letteratura
11 Novembre Nov 2015 1020 11 novembre 2015

Il Goncourt, Énard, l’Oriente e altre storie

Nell'anno della strage di Charlie Hebdo e del successo di Sottomissione di Houellebecq, Mathias Énard si è aggiudicato la vittoria del premio Goncourt con un romanzo, Boussole, che si presenta come una vera e propria dichiarazione di fede orientalista

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THOMAS SAMSON AFP

Martedì 3 novembre la giuria del Goncourt, il più antico e noto premio letterario di Francia, ha decretato il vincitore di quest’anno, selezionandolo tra la rosa di finalisti annunciata a settembre: la scelta, ardua secondo la critica per la presenza in concorso di numerosi titoli validi, è ricaduta – con sei voti contro i due di Tobie Nathan e l’unico di Hédi Kaddour, che ha però conquistato il Grand Prix du Roman de l’Académie française – sul romanzo di Mathias Énard, Boussole, definito «un elogio poetico della lunga storia di scambi culturali tra Est e Ovest».

Soliloquio nostalgico e tormentato innescato dall’insonnia di un musicologo austriaco che si abbandona ai ricordi dei viaggi in Turchia, Siria e Iran e alle rievocazioni del grande amore della sua vita, riflettendo sull’influenza che l’Oriente ha esercitato su generazioni di artisti e intellettuali europei, la trama di questo romanzo è orchestrata come un groviglio di emozioni e meditazioni che non ne rendono certo agile la lettura, in perfetta coerenza con le volontà originarie dei Goncourt di assegnare il riconoscimento «ai tentativi nuovi e arditi del pensiero e della forma».

E l’audacia è certo una dote di cui Énard si è fregiato più volte nel corso della sua carriera: 43 anni, membro del collettivo di scrittori gravitante intorno alla rivista Inculte, un percorso personale caratterizzato dall’atipicità nel panorama letterario francese; dal primo romanzo del 2003 La perfection du Tir, all’acclamatissimo Zona (2008), monologo ininterrotto di 500 pagine sulle atrocità commesse dagli uomini in territorio europeo che gli è valso il premio Décembre, il premio Livre Inter e la profonda ammirazione di Francis Ford Coppola, per finire con il più recente Parlami di battaglie, di re e di elefanti già candidato al Goncourt nel 2010 ma sconfitto da Houellebecq, si tratta in tutti i casi di opere che ne hanno sancito il notevole successo presso la critica, tanto che, alla luce di questa ultima conquista, si comincia addirittura a respirare aria di Nobel (sic. Bernard Pivot).

Il New York Times ha salutato l’autore come un nuovo Joyce, mentre le testate francesi continuano a paragonarlo al re dei romanzieri Balzac

E se il New York Times ha salutato l’autore come un nuovo Joyce, mentre le testate francesi continuano a paragonarlo al re dei romanzieri Balzac (alla luce di una somiglianza fisica, oltre che tematica, ammettiamolo), per quanto azzardati possano apparirci, questi confronti rappresentano un indubbio riconoscimento allo spessore della sua opera. Il cui perno principale, come nel caso dei due pilastri letterari tirati in causa, sembra risiedere nel gusto erudito.

Lo si ritrova nelle disamina delle diverse tipologie di ebrei a Istanbul, nel dettaglio per cui Goethe si sarebbe ispirato per la composizione del suo Divano occidentale orientale alla poesia persiana del XIV secolo di Hafez di Chiraz, nell’allusione agli interessi orientalisti di Balzac stesso («il primo scrittore francese a includere un testo arabo in un suo romanzo»), o a quel Beethoven che, consapevole della necessità di «accostare nella musica le due parti, l’Oriente e l’Occidente, per respingere la fine del mondo che si avvicina», possedeva una bussola indicante sempre l’Est.

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Il ritorno a sette anni di distanza a una struttura narrativa sorella di quella di Zona, al monologo infarcito di digressioni in cui il lettore finisce continuamente per perdersi e ritrovarsi, ben si presta al gioco dell’erudizione: nel caso di Boussole, inoltre, alle influenze già evidenti di Céline, Corto Maltese, Cendrars e dei grandi autori russi si unisce l’esperienza diretta dei luoghi, frutto dei dieci anni trascorsi tra Siria, Libano e Iran – «il periodo più felice della mia vita, ho imparato un sacco di cose» – e allo studio della poesia araba e persiana.

Un orientalismo che si traduce sulla pagina in un racconto da Mille e una notte che ha l’obiettivo di scardinare l’immagine semplicistica di un Oriente musulmano e nemico, mettendo in evidenza tutto ciò che al contrario l’Est ha portato alla cultura occidentale.

Insomma, siamo ben lontani dall’immaginario houellebecquiano di Sottomissione, secondo Énard romanzo bizzarro ma allo stesso tempo «sinistro e desolante», con la sua visione iperutilitarista dell’Islam.

In cambio della somma simbolica di 10 euro, fedelissima alla cifra originaria della prima edizione del 1903, ma ben più remunerativa a livello di copie vendute (si pronostica in numero di 400mila), Énard non si limita a portare sul podio del premio più famoso di Francia l’abbattimento di qualsivoglia frontiera identitaria tra Oriente e Occidente, ma si spinge oltre, dimostrando come l’Oriente sia dentro l'Occidente.
Impresa indubbiamente ardua, in bilico tra presunzione e pedanteria, degna di essere portata a termine soltanto da un «ambizioso modesto», per avvalerci dell'espressione utilizzata dal collega Olivier Rolin:

«Scrittori intelligenti se ne trovano. Eruditi, già di meno. Poi ci sono gli ambiziosi, non quelli che corrono dietro alla fama, ma quelli che credono come Calvino che la letteratura non possa vivere se non le si affidano obiettivi smisurati, quasi impossibili da raggiungere. Mathias è tutto questo»

Olivier Rolin

E così, mentre davanti al Drouant il collettivo La Barbe protestava contro la natura maschilista del premio – nonostante il successo dell’anno scorso di Lydie Salvayre – e gli scrittori pro self-publishing invocavano la democratizzazione dell’editoria, Mathias Énard si è ritagliato il suo posto accanto a Marcel Proust, Simone de Beauvoir, Marguerite Duras, affermandosi ufficialmente come una delle più importanti voci della letteratura europea contemporanea.

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