10 Novembre Nov 2015 1033 10 novembre 2015

Riforma delle Regioni, e se fosse Renzi a realizzare il sogno della Lega?

Accorpamenti, autonomia a quelle ordinarie, la fine di quelle a statuto speciale: e se il premier ci stesse pensando davvero?

Palazzo Lombardia
GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

Dare più autonomia alle regioni ordinarie - quelle del Nord in primis - e toglierne contestualmente a quelle a statuto speciale, Sicilia in testa. Forse è fantapolitica, ma lo scenario dipinto da Giorgia Golo apparso ieri sul quotidiano online Venezie Post merita più di un ragionamento. L’ipotesi è che Renzi stia preparando qualcosa di grosso sulle Regioni e fa leva su uno schema di gioco caro al presidente del Consiglio: far montare una polemica sui costi di un dato ente, per crearsi il consenso politico da monetizzare con una riforma.

Nel caso in esame, è dei giorni scorsi la polemica con Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte e della conferenza Stato-Regioni, sul mancato utilizzo dei costi standard, sugli sprechi e sugli stipendi stessi di chi guida tali enti («guadagnano tutti più di me», ha detto il premier). Non è un mistero, peraltro, che Renzi - dopo aver abolito le province e aver dato alle Regioni nuove competenze e un posto in Senato - vorrebbe ridurle da venti a dodici.

Fin qui sarebbe tutta una manovra politica a perdere, però, fatta di tagli e accorpamenti, che scatenerebbero in men che non si dica il revanscismo campanilista dei molisani che non vogliono morire abruzzesi o pugliesi, dei liguri che non vogliono morire piemontesi, degli umbri e dei marchigiani - orrore! - che finirebbero sotto Firenze.

E se invece Renzi usasse questa riforma per ridistribuire le risorse delle autonomie? Se decidesse di lasciare parte del residuo fiscale alle regioni virtuose e di porre fine all'autonomia delle regioni a statuto speciale?

E se invece Renzi usasse questa riforma per ridistribuire le risorse delle autonomie? Se decidesse di lasciare parte del residuo fiscale alle regioni virtuose e di porre fine all'autonomia delle regioni a statuto speciale, in particolare quelle che l'autonomia - Sicilia in primis - non l'hanno utilizzata se non per produrre sprechi e clientele?

Politicamente, sarebbe una mossa dirompente: «Si conquisterebbe il plauso di una decina di milioni di elettori in due regioni chiavi del Paese (Veneto e Lombardia, ndr) uccidendo politicamente la Lega che, al governo per tanti anni di quelle regioni e del Paese, mai è riuscita a fare qualcosa di simile», si legge su Venezie Post.

«Ok, ma la Sicilia pesa a livello elettorale», direte voi. Certo: ma colpire l'autonomia siciliana - che è autonomia di spesa, non fiscale, giova ricordarlo - potrebbe essere il vero colpo da maestro. In primo luogo, perché anche in Sicilia il dibattito sullo statuto speciale è più che aperto, come dimostra l'intervista che Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia e di Unioncamere, ci ha concesso qualche mese fa.

Nessuno, tra gli avversari di Renzi, potrebbe usare questo tema per andar contro al premier. Non Salvini, ovviamente. Né tantomeno un movimento anti-casta come quello di Grillo

Quindi, perché nessuno, tra gli avversari di Renzi, potrebbe usare questo tema per andar contro al premier. Non Salvini, ovviamente. Né tantomeno un movimento anti-casta come quello di Grillo, che finirebbe per contraddirsi irrimediabilmente, sostenendo il notabilato e le clientele siciliane, casta per antonomasia. Ciliegina sulla torta: questa manovra potrebbe essere la testa d'ariete per una riforma complessiva delle Regioni, la merce di scambio per imporre loro più responsabilità e attenzione agli sprechi.

Ripetiamo: sarà anche fantapolitica, ma è un piccolo capolavoro fantapolitico. Un all in con cui Renzi potrebbe uscire dal pantano di questi ultimi mesi, ridando smalto alla sua allure di uomo del cambiamento. Fossimo in lui, ci penseremmo. Ammesso e non concesso che non ci stia già pensando, ovviamente.

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