Dossier
La nostalgia
12 Dicembre Dic 2015 1630 12 dicembre 2015

Gianpaolo Ormezzano: sono un erotista. Il calcio di oggi? Pornografia

La mente vulcanica del giornalismo sportivo è in realtà uno studioso del pallone (e non solo): "Noi italiani siamo schiavi del calcio perché siamo un popolo di cretini"

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Foto di Steve Powell/Getty

"Può farmi la gentilezza di parlare più forte perché sono in treno e (pausa) non si sente una minchia?! Come dice, domani? Proviamoci, ma non le assicuro di esser vivo". Ha questo prologo telefonico l'intervista che segue a Gianpaolo Ormezzano, 80 anni, grande vulcanica firma del giornalismo sportivo italiano, cui ha dedicato "I cantaglorie", un aureo manuale di "storia calda e ribalda", edito dalla casa editrice 66th and 2nd. Lo sport come amore, oggetto pertanto di cantate (la prima categoria, dei trovatori cantori: i Radice, i Carosio), di studio (la seconda, degli erotisti: i Brera, i Ghirelli) e di consumo (ovvero l'ultimo tempo, l'attuale dei pornografi: i Biscardi, i Mosca).

Ormezzano, lei si considera un cantore, un erotista o un pornografo?

Un erotista senza alcun dubbio. Per me lo sport è studio. Anzi, dico di più: il vero sport è quello che si può calcolare. In questo senso, gli sport puri sono il nuoto, l'atletica, il sollevamento pesi. Il calcio per esempio è uno sport modesto, improvvisato, perché soggetto alla palpitante incertezza che è una limitazione grossa. La sorpresa è una maledizione dei valori sicuri, rende la gara prigioniera di troppi elementi lotteristici. Per stare al calcio, perfino l'attuale Barcellona che è quanto di più vicino alla perfezione misurabile, può essere battuto da una piccola squadra, così come Maradona nei Mondiali 86 poteva essere abbattuto da qualunque mastino che non fosse un allocco dell'Inghilterra mentre si involava verso la porta. Io credo nello studio, da buon erotista, appassionato del come più che del cosa, ma ho avuto la fortuna di vivere da giovane apprendista, e quindi in prima persona plurale più che singolare, l'età dei cantori, e infine osservare l'attuale pornografia dove la diffusione e la fruizione sono di massa, dove tutti sanno e vedono tutto, raramente consumando.

Il nostro giornalismo sportivo alla nascita ha come sport d'elezione il ciclismo. Poi, dagli anni Sessanta, predomina senza rivali il calcio.

Il che è perfino un paradosso, oggi, visto che mai come oggi il ciclismo è così globalmente popolare e praticato. Si corre ovunque, dall'Europa al Qatar alla Nuova Zelanda. Prima il mondo del ciclismo era un villaggio italo-franco-belga con qualche propaggine tedesca, oggi i vincitori hanno passaporti sudafricani, slovacchi, lituani. Ma non mi stupisco se noi italiani continuiamo a essere schiavi del calcio, siamo un popolo di cretini, piuttosto sarei preoccupato se il ciclismo avesse la nostra ampia attenzione: vorrebbe dire che sarebbe caduto in crisi. Io quando sono all'estero mi fingo ticinese. Ha mai osservato gli italiani nei villaggi vacanze? Siccome abbiamo alle spalle una grande storia, pensiamo di poterci anche permettere di svaccare, ma non è così, stiamo perdendo terreno.

Io quando sono all'estero mi fingo ticinese. Ha mai osservato gli italiani nei villaggi vacanze? Siccome abbiamo alle spalle una grande storia, pensiamo di poterci anche permettere di svaccare

Nel suo libro c'è molta attenzione al linguaggio, cioè alla prosa e alle invenzioni stilistiche della stampa sportiva.

Non ho mai smesso di pensare che si potesse fare cultura con lo sport, di costruire una piccola mitologia di massa. Pensi solo al "Bestiario" del vecchio Carlin Bergoglio, all'epopea sul Toro... A proposito, ho visto che ora anche la Juve ha messo la bestia in oggetto nel simbolo, laddove a Torino non c'è mai stato un toro nemmeno ad avercelo portato. L'Augusta Taurinorum deriva da Taurasia, è la città degli abitatori ai piedi dei monti, mica siamo alla corrida...

Non tocchiamo il tasto Juventus, visto che lei da accesissimo granata fu collaboratore di Hurrah Juventus sotto falso nome, "mercenario ma anche infiltrato" come lei scrive...

Beh, si dovrebbe ammettere che sono stato bravo a non farmi scoprire. Cosa vuole? Per me il giornalismo è stato anche un modo per raggiungere una tranquillità economica, visto che non sono nato ricco. Poi, uno dei miei migliori amici è Michel Platini, che ha appunto l'unico difetto di essere stato juventino ma per il resto era e resta una persona ammirevole. Spero che esca pulito da questa storiaccia della Fifa. Non voglio giudicare, perché non so il denaro che effetti può avere sulle persone, non conosco le vie della corruzione, forse potrei essere debole anch'io: ci provarono quando ero direttore, dissi no, poi andarono da un mio redattore, che disse sì e gli fece pure risparmiare essendo di grado minore... Preferisco non avere rapporti con la moneta, specie dopo che il crack argentino si è mangiato i risparmi di una vita. Ma, insomma, non mi lamento: ho una solidissima pensione.

Se lei oggi avesse la direzione di un giorn...

Alt: io ho vissuto male la direzione di "Tutto Sport", ritenendomi inadatto a dirigere e comandare. Non credo nemmeno di averci mai tenuto, alla direzione, tranne quando l'ho perduta, ovviamente.

E' rimasta celebre la sua intervista a Enrico Berlinguer, peraltro in quanto juventino peraltro delle sue bonarie punture in privato: "Sdoganò lo sport contro il dogma della sinistra - cito dal suo libro - per cui lo spettacolo sportivo era l’oppio delle povere genti, studiato e inflitto dal potere".

Che persona dolcissima, Berlinguer. Ci aiutò molto in quell'occasione, anche perché in genere eravamo considerati dei deficienti, noi dello sport... Si dice spesso che io ho portato per primo la politica sui giornali sportivi, il che non è vero perché il primo fu Ghirelli. Io però ogni giorno nella finestra "Giorno per giorno" dedicavo uno spazio sulla società e anche sul Palazzo, perché mi sembrava che lo sport dovesse aprirsi in un dialogo più ampio col mondo intorno. Avevo già iniziato qualche tempo prima da inviato con alcune inchieste. Me ne ricordo una in Sudafrica sull'apartheid.

Ha ricordato Ghirelli, legato al Partito socialista. Lei aveva simpatie politiche?

Di sinistra certamente, mai stato comunista, piuttosto socialista, almeno fino a quando scoprii che Craxi non era socialista. Rischiai anche di finire in Parlamento, da indipendente, quando il mio amico da sempre Nerio Nesi, dirigente del Psi, mi volle per forza in lista. Sono stato in compenso consigliere comunale a Torino.

Il più grande direttore.

Mah, forse Ghirelli. Ma io devo ricordare, per avermi consentito di iniziare a fare questo mestiere, anche Bergoglio e Panza, nonché il raffinatissimo Giorgio Fattori che mi volle alla Stampa.

Il più grande giornalista sportivo.

Mario Fossati. Interamente dedicato al giornalismo, anche con le donne non si trovava. Come me, della tribù dei bassi e tozzi. Darei molto della mia carriera per cinque righe come le sue. L'unico capace di scrivere pezzi sempre perfetti, senza nemmeno una virgola fuori posto. Più preparato della media, ma soprattutto più timido. Il che forse lo ha reso meno popolare di quanto meriti.

Ho vissuto male la direzione di "Tutto Sport", ritenendomi inadatto a dirigere e comandare. Non credo nemmeno di averci mai tenuto, alla direzione. Tranne quando l'ho perduta, ovviamente

Molti avrebbero risposto Gianni Brera.

Che ovviamente resta immenso. Un vero studioso, uno che ha sgobbato cercando di capire lo sport, è andato all'estero, ha imparato le lingue per riuscirci meglio ancora. Peraltro tutti i giornalisti devono qualcosa a lui perché ha fatto elevare la considerazione verso la categoria, prima di lui la meno pagata in assoluto perché vista come inferiore. Tuttavia era forse troppo legato alla sua idea dello sport come campionario delle razze. Non so quanto questo valga davvero.

Le celebri battaglie tra il difensivismo padano di Brera e l'offensivismo meridionale dei Ghirelli e Palumbo...

Sì, due scuole, come si dice. Ma una contrapposizione legata anche a vicende personali.

Di Palumbo scrive che era il direttore che andava in tram per ascoltare la voce del popolo.

Grandissimo giornalista, in qualche modo il fratello minore culturale di Ghirelli. Ma io non posso che averlo nel cuore specie dopo un fatto che mi occorse a Berlino. Fui prosciugato da due vampire travestite da vamp, ero senza un soldo. Lo chiamai, gli dissi: aiutami. E lui: scrivi quel che vuoi, ti pubblico. Le tasche divennero meno vuote.

Lei scrive che letteratura e sport in Italia si sono incontrate nella forma più perfetta nel 1964, per i Giochi invernali di Innsbruck, sul "Corriere della Sera" per la firma di Dino Buzzati.

Senza dubbio: la sua partecipazione fu peraltro decisa all'ultimo minuto, e lui con grande ironia raccontò anche quello. Uno dei massimi scrittori europei, in quella pagina di sport lo dimostrò ancora una volta.

E' in cantiere un film su Enzo Ferrari, che avrà il corpo di una star come Christian Bale. Lei ha conosciuto molto da vicino il leggendario Drake.

Sì, di più: sono stato suo ghostwriter. Che posso dire? Un grandissimo uomo, anche molto fortunato. Ma sarei retorico. Quindi ne elenco i difetti. Il primo: ce l'aveva con noi giornalisti, perché in realtà voleva fare il giornalista e non ci è riuscito. Il secondo: troppo innamorato dei motori e delle donne. Il terzo: non sapeva l'inglese. Il quarto, e principale: si fidava di me.

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