L'interventismo tedesco
9 Dicembre Dic 2015 1420 09 dicembre 2015

Angela va alla guerra: inizia l'interventismo tedesco sotto la Merkel

Gli attentati di Parigi, con le bombe esplose fuori dallo Stade de France dove si giocava Francia-Germania, hanno pesato inevitabilmente su una decisione che cambia radicalmente la linea che la cancelliera ha tenuto nell’ultimo decennio al Kanzleramt.

Merkel
David Hecker/Getty

Angela Merkel va in guerra. La scorsa settimana governo e parlamento tedesco hanno approvato l’intervento militare della Germania in Siria. Un’operazione che coinvolgerà inizialmente per un periodo di dodici mesi sino a 1200 soldati, una fregata in supporto alla portaerei francese Charles De Gaulle, i caccia Tornado e gli Airbus da rifornimento in azione dalla base turca di Incirilik. Non un grandissimo spiegamento di forze, ma un contributo certo più che simbolico nel conflitto ormai dichiarato dall’Occidente allo Stato Islamico.

Berlino, per solidarietà e perché tutto sommato non può non prendersi ora certe responsabilità, non si è tirata fuori, con conseguenze al momento però imprevedibili. Gli attentati di Parigi, con le bombe esplose fuori dallo Stade de France dove si giocava Francia-Germania, hanno pesato inevitabilmente su una decisione che cambia radicalmente la linea che la cancelliera ha tenuto nell’ultimo decennio al Kanzleramt. La dottrina Merkel era stata dall’autunno del 2005 sino alla fine di novembre del 2015 quello del non-intervento. Ovunque. In politica estera aveva seguito in sostanza le orme socialdemocratiche del predecessore Gerhard Schroeder, che dopo la guerra in Kossovo (1999) e quella in Afghanistan (2001) aveva detto “nein” a quella in Iraq (2003), decretando la prima svolta di emancipazione tedesca dagli Stati Uniti che allora con George Bush erano su un versante insostenibilmente guerrafondaio.

Mentre il generale Colin Powell presentava le prove false delle armi chimiche di Saddam Hussein alle Nazioni Unite, Frau Merkel guidava però l’opposizione e si distinse per la critiche al proprio governo schierandosi a favore della “coalizione dei volenterosi” che guidata dagli Usa prese d’assalto il primo paese dell’Asse del Male (Iraq, Iran, Corea del Nord). Arrivata alla cancelleria Angie ha poi evitato comunque di aggregarsi ai guerraioli in Libia (2011) e ha lasciato sostanzialmente a riposo la Bundewehr, con la piccola eccezione dell’intervento in Mali (2013). In realtà l’esercito tedesco è operativo oggi in varie missioni con circa 4000 soldati, dai Balcani al Mediterraneo, dal Baltico all’Africa, ma solo nel caso della Siria di parla davvero di guerra.

La dottrina Merkel era stata dall’autunno del 2005 sino alla fine di novembre del 2015 quello del non-intervento. Ovunque.

La prima di Angela, che dopo due lustri ha smesso di fare la pacifista. Negli ultimi due anni la cancelliera si era impegnata a mettere quiete tra Russia e Ucraina, tanto che era stata lei con il presidente francese Francois Hollande a mettere una pezza all’ultimo momento (prima che i falchi americani convincessero Barack Obama a fornire armi letali a Kiev facendo scivolare l’ex repubblica sovietica nella guerra totale), portando al tavolo delle trattative Vladimir Putin e Petro Poroshenko ed evitando con gli accordi di Minsk che la polveriera esplodesse ancora. Dal 2013 Angela Merkel è alla guida di una Grande coalizione e anche la linea di politica estera è condivisa con i socialdemocratici, in primo luogo con il ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier.

L’opera di mediazione tedesca nel dossier ucraino, come in quello iraniano, concluso con l’intesa con Teheran un paio di mesi fa, è stata condotta soprattutto da quest’ultimo. Anche nel caso della Siria dunque le responsabilità sono condivise e la strategia della cancelliera è sostenuta da tutto il governo. Il punto è che con una situazione fluida, per non dire caotica, come quella sulla scacchiera siriana, i punti interrogativi rimangono molti. La Germania dopo gli attentati di Parigi non poteva sottrarsi alla richiesta di aiuto lanciata dalla Francia, adesso però si ritrova in una posizione in un cui è costretta ad agire e ovviamente ad avere successo. La guerra allo Stato islamico è tutt’altro che semplice e difficilmente potrà risolversi solo con i bombardamenti aerei e senza un intervento di terra. Se al Kanzleramt e dintorni nessuno vuole discutere apertamente di guerra, gli analisti lo fanno mettendo le carte sul tavolo e c’è chi parla delle necessità di 50-60 mila soldati di una coalizione internazionale per spazzare definitivamente il problema. Un conflitto lungo e duro e non certo un’operazione chirurgica indolore. Con il pericolo che la Germania, sino ad oggi risparmiata dai grandi attentati del terrorismo islamico, diventi prossimamente un obbiettivo più concreto. Di soldati tedeschi direttamente impegnati in Siria la signora Merkel non parla e lo stesso fa il suo vice, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, ma qualcuno tra gli uomini della cancelliera non esclude la questione, almeno in caso di un intervento sotto il mandato dell’Onu.

Di soldati tedeschi direttamente impegnati in Siria la signora Merkel non parla e lo stesso fa il suo vice, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, ma qualcuno tra gli uomini della cancelliera non esclude la questione, almeno in caso di un intervento sotto il mandato dell’Onu.

Prima di arrivare a questo anche Berlino dovrà definire in ogni caso, oltre al più consistente contributo tedesco, quali alleati e quali nemici sceglierà di avere. E non è cosa facile. Nel rebus siriano sono ancora da chiarire i rapporti tra la Russia e la coalizione guidata dagli Stati Uniti, senza contare che il duello tra Putin ed Erdogan mina ogni tipo di collaborazione. Le mosse ambivalenti dei partner occidentali come Turchia o Arabia saudita sono inoltre un altro banco di prova per il nuovo ruolo nella gestione delle alleanze tedesche. Dal pantano siriano sarà difficile uscire senza coordinarsi con l’Iran. Per Angela Merkel, la prima cancelliera con l’elmetto, si apre insomma una nuova era ricca di incognite.

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