3 Dicembre Dic 2015 0820 03 dicembre 2015

Ecco perché Draghi estenderà il Qe, anche se non serve a nulla

I prezzi stagnano e minano la stabilità dei conti pubblici dei Paesi più indebitati, Italia compresa. La Bce continuerà a comprare debito pubblico e a tenere i tassi d’interesse bassi, quindi. Nonostante la Germania

Draghi
Thomas Lohnes/Getty Images

Chissà se Jens Weidmann, il coriaceo presidente della Bundesbank, conosce il canto XXX dell’Inferno e teme, dovendo seguire le decisioni di Mario Draghi, di far la fine di maestro Adamo, che alla fine del duecento falsificò i fiorini e per questo fu messo al rogo.

Strani esseri comunque i banchieri centrali. Negli anni ’80 l’inflazione era la loro bestia nera. Lo stesso Draghi ricorda come i risparmi della sua famiglia furono spazzati via dalle fiammate inflazionistiche degli anni ’70. Adesso invece è alla disperata ricerca dello strumento per farla ripartire, tentando strade inedite. Certo, se l’inflazione potesse misurarsi sui prezzi delle attività finanziarie, le banche centrali prenderebbero un bel 10 e lode. Ma più spingono sul pedale dell’acceleratore e più la macchina “reale” sembra rallentare. E in Giappone e in Europa la pena dell’economia assomiglia sembra di più a quella che Dante infligge ai falsari di moneta. Il povero maestro Adamo è reso immobile dall’idropisia, una malattia che si caratterizza per l’accumulo di liquidi nei tessuti. E tutto quel che brama è poter bere ancora, anche solo un “gocciol d’acqua”.

Gli ultimi dati di inflazione e Pil italiani sono esemplificativi. Il Quantitative Easing della Bce, cioè il programma di acquisti straordinari di titoli di Stato, ha ormai superato un terzo del suo cammino e l'indice dei prezzi al consumo armonizzato ha registrato una variazione negativa mese su mese del -0,5%, che si traduce in un magrissimo +0,1% sull’anno.

Il rallentamento del Pil nel terzo trimestre è ancora più preoccupante, non solo per il fatto che rende chimerico l’obiettivo del governo di una crescita su base annua del + 0,9% ma anche e soprattutto per la composizione del risultato. Mentre i consumi interni crescono, spinti dall’ottimismo del governo e dai vari bonus e sgravi fiscali, gli investimenti e le esportazioni si contraggono. Il che appare paradossale alla luce della politica monetaria di Draghi. I tassi d’interesse non sono mai stati così bassi nella storia millenaria della Penisola e questo avrebbe dovuto spingere gli investimenti. Allo stesso modo, l’indebolimento dell’euro, che nel terzo trimestre del 2014 veleggiava attorno a 1,25, sembra aver esaurito i suoi effetti positivi sulle esportazioni, a causa della crisi dei paesi emergenti.

Strani esseri comunque i banchieri centrali. Negli anni ’80 l’inflazione era la loro bestia nera. Lo stesso Draghi ricorda come i risparmi della sua famiglia furono spazzati via dalle fiammate inflazionistiche degli anni ’70. Adesso invece è alla disperata ricerca dello strumento per farla ripartire

Se questi sono i risultati, ha senso estendere il Quantitative Easing e portare ancora più in basso i tassi d’interesse?

Per Jens Weidmann, no. La sua tesi, per come si deduce dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa in questi giorni, è che la dinamica sonnacchiosa dei prezzi è dovuta all’innovazione tecnologica nelle tecniche di perforazione ed estrazione del petrolio e del gas. Dobbiamo quindi essere contenti ed assecondare, non contrastare questo tipo “buono” di deflazione. Non solo perché paghiamo meno benzina, elettricità, riscaldamento, trasporti, etc etc. Ma anche perché con i soldi che risparmiamo per un pieno di carburante possiamo adesso comprare beni o servizi prodotti da nostri connazionali.

Se Weidmann ha ragione, non ha molto senso cercare di ridurre il potere d’acquisto dei consumatori europei indebolendo l’euro (e quindi facendoci pagare un po’ di più la benzina) o redistribuendo risorse dai creditori ai debitori. Anche perché, una volta che si esaurisce l’effetto scalino del crollo del prezzo del petrolio, l’inflazione in Europa dovrebbe tornare nel 2016 ai livelli della inflazione “core”, depurata cioè delle componenti più volatili (tra cui quelle energetiche), pari all’1,1%. Inoltre, in questo modo, i governi europei riducono gli sforzi di risanamento strutturale delle finanze pubbliche, sperando di poter contare sull’aiuto della Bce nel tenere bassa la spesa per interessi.

Per Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, la deflazione è dovuta all’innovazione tecnologica nelle tecniche di perforazione ed estrazione del petrolio e del gas. Dobbiamo quindi essere contenti ed assecondare questo tipo “buono” di deflazione.

Per Mario Draghi le cose non stanno così. La deflazione è il segno della crisi profonda dell’economia europea. Forse è convinto che la politica monetaria ultra-espansiva possa invertire le dinamiche reali e se crede veramente alla storiella della “credibilità” della Bce a rischio se l’inflazione in Europa non dovesse presto avvicinarsi al 2%.

È probabile che il suo ragionamento sia che i tassi d’interesse debbano essere portati al minimo possibile, dato il contesto di crescita e di inflazione, al fine di migliorare la situazione dei debitori in Europa. Di certo non ha paura della bolla speculativa sui mercati finanziari e del rischio che l’inflazione possa effettivamente risvegliarsi. D’altro canto, il 40% dei titoli di Stato in Europa presenta rendimenti negativi e, se gli investitori preferiscono così, tanto vale proseguire con quella forma di monetizzazione implicita del debito pubblico che è il QE.

L’obiettivo primario rimane sempre lo stesso che lo ha guidato dall’inizio del suo mandato: fare qualunque cosa perché l’euro possa sopravvivere e questo obiettivo si ottiene solo minimizzando il rischio di default degli emittenti sovrani più deboli. L’uso più severo della politica monetaria per disciplinare i governi nazionali nelle loro politiche di bilancio è un lusso che un’Europa indebolita dalla crisi economica, lacerata dall’emergenza rifugiati, impaurita dalla minaccia del terrorismo non può permettersi. Primum vivere, deinde philosophari avrebbero detto i latini.

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