Scienza e società
1 Dicembre Dic 2015 1845 01 dicembre 2015

Hiv in Italia: abbiamo paura di un bacio ma non usiamo il preservativo

Sul fronte della lotta all’Aids ci sono stati progressi medici, ma non sociali. Lo stigma rimane, anche per colpa dei messaggi pubblicitari degli anni Ottanta. Oggi le priorità sono dare accesso ai farmaci contro le “coinfezioni” come l’epatite C e dare accesso a terapie preventive come le Prep

Anti Aids Paris
Manifestazioni contro l’Aids, Parigi, 30 novembre 2014 (MARTIN BUREAU/AFP/Getty Images)

Lo stigma

Il 29 ottobre 2015 succede che, in provincia di Caserta, Francesca (nome di fantasia), una bambina di 11 anni, viene rifiutata da una scuola media statale perché affetta da Hiv. I genitori affidatari scrivono una lettera al ministro dell’Istruzione Stefania Giannini e la bimba viene ammessa a scuola. Ci vuole poco però per scoprire che quello non era stato il suo primo rifiuto: la bambina era stata già respinta da ben 35 comunità di accoglienza.

Nel corso degli ultimi trent’anni i progressi in campo medico per quanto riguarda Hiv e Aids sono stati enormi e questo è confermato dalla diminuzione delle morti per Aids, così come dal netto miglioramento della qualità della vita per le persone con Hiv che, se sottoposti a terapia, possono condurre una vita sana. Lo stesso progresso però non è avvenuto da un punto di vista sociale: la disinformazione, così come lo stigma associato alle persone che hanno contratto il virus dell’Hiv, ha fatto ben pochi passi avanti e la storia di Francesca ne è un chiaro esempio.

Nel corso degli ultimi trent’anni i progressi in campo medico per quanto riguarda Hiv e Aids sono stati enormi. Lo stesso progresso però non è avvenuto da un punto di vista sociale

Massimo Oldrini, presidente della Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids), racconta a Linkiesta come storie simili a quella di Francesca siano molto comuni. «Questo caso è emblematico perché ci restituisce ciò che pensa la gente comune, ma anche quello che i livelli alti delle istituzioni percepiscono rispetto al virus. Si parla poco di Hiv, la gente fa ancora i conti con il terrore degli anni ’80 e succedono queste cose». Oldrini non è il solo a ricordare quanto l’Hiv sia ancora associato all’immagine che se ne aveva trent’anni fa. Anche Mario Colamarino, dell’Associazione Mario Mieli, ricorda come le campagne mediatiche dell’epoca abbiano danneggiato profondamente la concezione attuale che le persone hanno nei confronti dell’Hiv. «Ancora oggi mediaticamente le persone che vivono con l’Hiv vengono spesso trattate come il “caso umano”, molti operatori dell’informazione non capiscono che non sono fenomeni da circo mediatico, ma persone che partecipano alla vita civile e che sono attori essenziali nella lotta contro l’Aids. Tutto questo ha una ricaduta nei rapporti di coppia e sessuali».

Le campagne mediatiche degli anni Ottanta hanno danneggiato profondamente la concezione attuale che le persone hanno nei confronti dell’Hiv

Ma a pagare le conseguenze di una scarsa informazione non sono solo i più piccoli. Infatti cominciano a essere frequenti anche i casi in cui le persone avanti con gli anni e con virus dell’Hiv, vengono rifiutate dalle residenze per anziani. Le motivazioni ufficiali sono la mancanza di posto o il timore che poi le residenze stesse debbano sostenere costi eccessivi per curare queste persone. «Dicono che sono pazienti difficili – prosegue Oldrini – che è complessa la terapia, ma sono scuse perché poi fortunatamente ci sono case di riposo che hanno maggiore informazione e accolgono. C’è però uno stigma molto diffuso in Italia, per il quale non si fa nulla istituzionalmente».

Sono anche frequenti i casi che vedono le persone avanti con gli anni e con virus dell’Hiv essere rifiutate dalle residenze per anziani

Coinfezioni e poche tutele

Chi contrae il virus dell’Hiv più facilmente potrebbe contrarre, se non si sottopone a terapia, anche altre malattie, tra cui la tubercolosi e le malattie legate al fegato (epatopatie). Si tratta delle cosiddette coinfezioni. Per quanto riguarda, ad esempio, l’Hcv (Epatite C) nelle persone con Hiv la degenerazione della malattia è molto più probabile rispetto a una persona che non è sieropositiva. Di fatti, anche nelle linee guida dell’Oms è spiegato come “una coinfezione di Hiv con Hbv (Epatite B), Hcv e Hdv (Epatite D) causa la progressiva malattia del fegato e un’incidenza maggiore di cirrosi, tumore al fegato e morte.

Per questo motivo le persone con coinfezione hanno maggior necessità di ricevere cure”. E ancora, nella sezione delle raccomandazioni, si suggerisce di far iniziare le terapie alle persone con Hiv conclamato. Anche nelle linee guida italiane è specificato che “la coinfezione da Hcv va eradicata in tutti i pazienti con infezione da Hiv [a causa della] elevata mortalità per epatocarcinoma e cirrosi scompensata correlate alla rapida progressione della malattia epatica”.

Massimo Oldrini spiega come l’Aifa avrebbe avuto un incontro più o meno segreto con le aziende produttrici dei farmaci per l’Hcv, riguardo ai criteri di accesso prioritario ai farmaci contro l’epatite C da parte delle persone con Hiv. L’Aifa ha comunicato di non voler rispondere al riguardo

È abbastanza chiaro che le persone con Hiv dovrebbero quindi avere un accesso prioritario ai farmaci che servono per curare l’epatite C. Invece non è così. L’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ha stabilito che solo le persone con Hiv e uno stadio molto avanzato di Hcv, ovvero corrispondente al livello F3 (fibrosi grave), possono avere un accesso prioritario ai farmaci che garantiscono il debellamento dell’epatite C. Tra l’altro Massimo Oldrini spiega come l’Aifa avrebbe avuto un incontro più o meno segreto con le aziende produttrici dei farmaci per l’Hcv. Linkiesta ha interpellato l’Aifa per chiedere conferma di questo incontro e per capire le motivazioni che hanno portato all’esclusione delle persone con coinfezione di Hiv e Hcv dalla lista di pazienti con accesso prioritario ai farmaci.

Dopo aver temporeggiato per qualche giorno, l’Aifa ha comunicato di non voler rispondere a queste domande. Ricordiamo che il costo della cura senza accesso prioritario ai farmaci può oscillare tra i 30 e i 40.000 euro. Le varie associazioni che si occupano di Hiv, spiega Mario Colamarino, hanno scritto e incontrato l’Aifa per richiedere l’estensione della prescrivibilità dei farmaci per l’Hcv a carico del servizio sanitario nazionale e sono in attesa di una risposta. Speriamo che, almeno in questo caso, all’attesa facciano seguito fatti concreti.

Le PrEP

A oggi esistono medicinali che si possono assumere per prevenire il contagio di Hiv: si chiamano PrEP (Profilassi Pre-esposizione) e sono terapie molto diffuse negli Stati Uniti, soprattutto nella comunità gay. In base a studi condotti dalla Kaiser Permanente su 600 persone, nessuna di queste avrebbe contratto il virus assumendo ogni giorno una pillola PrEP. «Qualche mese fa – racconta Mario Colamarino – alcune Ong italiane tra cui la nostra (Associazione Radicale Certi Diritti, Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids – Lila, Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, Nadir onlus,Plus onlus - Rete persone Lgbt sieropositive) hanno aderito al Manifesto europeo della prevenzione Hiv per chiedere alle industrie farmaceutiche, alle istituzioni nazionali ed europee di rendere la PrEP disponibile e accessibile in Europa, così come già avviene negli Stati Uniti dal 2012».

A oggi esistono medicinali che si possono assumere per prevenire il contagio di Hiv: si chiamano PrEP. Molte Ong anti-Aids stanno chiedendo che siano disponibili e accessibili in Europa, così come già avviene negli Stati Uniti dal 2012. Ma c’è dibattito sul rischio che sostituiscano i preservativi

Il dibattito è aperto e fondamentalmente ci sono tre aspetti controversi: la somministrazione di un medicinale a una persona del tutto sana, la perdita di efficacia se non si assumono le pillole ogni giorno e il rischio della sostituzione completa del preservativo con le PrEP. Ricordiamo che il preservativo, a oggi, resta l’unico metodo di prevenzione veramente efficace. «Questi strumenti – continuano da Cassero Lgbt center – insieme a femidom (il famoso preservativo femminile) e dental dam (uno strato di lattice che si mette sulla bocca di chi pratica un rapporto orale a una donna, ndr), sono utili anche per proteggersi da altre infezioni a trasmissione sessuale spesso trascurate come candida, gonorrea, clamydia, sifilide, Hpv, Hcv, ecc».

I nuovi dati dell’Iss sull’Hiv

Fonte dati: Istituto Superiore di Sanità, dati aggiornati al 31 dicembre 2014
Fonte dati: Istituto Superiore di Sanità, dati aggiornati al 31 dicembre 2014
Fonte dati: Istituto Superiore di Sanità, dati aggiornati al 31 dicembre 2014
Fonte dati: Istituto Superiore di Sanità, dati aggiornati al 31 dicembre 2014
Fonte dati: Istituto Superiore di Sanità, dati aggiornati al 31 dicembre 2014
Fonte dati: Istituto Superiore di Sanità, dati aggiornati al 31 dicembre 2014

È di pochi giorni fa il nuovo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità su Hiv e Aids in cui si nota un primo dato importante, ovvero la diminuzione costante delle persone che passano da Hiv a Aids. Nel 1995 si è registrato il picco più alto di diffusione dell’Aids in Italia (5653 persone), per poi avere una diminuzione costante, anno dopo anno, fino ad arrivare a “soli” 858 nuovi casi di Aids nel 2014. Questo perché grazie alle cure attuali, una persona che contrae il virus dell’Hiv e se ne accorge in una fase non troppo avanzata, può avere una vita regolare senza arrivare mai alla trasformazione del virus in Aids.

Dal 1995 c’è stata una diminuzione costante delle persone che passano da Hiv a Aids. Questo perché grazie alle cure attuali, una persona che contrae il virus dell’Hiv e se ne accorge in una fase non troppo avanzata, può avere una vita regolare senza arrivare mai alla trasformazione del virus in Aids

Il principale metodo di contagio è per via sessuale (3104 nuovi casi nel 2014). Nello specifico, le persone che hanno contratto il virus tramite rapporti tra uomini, cosiddetti Msm (ovvero Men who have Sex with Men), sono la maggioranza (1511 casi sui 3104 totali). Al contrario, il contagio tramite lo scambio di siringhe infette (IDU, Injection Drgu User) è ormai poco diffuso (solo 140 casi nel 2014). «Nel 2015, a trenta e più anni da quando si è iniziato a parlare di Hiv e Aids – spiegano Giuseppe Rutigliano e Giuseppe Seminario del settore salute del Cassero Lgbt center – c’è ancora chi associa erroneamente il termine sieropositivo a “categorie” quali le persone omosessuali, tossicodipendenti e i/le sex workers. Invece è stato dimostrato e ribadiamo che il virus dell’Hiv, come ogni virus, non fa distinzioni». Inoltre si può intuire quanto la mancanza d’informazione sull’Hiv giochi un ruolo fondamentale anche nel contagio, visto che le persone maggiormente colpite sono i giovani tra i trenta e i trentanove anni (1186 nuovi casi) che fanno sesso non protetto.

Le persone maggiormente colpite sono i giovani tra i trenta e i trentanove anni che fanno sesso non protetto. L’incidenza è maggiore tra gli uomini che fanno sesso con uomini

Per concludere, una piccola video-inchiesta per capire quanto siamo preparati sulle tematiche relative all’Hiv. Ad esempio, la puntura di una zanzara può trasmetterci il virus?

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