Dossier
Salvare il clima
28 Novembre Nov 2015 1230 28 novembre 2015

Salvare l’ambiente con l’energia solare: succede in Ruanda

Il progetto, velocissimo, ha portato alla creazione di un parco di sette ettari, in grado di provvedere al 6% del fabbisogno energetico del Paese. Il primo passo per una politica di sviluppo che passa per le rinnovabili

Gigawatt Project Rwanda Drone 14
Immagine tratta dal sito di Gigawatt Global

Ci è passato prima l’ex premier inglese Tony Blair, poi anche Bono Vox. Entrambi hanno lasciato complimenti e foto-ricordo. L’occasione, del resto, lo meritava: la visita alla centrale di energia solare del Rwanda, a 60 km da Kigali, la capitale, vicino al Lago Mugesera. È la più grande del Paese (8,5 megawatt) ed è il progetto più veloce mai realizzato nell’area. Oltre che – e questo non va dimenticato – si tratta di energia “pulita”.

Sono 28.360 pannelli solari di circa due metri ciascuno, installati secondo file specifiche, seguono il livello del terreno e si stendono per oltre 17 ettari, tra colline e prati armoniosi. Nel loro insieme, sono disegnati per assumere la forma del continente africano, quasi un avvertimento simbolico per il resto del continente.

I pannelli, di produzione cinese (ma con cavi e trasformatori tedeschi) non sono stazionari. Seguono il percorso del Sole, aumentando la loro efficienza del 20%. Il campo solare è collegato in via diretta a Oslo, e può essere monitorato a distanza via internet. Non si dimentichi che la centrale ha creato 350 nuovi posti di lavoro, garantendo il 6% dell’energia del Paese e raggiungendo circa 15mila abitazioni. Il tutto in Ruanda, uno dei Paesi più poveri dell’Africa e che soffre una cronica carenza di energia.

Blair, allora, era impressionato: «Sono ottimista, il Ruanda raggiungerà i suoi obiettivi energetici», ha detto, a margine della sua visita, «grazie anche al suo governo, determinato, attento e trasparente». Entusiasmo in eccesso, forse: il presidente Paul Kagame ha senza dubbio meriti, tra cui l’aver giocato un ruolo importante per la conclusione del conflitto inter-etnico nel Paese, ma non può certo definirsi un campione della trasparenza, almeno a guardare le ultime elezioni, dove gli avversari politici più temibili non hanno potuto partecipare. I mass media, poi, sono tutti governativi. L’energia, però, è pulita. E entro il 2017 si punta a passare da 156 megawatt a 563 megawatt.

La centrale ha creato 350 nuovi posti di lavoro, garantendo il 6% dell’energia del Paese e raggiungendo circa 15mila abitazioni

Il punto di partenza è proprio questo. Si è trattato del progetto “più veloce d’Africa”, ha richiesto meno di un anno (sei mesi per i fondi, quattro per la realizzazione concreta) e forse anche per questo le lodi si sprecano. L’accordo, voluto dal governo, è stato raggiunto nell’ambito di Power Africa, il piano nato nel 2013 del presidente Usa Barack Obama, con l’obiettivo di raddoppiare la disponibilità di energia nel subcontinente sahariano. Per policy, spiegano sul sito della Casa Bianca, vengono privilegiati i progetti che hanno un basso impatto ambientale e permettono di raggiungere le aree più complicate. Il Ruanda, con la sua conformazione montuosa, è una di queste. Non solo. Come spiega Andrew Herscowitz, il coordinatore di Power Africa, «all’inizio ci si era concentrati su sei Paesi: Etiopia, Ghana, Kenya, Liberia, Nigeria e Tanzania», ma si è poi finiti in Ruanda «perché non scegliamo un Paese in quanto tale, ma valutando le condizioni migliori perché la nostra azione abbia il massimo impatto possibile» (impatto, si intende, non ambientale). E rivela: «Cerchiamo un ambiente in cui ci sia un campione, nel governo, che sappia fare le riforme necessarie perché anche il settore privato possa voler investire».

Dietro al progetto, allora, ci sono i capitali del FMO, cioè il Netherlands Development Finance Company, e quelli dell’Eaif (Emerging Africa Infrastructure Fund), fondo londinese. Il mezzanine capital arriva dal fondo norvegese Norfund (Norwegian Investment Fund for Developing Countries) e della Scatec Solar ASA, oltre a finanziamenti governativi Usa, britannici e austriaci. Un altro contributo deriva da una multinazionale dell’energia, Gigawatt Global, fondata da due israeliani, Yosef Abramowitz e Chaim Motzen, che hanno curato la creazione effettiva della centrale solare.

A loro è toccata la scelta della zona, prendendo in leasing i terreni di proprietà della Agahozo-Shalom Youth Village, che si occupa di prendersi cura degli orfani del genocidio ruandese. Grazie al progetto arrivano soldi per il villaggio e iniziative per la scolarizzazione dei ragazzi, che in futuro potrebbero andare a occuparsi del campo solare.

L’accordo, voluto dal governo, è stato raggiunto nell’ambito di Power Africa, il piano nato nel 2013 del presidente Usa Barack Obama, con l’obiettivo di raddoppiare la disponibilità di energia nel subcontinente sahariano

Sembra una somma di azioni virtuose su azioni virtuose, in cui convivono energia, ecologia, attenzione alle aree più sfortunate e prospettive per i giovani. Non stupisce che negli ambienti di Gigawatt Global si sia arrivati a pensare al Nobel per la Pace. Questo spiega, in parte, la presenza sul sito di personalità celebri come Bono Vox e Tony Blair, di cui sopra. «Abbiamo dimostrato che l’energia solare non è solo pratica, ma anche profittevole», spiega il co-fondatore di Gigawatt Global Abramowitz. «E questo è proprio il tipo di progetto che serve per l’Africa subsahariana». Il premio, poi, non è arrivato (sarebbe stata la prima volta per una società for-profit), ma il modello è vivo, pronto per essere esportato. E Gigawatt Global è già in Burundi.

L’idea è di costruire un’altra centrale di energia solare nel Paese vicino. Ma qui ci sono difficoltà in più. Il giorno dopo la firma dell’accordo tra gli imprenditori e il governo del Burundi, si è verificato un tentativo di colpo di stato, con sparatorie e incendi. Questo ha portato, come minimo, qualche delusione per Gigawatt Global. «Volevamo restare in linea con il programma, ma questo ci ha rallentato», ha dichiarato al Guardian il programme manager Lazare Sebitereko. «Contiamo di cominciare i lavori per la fine del 2015». E si tratterebbe di una centrale di 7,5 MegaWatt, a 70 km dalla capitale Bujumbura, sull’esempio del Ruanda. Qui, però, l’ambiente è meno business-friendly, e prima dell’approvvigionamento elettrico ci sono altri problemi, più pressanti, da affrontare.

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