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Terrore a Parigi
Terrore a Parigi
15 Novembre Nov 2015 0815 15 novembre 2015

«Terrorismo, serve una strategia europea, ma gli Stati non si fidano tra loro»

D’Arrigo (Istituto Italiano Studi Strategici): «e, se l'Europa non sarà capace di concordare una risposta unitaria contro la minaccia terroristica, l’Isis sarà sempre in grado di penetrare tra le maglie del nostro apparato di sicurezza»

Parigi Buio
ALAIN JOCARD/AFP/Getty Images

Quello del 14 novembre, a Parigi, è il peggior attentato terroristico che l'Europa abbia subito negli ultimi dieci anni, da quando a Londra i kamikaze di Al Qaeda seminarono il terrore nella metropolitana uccidendo 56 persone. In Francia le vittime sono ancora di più, 129 per il momento, con 352 feriti di cui 99 gravi. Colpiti ristoranti, una sala concerti (il Bataclan) e i dintorni dello stadio dove si stava disputando l'amichevole Francia-Germania. La strage, condotta con armi da fuoco e kamikaze (sei su otto dei terroristi si sarebbero fatti esplodere, altri due sarebbero stati uccisi dalle teste di cuoio francesi), è stata rivendicata dall'Isis – sarebbe una ritorsione per l'intervento francese in Siria – e al momento sembra la pista più credibile.

Tre dei terroristi morti sarebbero già stati identificati e sarebbero un francese, un siriano e un egiziano. Il presidente Hollande ha dichiarato lo stato di emergenza, i militari presidiano le strade, le frontiere sono state chiuse e pare sia ancora in corso una caccia all'uomo per individuare eventuali altri responsabili del massacro. Il governo ha decretato il piano Alpha Rouge (Alfa Rosso), un livello di allerta mai toccato in precedenza.

«Lo Stato Islamico aveva già da tempo dichiarato i suoi obiettivi, tra cui figurano – oltre a Parigi - anche Londra, Roma e Washington»

Francesco D’Arrigo (Istituto Italiano Studi Strategici)

«Purtroppo era prevedibile che prima o poi sarebbe successo qualcosa di simile - dice Francesco D'Arrigo, direttore dell'Istituto italiano di studi strategici - Lo Stato Islamico aveva già da tempo dichiarato i suoi obiettivi, tra cui figurano – oltre a Parigi - anche Londra, Roma e Washington, e la sua strategia si è recentemente evoluta in senso preoccupante. Il Califfato infatti non concentra più la sua attenzione solo sui territori che controlla – in Siria, Iraq e Libia – affidando gli attentati all'estero a “lupi solitari” che come schegge impazzite colpiscono in modo imprevedibile ma senza causare ingenti perdite umane.

Da qualche tempo invece – forse già ne è un esempio l'esplosione dell'Airbus A321 russo nel Sinai – anche gli attentati all'estero vengono condotti in modo molto più organizzato, con uno stile che ricorda le stragi del passato di Al Qaeda (anche per la vocazione al martirio dei terroristi coinvolti). Ma, e questa è una differenza importantissima, se Al Qaeda concentrava la propria violenza su obiettivi precisi – luoghi simbolici, come a New York, mezzi di trasporto, come a Madrid e Londra – l'Isis ha portato la violenza nelle strade, colpisce ovunque possa massimizzare il risultato in termini di morti.

Non è un caso che le teste di cuoio francesi siano intervenute il prima possibile al Bataclan: i terroristi dell'Isis non trattano e non hanno richieste, puntano solo a uccidere quanta più gente possibile. Possiamo dire che la nuova strategia dell'Isis sembra un ibrido tra la sua linea tradizionale – obiettivi random, il che rende quasi impossibile la prevenzione, e vocazione al martirio dei suoi adepti – e quella “storica” di Al Qaeda, cioè utilizzo di cellule addestrate che pianificano magari per mesi un attentato e che probabilmente hanno una solida rete logistica di appoggio. Non escluderei che questa evoluzione sia figlia della possibile neo-alleanza tra Isis e Al Qaeda (magari da un punto di vista anche economico), o anche dalla semplice “migrazione” di alcuni qaedisti militarmente addestrati tra le fila dello Stato Islamico».

«Non escluderei che questa evoluzione sia figlia della possibile neo-alleanza tra Isis e Al Qaeda (magari da un punto di vista anche economico), o anche dalla semplice “migrazione” di alcuni qaedisti militarmente addestrati tra le fila dello Stato Islamico».

Francesco D’Arrigo (Istituto Italiano Studi Strategici)

L'apparato di sicurezza francese è nuovamente, dopo Charlie Hebdo, nel mirino delle critiche. Il piano dei terroristi ha probabilmente richiesto mesi di preparazione, sono state utilizzate armi ed esplosivo che – questa è l'accusa – si sarebbero dovute intercettare per tempo. «L'intelligence francese ha mostrato delle lacune nella capacità interpretativa della fase preparatoria degli attentati – prosegue D'Arrigo – ma bisogna considerare che un conto è prevenire attacchi a obiettivi sensibili, come un aeroporto o una cattedrale, un conto è prevenire attacchi che possono avvenire in qualsiasi luogo affollato del Paese. Inoltre in Francia sono 5mila gli estremisti islamici noti ai servizi, è molto complesso controllarli tutti contemporaneamente».

Per prevenire stragi come queste «o si adotta una soluzione “alla israeliana”, della “intelligence dominance”, in cui tutte le comunicazioni sono costantemente monitorate e diventa quindi impossibile o quasi per eventuali terroristi pianificare attentati che vadano al di là delle azioni dei “lupi solitari” (come infatti sta ora accadendo in Palestina), oppure è veramente complicato. In Europa ovviamente c'è una forte e comprensibile resistenza della popolazione a subire un controllo totale da parte degli apparati di sicurezza, ma da un punto di vista tecnologico sarebbe già possibile».

Volendo tuttavia evitare “soluzioni orwelliane” «quello che andrebbe certamente fatto è colpire le organizzazioni terroristiche nei flussi di finanziamento economico, migliorare la trasmissione di informazioni tra i vari servizi segreti nazionali europei e cominciare a delineare un piano comune per la sicurezza europea. Purtroppo questa soluzione è resa difficile dagli egoismi e dalle gelosie dei singoli Stati. Nessuno si fida troppo dei propri vicini, anche perché spesso le nazioni europee sono in competizione economica e c'è il timore di perdere posizioni di vantaggio condividendo le proprie informazioni di intelligence con gli altri. Tuttavia – conclude D'Arrigo – siamo oramai in una situazione in cui sono rimaste poche alternative e, se l'Europa non sarà capace di concordare una risposta unitaria contro la minaccia terroristica, l'Isis sarà sempre in grado di sfruttare l'attuale sfilacciamento delle maglie del nostro apparato di sicurezza europeo».

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