia. E invece i tentacoli della mafia, che giù in Sicilia gli aveva incendiato l’azienda e chiesto più volte il pizzo, sono arrivati fin sotto la scuola dei figli, nel centro di Milano. Il 19 ottobre una Mercedes nera con i vetri oscurati si è presentata al suono della campanella. L’uomo nella macchina, con accento siciliano, ha chiesto alla baby sitter: “Sono i figli di Calì?”. E poi è andato via.

La storia di Calì è quella di un imprenditore appassionato d’auto. In poco tempo da dipendente di concessionaria riesce ad accumulare un gruzzoletto e apre la sua azienda. Da una le sedi poi diventano due: a Casteldaccia, in provincia di Palermo, e a Milano, in zona Certosa. Le cose vanno talmente bene che il suo ex datore di lavoro gli chiede di entrare in società con lui. Il fatturato arriva a toccare i 24 milioni di euro con 24 dipendenti.

Ma nel 2011 iniziano i problemi: l’attività fa gola alla criminalità organizzata. Arriva il primo attentato: cinque auto vanno in fiamme nella sede siciliana. Era il 3 aprile 2011. Calì ricorda data e ora. Qualche settimana prima erano andati a fargli visita, dicendogli «faceva troppo di tutto». Ai mafiosi locali non era andato giù che l’imprenditore si fosse aggiudicato all’asta la villa di Casteldaccia appartenuta prima a Michele Greco, detto il Papa, uno dei padrini più influenti della vecchia gerarchia di cosa nostra, poi al boss di Bagheria Michelangelo Aiello.

«Prendo quella villa», racconta l’imprenditore a Linkiesta, «per farci una struttura ricettiva in grado di valorizzare il bello della Sicilia e portare turismo nella zona. Invece finora ha portato solo problemi». Quei 160 metri quadrati su due piani, mai confiscati perché ipotecati, diventano un grattacapo per l’imprenditore, che nel periodo in cui presenta l’offerta riceve più la visita di chi gli chiede di lasciar perdere l’affare.

Calì va avanti. E affida la ristrutturazione della villa al fratello, Alessandro, ingegnere ed ex presidente dell’ordine professionale di Palermo, che si prende la responsabilità di radiare dall’albo un personaggio come Michele Aiello, arrestato nelle indagini sulle talpe alla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano e indicato da una sentenza passata in giudicato come prestanome di Bernardo Provenzano.

Gianluca Maria Calì è un imprenditore siciliano, classe 1973. Nel 2011 si aggiudica all'asta la villa che fu di Michele Greco detto “Il Papa” di cosa nostra, da lì iniziano i problemi

La villa di Casteldaccia (Palermo) in ristrutturazione

Passano i mesi e più volte i mafiosi locali bussano alla porta di Calì per avere «un contributo per gli avvocati e le famiglie dei carcerati» e offrirgli «protezione». Calì non paga e denuncia. Espone anche un cartello davanti alla concessionaria siciliana per chiedere aiuto alla cittadinanza nel segnalare presenze sospette. E si vede costretto a licenziare alcuni dipendenti e a cambiare sede. Finché nel corso di una gara automobilistica, cinque bulloni delle ruote della sua auto saltano tutti contemporaneamente. Calì va fuori strada, ma si salva.

L’imprenditore finisce anche nel mirino di Sergio Flamia, 40 omicidi alle spalle, oggi collaboratore di giustizia dopo l’arresto. Il nome di Flamia, per intenderci, compare nel “Protocollo Farfalla”, sistema gestito da un pezzo dei servizi segreti per avere informazioni dai detenuti nelle carceri. Dal 2011 in poi il fatturato della società di Calì comincia a calare. «Dopo il primo attentato», racconta, «dacchè vendevo 30 macchine al giorno, per un mese non ho venduto un’auto. Questo perché l’ufficio marketing della mafia, che reputo uno dei migliori al mondo, è riuscito a farmi terra bruciata attorno».

Ma a un certo punto anche lo Stato comincia a creargli problemi. Nella villa di Casteldaccia, durante la ristrutturazione, l’imprenditore riceve la visita della Forestale, che fa sequestrare la struttura con un verbale in cui si fa intendere che l’imprenditore sta costruendo una casa abusiva sulla spiaggia. «Quella villa», dice Calì, «è in piedi da oltre trent’anni, mi è stata venduta dal tribunale tramite un’asta e nulla è mai stato contestato». I due agenti della Forestale finiranno poi in un’inchiesta della procura di Palermo: secondo l’accusa “ricattavano gli abitanti della zona minacciando il sequestro di immobili. In cambio chiedevano somme di denaro”. Ma i problemi con la villa non sono finiti. L’ultimo bastone tra le ruote: «L’ufficio tecnico di Casteldaccia mi ha inviato un ordine di demolizione della struttura». Tant’è che dall’acquisto a oggi la villa è ancora ferma, come i mafiosi l’avevano lasciata. «Difficile avverare il sogno di far dormire turisti e gente per bene dove ha dormito un mafioso», dice Calì.

Calì affida la ristrutturazione della villa di Casteldaccia al fratello Alessandro, il quale da presidente dell'albo degli ingegneri fece radiare Michele Aiello, “re Mida” delle cliniche private, oggi condannato a 15 anni e ritenuto vicino a Bernardo Provenzano

Gianluca Calì (Foto tratta dalla sua pagina Facebook)

Dalle denunce di Gianluca Calì contro i suoi estorsori scaturisce un’indagine in cui vengono arrestate 21 persone affiliate al clan di Bagheria. Ma nonostante gli arresti, le minacce arrivano fino a Milano, da dove l’imprenditore fa ancora la spola con Palermo. «Mi dicono “sei un pazzo, chi te lo fa fare”, ma io non voglio rinunciare a tornare in Sicilia», dice.

Il primo avvertimento a Milano arriva in via Gallarate, il 6 febbraio 2014: nell’ufficio di Calì si presentano due uomini che stanno in silenzio mentre l’imprenditore è al telefono. Rimangono per 11 minuti a braccia conserte davanti a lui, quando l'imprenditore riattacca i due spariscono. La targa dell'auto non risulta censita: o è falsa o è una targa coperta. La Questura di Milano non riuscirà mai a scoprirlo. Il secondo episodio è del 26 ottobre 2014: un uomo, spacciandosi per finanziere, raggiunge la moglie di Calì nell'agenzia di pratiche automobilistiche dove lavora. Rimane in ufficio per 31 minuti, poi sparisce 30 secondi prima che arrivino tre volanti della polizia. Nei filmati delle telecamere si vede che l’uomo aveva con sé una pistola.

Dalle denunce dell'imprenditore scaturisce un’indagine in cui vengono arrestate 21 persone affiliate al clan di Bagheria

Fino all’episodio che ha coinvolto i due figli dell’imprenditore, di 6 e 7 anni. Un’auto si ferma davanti alla scuola elementare frequentata dai due bambini avvicina la tata. L’uomo all’interno chiede con accento siciliano: «Sono i figli di Calì?». La donna risponde che sono figli suoi, ma il passeggero dell’auto ribatte «no, no». Intanto il navigatore satellitare dice “Sei arrivato a destinazione”.

L’imprenditore anche questa volta denuncia l’evento al commissariato di Porta Genova (la targa è risultata non censita), ma nelle stanze dei palazzi milanesi per ora nulla si è mosso. Calì non ha una scorta. E si arrangia da sé: oltre all’auto blindata, l’imprenditore ha il porto d’armi (dal 2011) e si muove con il giubbotto antiproiettile sotto la camicia. «Mi dà qualche problema quando devo prendere l’aereo», dice, «mentre ai miei figli ho detto che serve per coprire la pancia», scherza.

Gli episodi di minacce contro l’imprenditore sono finiti anche in una interrogazione parlamentare presentata lo scorso 22 ottobre 2015 dal senatore Pd Giuseppe Lumia al ministero dell’Interno. La magistratura non ha ancora ritenuto di convocarlo, nonostante sia stato anche ricevuto dal presidente del Senato Pietro Grasso. «Non sono stato contattato da nessun pubblico ufficiale, né da una commissione antimafia a livello locale o parlamentare», dice. Calì racconta anche la difficoltà di accedere al fondo istituito per le vittime di racket e usura: «Denaro che sarebbe utile per non ricorrere ad altri licenziamenti in azienda, altrimenti passa il messaggio che è la mafia a vincere». E le associazioni di categoria? «Tante belle parole, ma nulla di concreto. Il dato certo è che io sto chiudendo e sto licenziando tutti».

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