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21 Novembre Nov 2015 1200 21 novembre 2015

Tornare bambini: il segreto del collezionismo

Viviamo di consumi digitali e non ci viene più in mente di collezionare oggetti. Ma dopo i 30 anni scatta la nostalgia per l’infanzia e l’e-commerce fa il pieno. Collezionare figurine virtuali, però, è un esperimento fallito. Perché chi colleziona vuole soprattutto sensazioni. Non sempre sane

Figurine
(ANDREJ ISAKOVIC/AFP/Getty Images)

Quando il banditore di Christie’s a New York lo scorso 10 novembre ha battuto il suo martello ha svegliato tutti. Il miliardario cinese Liu Yiqian, pagando il Nu Couché di Amedeo Modigliani 170,4 milioni di dollari, aveva appena sfiorato il record di spesa per l’acquisto di un quadro, e aveva fatto capire a tutto il mondo quanto il mercato dell’arte stia toccando quotazioni altissime. Lo aveva d’altra parte certificato qualche mese prima il Tefaf Art Market Report: nel 2014 il mercato globale dell’arte ha toccato il suo massimo storico, con 39 milioni di scambi e un valore di 51 miliardi di dollari, il 7% in più rispetto a un anno prima e, soprattutto, tre miliardi sopra il livello pre-recessione del 2007.

Ma se la grande arte se la passa bene, perché è prima di tutto un investimento finanziario, cosa dire del collezionismo di chi semplicemente ama possedere le cose, antiche o moderne che siano? Siamo dominati dalla digitalizzazione e dalla sharing economy. Milioni di persone sono disposte a spendere un euro dietro l’altro per abbellire uno sfondo di un videogame su smartphone. Abbiamo abbandonato via via i cd, i libri, le mappe, i biglietti dei mezzi pubblici, perfino i portafogli e tutto quello che un telefono può sostituire. Stiamo imparando a goderci le auto o le bici in modalità sharing, senza preoccuparci di possederle. Che spazio ha, in un’epoca come questa, il collezionismo, la passione di avere fisicamente degli oggetti, che in molti casi si trasforma in ossessione?

Siamo dominati dalla digitalizzazione e dalla sharing economy. Che spazio ha, in un’epoca come questa, il collezionismo, la passione di avere fisicamente degli oggetti, che in molti casi si trasforma in ossessione?

Ritorno all’infanzia

«Da 15 anni chiedo ai miei studenti se collezionino qualcosa. Nei primi anni l’80% di loro rispondeva di sì, spesso si trattava di piccole collezioni di sottobicchieri o di tazze. Oggi a quella stessa domanda risponde di sì solo il 10%». A parlare è Guido Guerzoni, docente all’Università Bocconi, dove si occupa di storia economica, musei e di mercato dei beni da collezione. Un calo così drastico di risposte affermative potrebbe far pensare a un destino segnato. Ma non è così. «In compenso - continua Guerzoni - cresce il numero dei trentenni che comincia a collezionare. Si tratta soprattutto di oggetti che ricordano la loro infanzia, come dei Lego o il meccano».

Ci stiamo quindi disabituando a mettere da parte gli oggetti che usiamo ogni giorno, ma a un certo punto troviamo irresistibili quelli che ci ricordano i nostri entusiasmi infantili, quando gli oggetti erano un ponte per la nostra fantasia. Il meccanismo che scatta lo riassume Antonio Allegra, che alla Panini è direttore del mercato stickers & cards, ossia delle figurine. «Noi “anziani” rimaniamo legati ai momenti belli del passato. Abbiamo più soldi di quando eravamo piccoli e spese di decine di euro per oggetti che ci danno delle emozioni le possiamo sostenere. Questo vale per le fasce di età più alte, mentre i giovani hanno un approccio usa e getta».

«Da 15 anni chiedo ai miei studenti se collezionino qualcosa. Nei primi anni l’80% di loro rispondeva di sì, oggi il 10%»

Guido Guerzoni, Università Bocconi
Il collezionista di figurine serbo Ljubisa Stamenkovic, assiduo dal 1958 8ANDREJ ISAKOVIC/AFP/Getty Images)

Il trionfo dell’online

A fare da propulsore a questa esplosione di nostalgia, naturalmente, sono i siti di e-commerce, sia generici (come i vari eBay o Subito.it) sia specializzati. Sfogliando le varie sottovoci della categoria collezionismo, all’inizio lo sguardo può essere di sufficienza. Ma quando l’occhio cade sull’album di figurine che si era effettivamente posseduto - magari quello di un evento coinvolgente come Italia ’90 - o sul giocattolo con cui si giocava con il proprio migliore amico, il desiderio di possedere qualcosa, per quanto completamente inutile, ritorna.

Non è un caso, quindi, che circa il 70-80% degli oggetti che si trova nell’infinito elenco di siti come eBay abbia meno di 50 anni, spiega Guerzoni. Si trovano fumetti, cartoline, lattine, reperti militari, schede telefoniche, sorprese dei dolci, puffi, oggetti autografati, schede telefoniche, dischi e tutto il mondo delle reliquie sportive. Un mare di persone pronte a comprare e altrettante a vendere quello che si è accumulato per anni o comprato all’ingrosso svuotando cantine. Il web, oltre che un mercato dominato da figure semi-professionali (non sempre attente agli aspetti fiscali), è soprattutto un luogo di incontro. «Il digitale ha consentito la nascita di tantissime micro-comunità. I collezionisti trovano in rete dei compari - spiega Guerzoni -. È uno sharing di conoscenza, in cui chi ha interessi ha piacere nel condividerli. I micro collezionisti sono tantissimi, un tempo avrebbero impiegato anni a trovare chi condividesse le loro passioni, ora bastano pochi secondi».

Se scendono i giovani che curano raccolte, cresce il numero dei trentenni che comincia a collezionare. Si tratta soprattutto di oggetti che ricordano l’infanzia. Sui portali provate a resistere all’album di figurine di Italia ’90

Gli effetti, ovviamente, non potevano che farsi sentire sul mercato. «È un mondo che, come altri, si sta polarizzando - commenta Guerzoni -. Si democratizza nelle fasce basse e diventa di altissimo valore in quelle superiori, come dimostrano le ultime aste». Gli intermediari classici ne sono stati travolti. «È il fenomeno generale dell’intermediazione. Oltre alla grande quantità di reseller sui marketplace, ci sono le case d’asta online, che non sono nate affiancando una rete fisica. Se sono molto specializzate, per esempio solo nell’Nba (basket Usa), le case tradizionali non hanno alcuna chance di sopravvivere».

Non la pensa allo stesso modo uno dei protagonisti del mercato “tradizionale”, Filippo Bolaffi, amministratore delegato del gruppo Bolaffi Spa. «Internet è uno strumento eccezionale che consente una visibilità e una trasparenza prima inesistenti nel mercato del collezionismo - commenta -. Sia cianfrusaglie da mercatino delle pulci, sia pezzi unici da milioni di dollari possono essere venduti via Internet. La differenza sta nella credibilità e affidabilità del venditore che, anche via web, deve essere attentamente valutata. Se per acquistare i primi oggetti forse non è necessario fare troppa due diligence sul venditore, per i secondi solo alcuni selezionati player possono essere vincenti, su Internet come sulla strada. Il web mette in crisi solo chi già prima non aveva una “value proposition” chiara nei confronti dei proprio clienti e si celava dietro la poca trasparenza del mercato. Adesso se uno “bluffa” Internet lo mette subito sotto il sole e deve chiudere bottega». Si può quindi correre qualche rischio per un album dei calciatori del 1962/1963 (il più raro, valutato circa 2.500 euro), ma non per una collezione di monete antiche o per il Gronchi Rosa.

Il web, oltre che un mercato dominato da figure semi-professionali (non sempre attente agli aspetti fiscali) è soprattutto un luogo di incontro tra appassionati di micro-nicchie che in passato non si sarebbero mai trovati

Fisico contro digitale, non c’è partita

Se il digitale vince per i canali di distribuzione, esce totalmente sconfitto quando si parla dell’oggetto da collezionare. Alla Panini Antonio Allegra è stato per otto anni a capo del dipartimento nuovi media. «Ero il primo a crederci», racconta. «Abbiamo fatto delle figurine online. Si cercava di ricreare le sensazioni delle figurine fisiche, la cosiddetta user experience. Le buste si strappavano con un doppio click e le figurine si incollavano con il trascinamento. Lo abbiamo fatto, lo facciamo ancora, ma ci rendiamo conto che non sostituisce gli originali. Non si pagano 70 centesimi per una busta di figurine digitali».

Il motivo è ancora una volta legato all’infanzia. «La risposta che ci siamo dati è che l’esperienza delle figurine racchiude un insieme di sensazioni che non si trovano in altre situazioni. Le figurine sono uno dei primi acquisti consapevoli di un bambino e sono per questo un momento fondamentale per l’affermazione di sé». Allegra ripercorre i passaggi successivi. «L’edicolante dà le bustine, che si aprono strappandole, con un gesto di liberazione. Si scatenano le reazioni olfattive, il classico odore delle figurine. Un volta scartata la bustina c’è un effetto sorpresa. La magia di trovare un personaggio mancante. Poi si incolla su un album, che è lo scrigno delle meraviglie. Ogni bustina ne aumenta il valore. C’è poi lo scambio sociale. Infine, la soddisfazione indescrivibile del completamento di un album. Queste sensazioni onestamente si fa fatica a ritrovarle digitalmente».

«Ero il primo a credere nelle figurine digitali. Abbiamo creato un’esperienza di utilizzo il più possibile simile, ma ci rendiamo conto che non sostituisce gli originali. Non si pagano 70 centesimi per una busta di figurine digitali»

Antonio Allegra, direttore mercato stickers & cards Panini Spa

È molto più semplice far correre in edicola un adulto a comprare le bustine di Tex, insomma, che far appassionare un ragazzo a uno schermo. C’è però la terza via, quella delle carte online che riproducono quelle fisiche e che permettono di giocare online, con le classiche carte dotate di “poteri”.

Questo piacere fisico, argomenta Bolaffi, rimane anche nel collezionismo “alto”, anche se bisogna distinguere tra investitori e collezionisti puri. «Sicuramente l’investitore esiste più facilmente per oggetti di “alto livello”, ma non necessariamente per investire il possesso è condizione necessaria - commenta -. Mi vengono in mente i già numerosi “Art funds”, dove si compra una quota di un fondo che ha come sottostante un’opera d’arte senza che questa abbia mai toccato lontanamente la casa o l’ufficio dell’investitore. Il possesso è invece condizione necessaria per il collezionista che a prescindere dal suo potere di spesa prova una vero “godimento” nel poter aver una esperienza sensoriale con gli oggetti in suo possesso e solo grazie a quest’ultimo poterli studiare, paragonare e - perché no – venderli per acquisirne poi degli latri e rincominciare una nuova esperienza».

Il collezionismo è parente delle ossessioni. Come la disposofobia, l’incapacità di separarsi dalle cose. Basta guardare le storie di alcuni collezionisti

Condividere o possedere?

Un termine che Guido Guerzoni ama associare al collezionismo è “ossessione”. La parola deriva dal latino e rimanda agli assedi e nel Medioevo fu associata alle possessioni demoniache. Ha un significato ambivalente: sono ossessivi i grandi scienziati, ma lo sono anche gli stalker. «Obsessions make my life worse but my work better», è il titolo di una installazione dell’artista Stefan Sagmeister. I collezionisti finiscono per essere ossessionati dagli oggetti di cui si circondano. Le infinite serie di Barbie, di lattine, “ossa del desiderio” di polli, nanetti da giardino, dentiere di vip, perfino lanugine dell’ombelico hanno dei lati inquietanti, perché diventano l’oggetto unico degli affetti.

«Le ossessioni creative possono raggiungere livelli patologici - ha spiegato Guido Guerzoni in un Ted Talk (video sotto) -. Non è un caso che la disposofobia, l’incapacità di separarsi dalle cose, di distruggerle, si chiami “compulsive collecting disorder”», disordine compulsivo del collezionare. Il caso limite è quello dei fratelli Collyer, di Harlem, New York, che si barricarono per anni in casa dove, alla loro morte, nel 1947, furono trovate 140 tonnellate di oggetti, inclusi 25mila libri, 1.500 palle da bowlong e 14 pianoforti.

Se sono questi gli istinti alla base del collezionismo (Philippe Daverio parla di “bulimia”), è possibile che l’era dello sharing condizioni anche questo mondo? «Anche oggi, nell’era del virtuale, resiste nel vero collezionista tradizionale l’idea di possesso, che ama la fisicità dell’oggetto e prova soddisfazione nel suo possesso - risponde Filippo Bolaffi -. In futuro, però, sono convinto anch’io che l’idea di possesso esclusivo potrà essere compensata dalla propensione a condividere. Come una persona oggi si scatta un selfie di fianco alla star del momento, presto la soddisfazione sarà forse maggiore nel mostrarsi vicino a un determinato oggetto da collezione rispetto a possederlo fisicamente. Ma dall’altro lato l’incontrollata e sempre crescente voglia di esibizionismo della nostra società, come un boomerang sul concetto appena esposto, stimolerà la voglia di mostrare sempre di più dei propri “trofei”, per cui la condivisione sarà un propellente per il possesso di molti pezzi, unici e non».

Quando si parla di investimenti, invece, il discorso è diverso. «Per esempio - conclude - nel 2013 la Bolaffi ha acquistato per 390mila dollari il primo Apple del mondo, l’Apple I, coinvolgendo in un “club deal” un ristretto gruppo selezionato di privati. Hanno investito in un reperto fondamentale nella storia della comunicazione digitale, ma individualmente non lo avrebbero mai acquistato».

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